PUBBLICAZIONI
DELL'ARCHIVIO STORICO DELLA NUOVA SINISTRA "MARCO PEZZI"


Valerio Evangelisti
Gli sbirri alla lanterna. La plebe giacobina bolognese dall'anno I all'anno V (1792-1797)
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria” - n. 1, p. 111, 8 Euro

E' convinzione corrente che la discesa in Italia delle truppe di Napoleone e la nascita di un "giacobinismo" locale suscitassero l'adesione di ambiti limitati di intellettuali e di settori della borghesia, mentre la plebe avrebbe adottato un atteggiamento passivo, se non ostile. Almeno nel caso di Bologna tale convinzione non è aderente alla realtà degli eventi: la città vide infatti proliferare un "giacobinismo" sanguigno e popolare, che sui bisogni egualitari della plebe e sulle sue istanze di partecipazione riuscì a far leva. Quando della rivoluzione francese giungevano in Italia i primi echi, gruppi di plebei bolognesi avevano dato vita o partecipato a cospirazioni di preciso segno democratico. Dall'analisi di fonti documentarie in cui la plebe parlasse il più possibile in prima persona, quali i verbali di tribunale, emerge un quadro della Bologna di fine settecento dominato da una plebe che si sforzava di portare la propria identità collettiva sul palcoscenico della storia.

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F. Billi, L. Vinci, G. Russo Spena, E. Molinari, D. Jervolino, R. Luperini
Camminare eretti. Democrazia proletaria e comunismo, da Dp a Rifondazione Comunista
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria”, n. 2, p. 301, 12,5 Euro

Questo libro raccoglie una ricostruzione delle vicende di Dp e le riflessioni di alcuni suoi dirigenti nazionali più significativi, allo scopo sia di colmare un vuoto storiografico, sia di riflettere su una delle esperienze più interessanti della nuova sinistra.
L'esperienza di Dp è stata importante nella storia della sinistra italiana perché Dp è stata la forza politica più consistente e significativa erede della stagione di lotte degli anni '70. In Dp si sono incontrati, ed hanno tentato una sintesi, operaismo e ambientalismo, studenti e pacifisti, femministe e cattolici, trotzkisti e maoisti, lotte per le libertà individuali e per i diritti sociali. Dp ha tentato di coniugare tutto questo per costruire una sinistra alternativa e antagonista, per dare significato nuovo alla costruzione di una soggettività politica comunista e ad un progetto politico classista nei riferimenti e socialista negli obiettivi. Questo negli anni delle sconfitte della stagione di lotte degli anni '70, negli anni del rampantismo e dello yuppismo, di Craxi e di Andreotti, quando parlare di alternativa, di comunismo, di classe, era una eresia "fuori moda". Dp volle essere "fuori moda" non per essere un reperto archeologico della politica, ma perché non considerava il capitalismo come l'unico e il migliore dei mondi possibili, e per questo non cessò di progettare una "modernità" intesa come una alternativa di libertà e di eguaglianza. Forse questo è l'aspetto centrale dell'esistenza di Dp: un tentativo di affrontare da sinistra il capitalismo contemporaneo, visto il fallimento e l'inadeguatezza sia del movimento operaio tradizionale che dei gruppi e dei movimenti nati dal '68. Altro elemento degno di nota, in questa ricerca Dp non ha mai né ripudiato il marxismo né lo ha considerato come un canone definito una volta per sempre a cui restare fideisticamente fedeli, ma lo ha sempre considerato come uno strumento, aggiornabile ma finora non sostituibile, per capire la realtà.
Ripensare all'esperienza di Dp può servire allora alla sinistra per riflettere sulla propria storia, il che non accade spesso, non solo per l'indifferenza accademica alla storia dell'antagonismo, ma anche perché spesso la sinistra ricorda il passato come un mito esente da critiche. Partendo da una ricostruzione storica rigorosa e documentata, perché è intento dichiarato del libro che la correttezza della ricostruzione dei fatti storici deve essere alla base delle interpretazioni, e non viceversa, questa storia di Dp si propone di non far cadere nell'oblio l'esperienza di Dp, vista come un tentativo di rendere la sinistra alternativa perché solo così potrà realizzarsi una alternativa di sinistra.

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Carmelo Adagio, Fabrizio Billi, Andrea Rapini, Simona Urso
Tra immaginazione e programmazione: Bologna di fronte al ’68
Edizioni Punto Rosso, collana “’l’Altrastoria”, n. 3, p. 368, 12,5 Euro

Mancano in Italia ricerche che analizzino in profondità e in tutte le sue articolazioni lo sviluppo del movimento del '68 nelle varie realtà specifiche localmente e settorialmente. Una disattenzione sintomatica del modo in cui è considerato il '68, argomento sul quale abbondano i pampleth polemici, favorevoli o contrari che siano, mentre scarseggiano invece le ricerche storiche e sociologiche. L'interesse per il '68 bolognese non è per fare della microstoria fine a sé stessa, ma per indagare nel concreto come si è manifestato il '68 in una realtà locale, quella bolognese, che ha caratteristiche peculiari, caratterizzata culturalmente dalla presenza di una importante università, economicamente da un vivace tessuto economico, e politicamente da una robusta presenza del Pci. Un ambiente sul quale ha agito il '68 diverso quindi da quello delle grandi città del nord e da quello romano e meridionale. Le ricerche di questo libro vogliono analizzare cosa concretamente hanno fatto gli studenti, gli operai, come il '68 ha inciso nella società e nella politica bolognesi. Una ricerca che proprio perché vuole essere accurata e documentata si è basata su un lungo lavoro di ricerca delle fonti, sia fonti documentarie prodotte all'epoca che fonti orali: testimonianze di persone che hanno partecipato al '68 bolognese, alcuni nomi noti ed altri meno noti, ma il nostro obiettivo non era avere "il nome" del personaggio famoso ma avere un ampio ventaglio di testimonianze: studenti medi e universitari, operai, sindacalisti, militanti dei partiti e dei gruppi.
Questo libro ha l’obiettivo di dare un piccolo contributo alla ricerca su un periodo storico, il '68 e in generale gli anni '70, che è stato importante nella storia dell'Italia del dopoguerra ed anche di Bologna, città che, pur non essendo uno dei poli del '68, ha visto una partecipazione operaia e studentesca vasta, inconsueta per una città tradizionalmente considerata "tranquilla". E crediamo che l'interesse per il '68 a Bologna sia proprio in questa inaspettata capacità di penetrazione nella società, che ha determinato anche a Bologna una rottura dei vecchi equilibri.
 

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Margherita Becchetti - Nicola Brugnoli - William Gambetta - Brunella Manotti - Diego Melegari - Itala Rossi
Parma dentro la rivolta. Tradizione e radicalità nelle lotte sociali e politiche di una città dell’Emilia rossa 1968-1969
Edizioni Punto Rosso, collana “’l’Altrastoria”, n. 4, p. 368, 12,5 Euro

Questo volume esamina la “contestazione” nel Parmense nel 1968-69, mostrando un quadro storico del Sessantotto nella città emiliana nel quale gli eventi e i caratteri della nuova conflittualità di studenti e operai si intrecciano e radicalizzano, influenzando le strutture tradizionali della sinistra. Il dissenso cattolico e l’occupazione della Cattedrale, il movimento universitario e le mobilitazioni antimperialiste, le lotte operaie e la lunga vertenza della fabbrica “Salamini”, le proposte dell’antipsichiatria e l’occupazione del manicomio di Colorno, la progressiva politicizzazione del teatro universitario e l’emergere dell’antifascismo militante sono i temi principali del libro; ma esso considera soprattutto il rapporto dialettico e conflittuale tra la “ribellione” delle nuove generazioni e il sistema di mediazione politica di una città dell’Emilia rossa. Il volume supera quindi l’ambito della ricerca locale e diventa un prezioso contributo alla ricostruzione della “stagione dei movimenti” in Italia.

Indice del libro:
- Prefazione
di Antonio Parisella
- Introduzione
- “La mia religione era un profumo”. Parma e il dissenso cattolico: il caso de "I Protagonisti"
di Brunella Manotti
- Il Sessantotto studentesco. Il Movimento Studentesco dell’Università di Parma attraverso la lettura dei documenti
di Nicola Brugnoli
- I lavoratori della "Salamini" in lotta. Nuove pratiche contestative e vecchie organizzazioni in un conflitto operaio
di Diego Melegari
- “Pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo”. L’occupazione del manicomio di Colorno: una lotta contro la violenza istituzionalizzata
di Itala Rossi
- Il teatro diventa politico. Dal Centro universitario teatrale alla Compagnia del Collettivo
di Margherita Becchetti
- “Almirante non parlerà!”. Radici e caratteri dell’antifascismo militante parmense
di William Gambetta
- Cronologia 1968-69

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Gli anni della rivolta (1960-1980): prima, durante e dopo il '68
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria”, n. 5, p. 208, 12,5 Euro

Del ‘68 solitamente si parla per esaltarlo o per denigrarlo, o al contrario non se ne parla, si preferisce rimuoverlo con fastidio come una parentesi disordinata ed irrazionale della storia italiana.
Più raramente lo si considera senza veemenza polemica, favorevole o contraria che sia, per considerarlo per quello che in realtà è: un evento che, nel bene e nel male, ha inciso nella storia italiana.
In questa prospettiva il ‘68 non è un evento a sé, ma un momento storico che ha un prima e un dopo, una esplosione che ha avuto delle radici e degli esiti. Questo libro cerca di individuarne le radici, in Italia e all’estero, negli anni immediatamente precedenti, e gli esiti fino a quando dura “l’onda lunga” dei movimenti, cioè fino al periodo 1977-1980, quando rispettivamente il movimento del ‘77 per quanto riguarda gli studenti e la sconfitta alla Fiat dell’80 per quanto riguarda gli operai, costituiscono la chiusura di quel ciclo di lotte iniziato col ‘68 studentesco e col ‘69 operaio.
Considerare il ‘68 come un evento con un “prima” e un “dopo” permette di fargli perdere quell’aura di miticità o di esecrabilità, consentendone uno studio critico, valutandolo senza pregiudizi di parte, riconoscendo che senza il ‘68 non ci sarebbero probabilmente stati nella società italiana i più grandi cambiamenti del dopoguerra; non ci sarebbero state conquiste in materia di civili, non ci sarebbe stato il cambiamento del ruolo sociale delle donne, non ci sarebbe stato l’antiautoritarismo che ha portato alla nascita di una nuova psichiatria e di una nuova medicina, non ci sarebbero stati nelle fabbriche e nelle scuole miglioramenti nelle condizioni di lavoro e di studio.
Questo libro vuole essere una “introduzione” allo studio del ‘68 e degli anni settanta, cercando di dare risposta alle domande quando, come, dove, perchè scoppiò il ‘68, chi ne furono i protagonisti, quali le origini e gli esiti di quelle vicende.

Indice del libro:

Fabrizio Billi
Cronologia 1960 - 1980
Diego Giachetti
I partiti della nuova sinistra: origini, sviluppo, epilogo
Sergio Dalmasso
La sinistra storica dagli anni ’60 alla sconfitta alla Fiat
Carmelo Adagio
Sindacati e lotte operaie
Marica Tolomelli
Dal grande progetto rivoluzionario alla negazione intransigente. I movimenti studenteschi del ’68 e del ‘77
Pina Sardella
“Donna è bello”. Eticità e politica nel movimento femminista degli anni Settanta
Dario Petrosino
Il movimento omosessuale
Carmelo Adagio
Il mondo cattolico dal ’68 agli inizi del pontificato di Wojtjla
Simona Urso
I movimenti della società civile
Marco Scavino
La violenza politica
Andrea Rapini
12 dicembre 1969: la strage di piazza Fontana come paradigma del “sovversivismo delle classi dirigenti”

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La paura e l'utopia.
Saggi sulla comunicazione politica contemporanea
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria”, n. 6, p. 240, 12,5 Euro

Solitamente, quando in Italia si parla di propaganda politica, si finisce sempre per parlare di televisioni, di “par condicio”, di Berlusconi e del potere condizionante delle sue televisioni.
Con questa raccolta di saggi su diversi aspetti della propaganda politica nell’età contemporanea, abbiamo voluto affrontare l’argomento considerando aspetti della comunicazione politica abitualmente un po’ trascurati, ma che riteniamo importanti.
Innanzitutto, i saggi di Giuseppe Faso e Walter Peruzzi su due questioni fondamentali dell’età contemporanea: l’immigrazione e la guerra. Il primo saggio affronta il modo in cui i mass-media ed alcuni politici “costruiscono” l’emergenza immigrazione. Il secondo analizza come i dirigenti politici e militari dei paesi occidentali, degli Usa in primo luogo, hanno cambiato negli anni il modo di “comunicare la guerra”, per renderla accettabile alla popolazione e non suscitare l’ostilità che aveva trent’anni fa suscitato la guerra in Vietnam.
Il saggio di Pina La Villa analizza l’esperienza della rivista “I Siciliani”, il cui direttore Giuseppe Fava fu capace di rompere consolidati stereotipi nello scrivere della Mafia.
Il saggio di Luciano Cheles considera come si è modificata nel cinquantennio repubblicano l’immagine femminile nella propaganda della destra (Msi, An, Fn, Ms-Ft), una immagine che vede nel corso degli anni elementi che permangono (e che risalgono ancheagli anni del Fascismo) ed elementi di modernità, dalla donna-angelo, appunto, alla pin-up come Alessandra Mussolini.
Il saggio di Sergio Dalmasso analizza un “classico” elemento della propaganda politica: Ernesto “Che” Guevara, mentre Franco Bergoglio ripercorre la storia, tanto interessante quanto solitamente ignorata, del jazz “politico” negli anni sessanta.
Infine, due saggi su due aspetti locali, ma che hanno una valenza più generale. La vicenda della rivista del gruppo di “Gioventù Aclista” di Parma, vicenda emblematica perchè indicativa del cambiamento di valori politici e del modo di comunicarli di molti gruppi cattolici nell’Italia dell’inizio degli anni settanta. E poi la storia delle campagne elettorali per il Comune di Bologna, che analizza i mutamenti delle strategie comunicative del Pci e dei partiti del centro-destra; una vicenda interessante, che vede un ribaltamento delle strategie comunicative: il Pci dagli anni cinquanta ha una propaganda imperniata non sull’ideologia, al contrario della Dc che insiste sempre sulla crociata anti-comunista. Negli anni novanta è invece Guazzaloca a chiedere un voto non di appartenenza ideologica, mentre il Pds non riesce più a convincere gli elettori di essere il partito di tutti i bolognesi, al di là degli schieramenti.
Si tratta di una raccolta di saggi che non hanno la pretesa di offrire una panoramica ed una interpretazione complessiva di come si è modificata la comunicazione politica contemporanea, ma si tratta di saggi che approfondiscono  argomenti solitamente ignorati o analizzati superficialmente.
Due delle caratteristiche di fondo, comuni a molta parte della propaganda politica contemporanea, crediamo di averle individuate nell’utopia e nella paura. nella paura. L’utopia, intesa come speranza di un mondo migliore, di cui trattano per esempio il saggio sulla comunicazione antimafiosa (una comunicazione caratterizzata dalla visione di una società migliore perchè libera dalla Mafia) ed il saggio su Che Guevara, la cui figura è divenuta un’icona contemporanea dell’utopia e della speranza di riscatto degli oppressi. La paura è sempre stata molto presente nella propaganda politica contemporanea. Ieri, la paura del comunismo, dell’invasione dei carri armati sovietici, oggi la paura dela criminalità, degli immigrati, dell’invasione dei neri e degli slavi.

Indice

Introduzione
Giuseppe Faso
La riproduzione del razzismo. I mass-media e la costruzione dell'emergenza immigrazione
Walter Peruzzi
L'informazione di Guerra
Pina La Villa
La parola che uccide. La controinformazione antimafiosa e la rivista "I Siciliani"
Luciano Cheles
Dalla donna-angelo a Alessandra Mussolini. L'immagine femminile nella propaganda della destra parlamentare
Sergio Dalmasso
Il "Che": immagini e letture
Franco Bergoglio
Breve storia del jazz "politico" negli anni sessanta
Brunella Manotti
L'autunno caldo di "Rivolta cristiana". Cultura e politica nel gruppo di gioventù Aclista di Parma
Fabrizio Billi
Da Dozza a Guazzaloca. Cinquant'anni di propaganda per le elezioni del Comune di Bologna

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Rudi Ghedini (e con un intervento di Roberto Roversi)
Bye Bye Bologna.
Cronaca irriguardosa della fine di un simbolo
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria”, n. 7, p. 112, 8 Euro

Bologna è un puntino nell’universo globalizzato, ma non è un puntino qualsiasi. E’ una capitale.
Bisogna fare come a Bologna è un antico slogan, fondato sulla forza mitologica di un simbolo. Per questo carico (e sovraccarico) simbolico, Bologna resta una ferita aperta. Se non la madre di tutte le sconfitte, certo il 27 giugno 1999 rappresenta un passaggio storico per la sinistra italiana; o per le sinistre, se preferite. Almeno, questa è la mia opinione: a giustificare l’insistenza su vicende che altri si ostinano a rimuovere. Per quel carico (e sovraccarico) simbolico, il voto della mia città ha assunto un significato non solo locale: se la sinistra perde Bologna, come può pensare di vincere altrove?
La sconfitta del giugno 1999 non è stato un incidente di percorso, una parentesi che si potrà chiudere con disinvoltura, magari per riprendere il discorso da dove era stato interrotto. Illudersi del contrario è il modo peggiore per andare incontro a nuove sconfitte.

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Diego Melegari (a cura di)
La resistenza contesa. Memoria e rappresentazione dell'antifascismo nei manifesti politici degli anni settanta
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria”, n. 8, pp. 128, 12 euro

Durante la “stagione dei movimenti”, tra gli anni sessanta e settanta, l’antifascismo tornò al centro del dibattito politico e ideologico, diventando terreno di confronto e di conflitto tra le forze politiche tradizionali, i movimenti sociali e i gruppi della nuova sinistra. Negli anni delle mobilitazioni giovanili, infatti, la memoria della resistenza e la lotta antifascista – riprese con fini e modalità differenti durante l’intera storia repubblicana – si intrecciarono con l’antiautoritarismo, l’antimperialismo e l’anticapitalismo, sfociando – in seguito al clima determinato dalla “strategia della tensione” – in una critica radicale agli apparati di stato e nelle pratiche dell’“antifascismo militante”. Negli anni settanta, dunque, l’antifascismo determinò anche divergenze e linee di rottura tra i diversi soggetti politici, in una dialettica complessa tra continuità e innovazione, che travolse in primo luogo l’identità culturale e ideologica delle sinistre. Il volume – che raccoglie i contributi del seminario La resistenza contesa (Parma, 5 ottobre 2002) – si propone di indagare queste tensioni, le diverse valenze e i nuovi contenuti assunti dal richiamo alla resistenza antifascista. Un’analisi che privilegia la prospettiva fornita dai manifesti politici delle differenti forze, travalicando il campo della teoria politica e arricchendosi degli stimoli provenienti dallo studio dell’immaginario, dalle dinamiche generazionali e culturali, dai processi simbolici di identificazione e riconoscimento collettivo. Completa il libro una cronologia degli eventi che segnarono la contrapposizione tra neofascismo e antifascismo dal 1960 al 1980 in Italia.

Indice

Introduzione

Antonio Parisella
Suoni e colori. Conflitti politici e memoria della resistenza negli anni settanta

Andrea Rapini
Dai “teddy boys” ai “cinesi”: antifascismo e giovani generazioni

Diego Melegari
Unità e conflitto. Immagini della resistenza nei manifesti politici

Gloria Bianchino
I manifesti come memoria, lingua scritta e lingua parlata delle immagini

Marco Baldassari e Diego Melegari
Cronologia su neofascismo e antifascismo dal 1960 al 1980

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William Gambetta – Massimo Giuffredi (a cura di)
"Memorie d’agosto. Letture e immagini delle Barricate antifasciste del 1922"
Edizioni Punto Rosso, collana “l’Altrastoria”, n. 9, pp. 301, 15 euro

Nell’agosto 1922, durante lo “sciopero legalitario”, a poche settimane dalla Marcia su Roma, i quartieri popolari di Parma respinsero vittoriosamente una spedizione punitiva di circa diecimila camicie nere. Per cinque lunghi giorni la città fu teatro di scontri armati tra le squadre fasciste guidate da Italo Balbo e gli arditi del popolo di Guido Picelli, che capeggiavano la resistenza. Quell’episodio, passato alla memoria come le Barricate di Parma, ha segnato profondamente l’antifascismo italiano, sia durante il regime mussoliniano che nei decenni dello stato repubblicano, costituendo un elemento fondante dell’identità democratica.
La memoria collettiva di quell’evento è stato il risultato di un lungo processo di selezione e ricomposizione del passato, condizionato dalle differenti esigenze politiche di partiti e movimenti. Frutto di un lavoro collettivo, il volume analizza i percorsi di quella memoria, dalle battaglie politiche alle celebrazioni istituzionali, dall’elaborazione storiografica all’immaginario artistico e letterario.

Indice

1. La memoria politica
-William Gambetta, L’Iliade antifascista
-Marco Minardi, «Quelli che un muro ed una fossa  serra».
-L’Oltretorrente e la memoria delle barricate negli anni del fascismo
-Brunella Manotti, Le barricate di Lotta continua
-Cinzia Zennoni, Le celebrazioni ufficiali nei decennali dal 1952 al 2002

2. La storiografia
-Eros Francescangeli, Un antifascismo difficile: gli Arditi del popolo negli studi storici
-Massimo Giuffredi, La ricostruzione storiografica

3. Il mito di Guido Picelli
-Guido Pisi, Il ritratto ricostruito: la leggenda di Guido Picelli nella narrazione orale dei contemporanei
-Marco Baldassari, La sacralizzazione dell’eroe: la ricerca della salma di Guido Picelli

4. L’immagine fotografica
-Andrea Galafassi, Armando Amoretti, il fotografo delle barricate
-Paolo Barbaro, Parma, le barricate, la fotografia
-Serena Lenzotti, Lastre, ruote e bandiere. La memoria codificata delle barricate

5. Le rappresentazioni
-Sabrina Michelotti, Il racconto delle istituzioni. Gli affreschi di Armando Pizzinato nel palazzo della Provincia di Parma
-Andrea Zini, «Si erano vestiti dalla festa». Il popolo dei borghi nella letteratura
-Margherita Becchetti, Barricate in scena. L’agosto del 1922 nei copioni teatrali degli anni settanta
-Juri Meda, Il fumo delle barricate. La memoria dell’agosto 1922 nei fumetti
-Ilaria La Fata, Graffiti nella memoria. Storia di un monumento
 

Introduzione

I saggi raccolti in questo libro, già discussi in forma embrionale in un seminario della fine del 20021, cercano per la prima volta di mettere a fuoco non l’evento (le Barricate antifasciste di Parma dell’agosto 1922) ma la memoria che esso ha lasciato.
A partire dagli anni ottanta, e in particolare dalle manifestazioni legate al sessantesimo anniversario, la conoscenza di quelle giornate ha avuto sviluppi finalmente soddisfacenti, con elaborazioni e documentazioni di rilievo. Il cantiere è ancora aperto e ovviamente lo resterà a lungo, perché anche in storiografia non esistono traguardi ultimi, ma le basi di una sicura conoscenza sono state poste.
Molto meno frequentato, per non dire del tutto trascurato, è stato invece il terreno della memoria, un po’ perché prima esigenza degli studiosi è stata naturalmente quella di tracciare fisionomie plausibili dell’evento ma molto perché la storiografia della memoria è di nascita (o almeno di diffusione) piuttosto recente e la sua applicazione a episodi spazialmente e temporalmente limitati come quello di Parma risulta particolarmente problematica.
È tuttavia proprio l’immateriale memoria, locale e nazionale, individuale e collettiva, a rappresentare, paradossalmente, la concreta eredità delle Barricate, lo schermo sul quale se ne sono proiettate nel corso del tempo le molteplici ombre, lo spazio non solo mentale nel quale si sono combattuti, con le armi più diverse, serrati scontri di fisionomizzazione, appropriazione e manipolazione, anche, e forse soprattutto, quando si voleva presentare la memoria come generalmente condivisa. Anche in questo caso (come sempre, viene da dire) non è l’evento in sé, in qualche misura irriducibile, ma la sua molteplice rappresentazione/interpretazione a incidere sui tratti della collettività che lo ha assunto come parte della propria storia.
È quindi da questa nuova angolazione, a nostro parere ormai indispensabile alla comprensione delle Barricate stesse, della storia di Parma e in qualche misura anche di quella italiana, che gli autori, ognuno con i propri strumenti peculiari, hanno affrontato il tema. L’analisi delle differenti manifestazioni di questa memoria, o meglio di queste memorie, è l’oggetto del volume.

Può essere utile, per comodità del lettore, una breve sintesi delle giornate di agosto passate alla storia come le Barricate di Parma.
Nell’estate 1922, in seguito all’inasprirsi delle aggressioni fasciste, un ampio fronte sindacale, riunito nell’Alleanza del lavoro, proclamò per il primo agosto uno “sciopero legalitario” per fare pressione sull’appena ricostituito governo Facta affinché garantisse le libertà costituzionali. Come risposta si scatenò ovunque la violenza delle squadre nere senza che le forze dell’ordine ponessero il minimo freno. Lo sciopero ebbe così l’indesiderato effetto di mettere in luce l’ormai drammatica impotenza del movimento popolare e la prospettiva imminente della sua disfatta. L’Alleanza, sconcertata, lo sospese il 3 agosto ma gli assalti dei fascisti non fecero che aumentare, trovando solo in poche città difese organizzate e risolute, e le spedizioni punitive si conclusero quasi ovunque con incendi di circoli e cooperative, devastazioni di sedi operaie e giornali democratici, dimissioni di amministrazioni popolari e uccisioni di dirigenti politici e sindacali della sinistra. Uno dei maggiori leader socialisti, Filippo Turati, realistico e sconfortato, definì lo sciopero la Caporetto del movimento operaio.
A Parma – e in parte anche in altre città, come Bari – gli sviluppi furono diversi: i quartieri popolari dell’Oltretorrente e del Naviglio si opposero con le armi ai fascisti e, dopo cinque giorni di scontri, ne uscirono vittoriosi. I lavoratori avevano aderito compatti allo sciopero e, forti delle loro tradizioni di ribellismo urbano e di “azione diretta” di matrice sindacalista, uniti da un profondo senso di appartenenza comunitaria, mostrarono una grande capacità di mobilitazione e di combattività.
D’altra parte il fascismo non era riuscito a radicarsi nella città, e soprattutto nei rioni operai, dove il vessillo patriottico dell’interventismo più o meno rivoluzionario era impugnato dal sindacalismo “corridoniano” di Alceste De Ambris, che sottraeva spazio politico al movimento mussoliniano. Anzi, dalla primavera del 1921, abbandonate le iniziali contiguità, i corridoniani contrastarono decisamente, anche con propri gruppi armati, la violenza antioperaia delle squadre fasciste.
Ma tutto ciò non sarebbe probabilmente bastato se già nel giugno dello stesso 1921 il deputato socialista Guido Picelli, in contatto con Argo Secondari e Giuseppe Mingrino, dirigenti nazionali dei neocostituiti Arditi del popolo, non avesse creato a Parma e in alcuni paesi della provincia un robusto nucleo di Arditi, che si contrapponeva con successo alle camicie nere in azioni tanto difensive quanto offensive. La presenza organizzata, disciplinata ed armata dell’“esercito proletario” di Picelli rappresentò l’elemento catalizzante di tutte le peculiarità socio-politiche che permisero la vittoriosa anomalia delle Barricate parmensi.
Nei giorni dello sciopero il Partito nazionale fascista mobilitò per la spedizione su Parma diverse migliaia di uomini (forse diecimila), provenienti da zone della Bassa già conquistate dai fascisti e da diverse province padane. Essendosi dimostrata l’azione del tutto inconcludente, nella notte tra il 3 e il 4 agosto la direzione del Pnf inviò a Parma, per prendere in mano una situazione che stava diventando problematica, lo sperimentato ras di Ferrara Italo Balbo, già a capo negli stessi giorni di micidiali spedizioni contro Ravenna e altre località della Romagna.
Fin dall’inizio la città, diventata campo di battaglia, si trovò divisa tra il centro storico, dove le camicie nere devastavano circoli operai, sedi di partito e uffici di esponenti antifascisti, e i rioni popolari dell’Oltretorrente e del Naviglio, dove gli Arditi capeggiati da Picelli e dall’anarchico Antonio Cieri organizzarono la popolazione con armi, barricate, trincee e punti di avvistamento. Le autorità, condizionate dalla tenace difesa armata e dal diffuso spirito cittadino avverso ai fascisti visti come invasori, non poterono svolgere il loro consueto ruolo di fiancheggiamento delle squadre nere e assunsero un atteggiamento cauto. Anche sotto la guida di Balbo i fascisti si dimostrarono incapaci di vincere la resistenza popolare e nella notte tra il 5 e il 6 agosto la prefettura, il comando militare di piazza e il ras ferrarese si accordarono per la proclamazione dello stato d’assedio che, comportando il passaggio dei poteri all’esercito regio, forniva ai fascisti una via d’uscita per salvare almeno la faccia. In mattinata le milizie nere lasciarono velocemente la città e nei quartieri popolari entrò pacificamente l’esercito, accolto dagli applausi degli abitanti.
Si trattò di una vittoria netta, tanto più clamorosa in un quadro nazionale di disfatta, che non poteva non sollecitare a lungo la riflessione dei partiti antifascisti ma, forse ancora di più, non poteva mancare di incidersi nella memoria individuale e collettiva di coloro che le giornate le avevano vissute e di coloro ai quali questa memoria, pur nelle forme più diverse, venne tramandata fino a divenire tratto incancellabile dell’identità cittadina.
I saggi, divisi in cinque sezioni, identificano gli spazi a nostro parere più significativi di quella memoria. Innanzitutto la memoria politica che, emersa già negli anni immediatamente successivi all’evento, attraversò tutte le travagliate fasi della storia italiana, dallo stato fascista a quello democratico, dagli anni della guerra fredda alla stagione dei movimenti, dalla crisi della “prima Repubblica” a oggi. Ne emerge un evidente “uso politico” dell’evento storico, mirato più alle strategie di partito, all’orientamento ideologico o alla ritualità istituzionale che alla comprensione delle dinamiche e delle specificità dei fatti.
Le interpretazioni storiografiche, che rappresentano un elemento importante anche nella costruzione della memoria, sono l’oggetto della seconda sezione, nella quale vengono analizzati gli studi sul movimento antifascista ardito-popolare in campo nazionale e quelli riguardanti le specifiche vicende dell’agosto parmense. Come emerge anche in altri saggi, queste due riletture (quelle ad uso politico e quelle d’indagine storica), pur nelle rispettive peculiarità, si sono spesso intrecciate e sovrapposte, contribuendo alla costruzione di un senso comune su quel passato (per esempio, le Barricate come anticipazione della Resistenza partigiana).
Elaborazioni politiche e storiografiche si innestarono nella memoria di una comunità (quella dei borghi popolari ma, più in generale, dell’intera città) segnata profondamente dal mito delle giornate d’agosto e dei suoi protagonisti, primo fra tutti Guido Picelli, l’“eroe delle Barricate”. Esaminano questa figura di particolare rilievo nell’identità politica parmense i due saggi della terza sezione: il primo mostra l’emergere di un vero e proprio racconto epico su Picelli, mentre il secondo prende in esame il processo di sacralizzazione della sua immagine post mortem, con liturgie e cerimonie celebrate, in fasi e forme diverse, intorno alla sua salma.
La quarta sezione è dedicata alle celebri fotografie di Armando Amoretti, quelle che fissano i borghi popolari dietro le trincee e le barricate. Dopo un profilo biografico, finora mancante, del fotografo parmigiano, le immagini vengono analizzate con gli strumenti della critica e della storia dell’arte, in relazione sia alla formazione professionale di Amoretti che ai successivi reportage fotografici sull’Oltretorrente, primo fra tutti quello dello Studio Vaghi dopo il “piccone risanatore” fascista. Le immagini di Amoretti vengono studiate anche in relazione alla loro efficacia nella costruzione di una memoria visiva intensa, persistente e divenuta ormai quasi inalterabile.
Questa sezione si connette con l’ultima, dedicata alla rappresentazione nelle arti: i murales di Armando Pizzinato nella sala consiliare del Palazzo della Provincia di Parma, la descrizione letteraria dell’Oltretorrente, dei suoi popolani e delle loro ribellioni dalla fine dell’Ottocento al 1922, l’impatto di quella rivolta nel teatro degli anni della contestazione studentesca e operaia, nel fumetto “militante” e nelle illustrazioni per ragazzi e, infine, nella scultura commemorativa a proposito dei progetti per un monumento alle giornate d’agosto.
Per concludere si può osservare come, tra le arti, la musica abbia frequentato il tema poco e solo negli ultimi anni, soprattutto nelle canzoni di alcuni gruppi giovanili di combat rock2. Anche il cinema di fiction sembra essersene poco interessato, nonostante alcune sollecitazioni come quella di Gianfranco Buiani, critico cinematografico legato al Partito comunista, che nel 1954 propose su “Cinema nuovo” una produzione su La battaglia di Parma3. Si possono segnalare i riferimenti presenti ne Il sospetto di Francesco Maselli, del 1975, il cui protagonista, un membro del Pci clandestino (interpretato da Gian Maria Volonté) inviato in Italia da Parigi negli anni trenta, ha qualche tratto della figura di Guido Picelli, con la sua esperienza di leader delle Barricate e la sua politica d’unità d’azione. Tuttavia anche in questo caso la rivolta di Parma è presente solo per accenni, poiché il film si rifà ad altri codici narrativi e a un altro contesto storico. L’immaginario artistico delle Barricate appare comunque ricco, denso di riferimenti ad interpretazioni politiche, opere storiografiche e racconti popolari.
I diversi saggi di Memorie d’agosto finiscono così per intrecciarsi e completarsi l’uno con l’altro, contribuendo a mostrare la complessità di una memoria e di un’identità collettiva ancora viva.

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Antonio Benci
Immaginazione senza potere. Il lungo viaggio del maggio francese in Italia
Edizioni Punto Rosso, collana “’l’Altrastoria”, n. 10, Milano 2011, p. 256, ill., euro 12,00

Antonio Benci ripercorre il lungo viaggio del Maggio francese nel tempo e nello spazio, osservando come è stato recepito lungo il quarantennio abbondante che lo separa dall’oggi e in un comprensorio geografico, politico e culturale altro come l’Italia.
Ne esce un ritratto che tenta di districarsi all’interno di un momento storico in cui si accavallano le sterminate narrazioni soggettive dei partecipanti e osservatori, le immagini che hanno contribuito a delineare uno stile iconografico unico, le riscritture sempre solidamente appoggiate sul movimento studentesco, gli accenti spettacolari colti da una cronaca o da una diretta radiofonica.
Tutto questo di riflesso in altri tempi e modi è stato tradotto, elaborato e immaginato in Italia. La ricerca ha tentato una mediazione tra cronaca, lascito politico e rappresentazione dei fatti, tenendo bene a mente lo spirito del Maggio francese che ha coinvolto (e coinvolge?) una generazione per cui inesorabilmente l’immaginazione è rimasta senza potere.
 

- recensione di http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=716
- recensione di Attilio Mangano pubblicata sul sito http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/
- recensione di Diego Giachetti pubblicata sul sito http://www.kathodik.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3963
- Recensione di Giuseppe Muraca pubblicata su http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/media/01/01/3665852962.jpg
- Recensione di Marco Scavino, pubblicata su "L'indice dei libri del mese", n. 5/2012
- Recensione di Marco Fincardi, pubblicata su "Italia contemporanea" n. 265, dicembre 2011
- Recensione di Mirco Dondi, pubblicata su http://www.storicamente.org/03_biblioteca/schede/benciDondi.htm

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William Gambetta
Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi
Edizioni Punto Rosso, collana “’l’Altrastoria”, n. 11, Milano 2010, p. 288, ill., euro 15,00

Per tutto il decennio successivo al Sessantotto, quando l’urto dei movimenti di protesta scosse il sistema politico repubblicano, l’aspirazione della nuova sinistra a rappresentare politicamente quella conflittualità sociale fu costante. Dopo le delusioni per la prova elettorale del 1972, fu il cartello elettorale di Democrazia proletaria, nel 1976, a segnare il passo in quella direzione. Un’esperienza che raccolse le principali formazioni dell’estrema sinistra – da Avanguardia operaia al Partito di unità proletaria, da Lotta continua al Movimento lavoratori per il socialismo – costituendo il tentativo più significativo di rappresentare le mobilitazioni di piazza negli equilibri dei palazzi del potere. Un’iniziativa unitaria percorsa da dinamiche e contraddizioni irrisolte, che si tradusse – alla luce dei risultati del 20 giugno – in una crisi irreversibile, nonostante l’elezione di una piccola pattuglia di sei deputati. Da essa, attraverso un tormentato processo di disgregazioni, scissioni e fusioni, l’area della nuova sinistra uscì ridisegnata. Nacque in quel contesto il partito di Democrazia proletaria, la cui assemblea costituente si tenne nell’aprile 1978 a Roma, durante i giorni del sequestro di Aldo Moro. Circostanza emblematica che palesò le difficoltà della nuova organizzazione, stretta tra le azioni dei gruppi armati e la repressione generalizzata dello stato. Una collocazione di enorme difficoltà sia per conquistare una vera e propria agibilità politica sia per promuovere un solido impianto d’analisi e di proposta strategica. Eppure, in quel contesto, Dp rappresentò un’alternativa concreta per avanguardie e delegati di fabbrica, settori sindacali e intellettuali, collettivi giovanili e comitati di lotta, associazioni democratiche, periodici e radio libere. Per coloro cioè che con lo spegnersi dell’ondata conflittuale non si rassegnarono né al ritorno al privato né alla scelta estrema della lotta armata.
 

- recensione di Diego Giachetti, pubblicata sul sito http://www.kathodik.it
- recensione di La Repubblica Parma.it, 26 gennaio 2011
- recensione di Nando Mainardi, pubblicata sul quotidiano "Liberazione" del 6 febbraio 2001 e sul sito http://www.carmillaonline.com
- recensione di Fiammetta Balestracci pubblicata sulla rivista "Archivio trentino di storia contemporanea"
- recensione del quotidiano "La Gazzetta di Parma"
- Recensione di http://rebusmagazine.org/
- recensione di Diego Giachetti su http://www.cassandrarivista.it/
- recensione sul sito http://www.archiviostorico.info/libri-e-riviste/4951-democrazia-proletaria
- recensione di Francesco Lauria, pubblicata sul quotidiano della Cisl "Conquiste del lavoro", 30 luglio 2011
- recensione di Giuseppe Licando, pubblicata sul sito http://www.bottegascriptamanent.it
- Recensione di Diego Giachetti, pubblicata su "Dalla parte del torto", N. 52 (primavera 2011) e su http://diegogiachetti.blogspot.com/2011/06/le-ragioni-dei-demoproletari.html
- Recensione di Mauro Molinaroli, pubblicata sul quotidiano di Piacenza "La libertà" del 20 febbraio 2011
- Recensione di Roberto Monicchia, pubblicata sul periodico di Perugia "Micropolis", maggio 2011
- Recensione di Alessandro Franceschini, pubblicata sul quotidiano di Trento "l'Adige", 11 maggio 2011
- Recensione di Ivano Bechini, "Notiziario" del Centro di documentazione di Pistoia, n. 22, luglio - agosto 2011
- Recensione di Sergio Dalmasso, pubblicata sulla rivista "Su la testa. Materiali per la rifondazione comunista", N. 20, aprile 2011 e sul sito http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/piccolo-partito-dalle-grandi-ragioni
- Recensione di Antonio Lenzi, pubblicata su "Zapruder - storie in movimento, rivista di storia della conflittualità sociale", n. 25, maggio - agosto 2011
- Recensione di Guido Panvini, pubblicata su "Il mestiere dello storico" n. 1/2012
- Recensione di Nino De Amicis, "L'indice", febbraio 2012
- Recensione di Antonio Lenzi, pubblicata su "Ricerche di storia politica", n. 1/2012
- Recensione di Andrea Cavazzini, pubblicata su http://grm.revues.org/333

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Marco Adorni
Voci di vetro. Testimonianze di vita alla Bormioli Rocco di Parma
Edizioni Punto Rosso, collana “’l’Altrastoria”, n. 11, Milano 2010, 223 pagine, ill., euro 15,00

Nel primo decennio del Novecento, la Bormioli Rocco si trasferì nel quartiere San Leonardo, dando inizio a un’epopea industriale che la portò a essere definita la “fabbrica di Parma”; entrarvi significava assumere una nuova identità, quella di “bormiolino”. Il volume, attraverso le testimonianze di alcuni suoi ex dipendenti, intende ridare voce a quella comunità di uomini, donne e bambini che vi lavorarono, costruendo valori umani e politici capaci di sopravvivere alle criticità di una vetreria compendiate nella celebre espressione di “fabbrica della morte”.

Testimonianze di Emilio Boni, William Atti, Oreste Scaglioni, Elide Frigerio, Margherita Dotti, Franco Iaschi, Lanfranco Musiari, Giorgio Giliotti, Mario Cabassa, Ettore Paini, Giancarlo Merlini, Giovanni Covati, Bice Vincenzi, Luisa Chierici, Pietro Giuberti.

Indice

Prefazione
Introduzione

1. Comunità
Bisognava soffiare, con i polmoni (Emilio Boni)
La famiglia in vetreria e il «momento del conflitto»
Io mica tanto (William Atti)
La secessione interiore del macchinista
Bubi voleva bene ai suoi operai (Oreste Scaglioni)
Fabbrica della morte e fabbrica dell’amore
Io ci tornerei (Elide Frigerio e Margherita Dotti)
La donna factotum nel tempio dell’industria
A me mi chiamavano San Pietro (Franco Iaschi)
Ritratto di famiglia operaia
Si facevano i contratti a braccetto nel cortile (Lanfranco Musiari)
L’orgoglio tecnico nella comunità del vetro
La Bormioli è un paese, una caserma, una famiglia (Giorgio Giliotti)
La tecnica della virtù

2. Conflitti
È stato uno shock tremendo (Mario Cabassa ed Ettore Paini)
Tra un vecchio e un nuovo sindacalismo
Avevamo uno spirito di voler cambiare (Giancarlo Merlini)
La stagione delle lotte del Consiglio di fabbrica
L’azienda ci chiamava il Soviet (Giovanni Covati)
Le lotte di reparto e tra i reparti
Noi dovevamo sempre subire, in tutti i casi (Bice Vincenzi e Luisa Chierici)
Lo sguardo femminile nella fabbrica dell’uomo
Lo scontro fu molto virile (Pietro Giuberti)
L’arbitro del conflitto

Indice dei nomi

- recensione di Tito Menzani, pubblicata su "Storie e futuro. Rivista di storia e storiografia", N. 28 - febbraio 2012
http://www.storiaefuturo.com/it/numero_28/scaffale/4_vetro-bormioli~1481.html
- recensione di Marco Fincardi, pubblicata su "Italia contemporanea", N. 265, dicembre 2011
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Carmelo Adagio, Rocco Cerrato, Simona Urso
Il lungo decennio. L’Italia prima del ’68
Cierre Editore, p. 416, 20 Euro

Questo libro contiene i seguenti saggi sulla società e sulla politica italiana negli anni sessanta e sui fermenti che prepararono il ‘68: “L’Italia prima del ’68: il lungo decennio nel lungo dopoguerra”, di S. Urso; “Capelloni e cinesi. I giovani negli anni Sessanta”, di A. Mangano; “Gli studenti tra azione e mobilitazione”, di M. Tolomelli e J. Kurz; “Il mondo cattolico e la politica dei sessi”, di R. Fossati; “Il nascere della questione omosessuale nell’Italia degli anni Sessanta”, di D. Petrosino; “Nella teoria economica il ’68 è avvenuto in anticipo: Piero Sraffa e il salario variabile indipendente”, di G. Gattei; “Dal miracolo economico all’autunno caldo. Operai e operaisti negli anni Sessanta”, di F. Billi; “L’operaismo veneto da Il Progresso veneto a Potere Operaio”, di L. Urettini; “Marxismo e sociologia nel pensiero della nuova sinistra in formazione”, di D. Giachetti; “Il cinema italiano negli anni Sessanta”, di C. Adagio; “L’arcipelago delle sinistre. Partiti, sindacato, gruppi, riviste”, di S. Dalmasso; “Alla conquista dei “nuovi intellettuali”. La politica culturale del Pci nella via italiana al socialismo”, di W. Gambetta; “Dal concilio al ’68. Il mondo cattolico italiano negli anni Sessanta”, di R. Cerrato; “La Democrazia Cristiana prima del ‘68”, di U. Gentiloni; “Con Evola, oltre Evola: europeismo, riattualizzazione del nazismo e nuova identità politico-culturale della destra negli scritti di Adriano Romualdi”, di F. Germinario; “Antifascismo e Resistenza nelle riviste della nuova sinistra (1960-1967)”, di A. Rapini.

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Sergio Dalmasso
Lelio Basso nella storia del socialismo italiano. A trent'anni dalla fondazione del Psiup
Edizioni Punto Rosso, collana “Quaderni di Progetto Memoria”, p. 35, 2,5 Euro

Nell'attuale mancanza di riferimenti da parte delle sinistre, è quanto mai d'attualità una riflessione su Lelio Basso, figura originale ma scarsamente compresa. Questo breve quaderno rilegge un percorso coerente nella vita e originale nella riflessione teorica. Sembrano rivolte all'oggi la ricerca di nuove vie, organizzative e teoriche, l'affermazione della necessità di un "partito nuovo" nella frontale rottura con riformismo e massimalismo, la riscoperta di filoni minoritari nella storia del movimento operaio, la convinzione della superiorità, anche etica, della prospettiva socialista.

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Sergio Dalmasso
Enzo Santarelli. Fra politica e storia.  Dalla crisi del 1943/'44 alla crisi della Repubblica
Edizioni  Punto Rosso, collana "Quaderni di Progetto Memoria", p. 62, 4 Euro

L' opera storiografica di Enzo Santarelli ha percorso i cinquant' anni  della storia repubblicana. Dal saggio "La rivoluzione femminile" del 1950, alla splendida "Storia  critica della Repubblica" del 1996, i suoi testi hanno toccato nodi non  solo storiografici, ma anche politici, hanno seguito lo sviluppo del  pensiero, del costume, le evoluzioni e le involuzioni della nostra  società. Sergio Dalmasso, in un breve  opuscolo, intervista questo grande storico di professione di cui  ripercorre, a veloci tratti, vita e opere. Il tempo del G.U.F. ('39-'42) lascia il posto al richiamo alle armi, la  conoscenza diretta del mezzogiorno, la partecipazione alla guerra di  Liberazione, la prima conoscenza del marxismo. Il ritorno ad Ancona, dove è nato nel 1922, segna l' inizio dell'attività politica, prima nella sinistra liberale (la lezione di Croce è  determinante), poi nel Pci. Nel '56, il difficile anno della denuncia  dei crimini di Stalin e dei moti ungheresi, è eletto segretario di  federazione e quindi, nel '58, deputato. Come parlamentare, è molto  attivo sul tema delle autonomie locali e per l' istituzione dell' ente  regione. Cinque anni dopo, la rinuncia alla rielezione e il ritorno agli studi. Inizia l' insegnamento all' Università di Urbino e si apre la stagione  dei testi più innovativi, dal "Socialismo anarchico in Italia" alla  "Revisione del marxismo in Italia", ai numerosi e ponderosi lavori sul  fascismo, agli studi sulla realtà  internazionale ed il mondo contemporaneo. Seguono, a fine anni '80, la  monumentale biografia di Pietro Nenni (1988, Premio Acqui storia) e  soprattutto la "Storia critica della Repubblica" (1996) che sembra  completare e compendiare tutti i lavori precedenti, comprendendo anche  un giudizio critico sulle radici di molti mali del nostro paese (la  questione meridionale, il persistente "vento di destra") e toccando con  attenzione "gramsciana" temi spesso tralasciati da opere analoghe: il  ruolo della Chiesa e il contesto internazionale,  temi su cui Santarelli si impegna anche a livello politico (l'adesione, immediata, a Rifondazione, i tanti interventi pubblicistici). L' opuscolo, senza alcuna pretesa di completezza o di essere opera di  peso storiografico, ha il merito di compendiare lavoro e vita di una  grande personalità della cultura dell' Italia repubblicana e,  attraverso questa, di ripercorrere meriti ma anche errori, conquiste  collettive, ma anche responsabilità per la crisi attuale della nostra  società.  E' quindi un percorso critico e autocritico che ripropone una  riflessione sull' Italia e soprattutto sulla sinitra attuale, sul peso e il ruolo della riflessione politica e storiografica.

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Atti del convegno di presentazione del saggio di Sergio Dalmasso “Lelio Basso nella storia del socialismo italiano”
Quaderni dell’Archivio Storico della Nuova Sinistra “Marco Pezzi”, p. 21, 2 Euro

Questa pubblicazione raccoglie gli atti del convegno di presentazione del saggio di Dalmasso su Lelio Basso, svoltosi il 16 Marzo 1996 a Bologna, con interventi dell’autore, di Luciano Della Mea, di Rocco Cerrato, di Piero Basso.

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1969/2009. A quarant’anni dall’autunno caldo. Dalle lotte dei lavoratori e degli studenti alla strategia della tensione
Collana Archivio Storico della Nuova Sinistra “Marco Pezzi”, pagg. 252, 12 Euro

Atti del convegno
Milano 6 novembre 2009
Palazzo Marino, Sala Alessi
 

Indice del libro:

-Relazioni del convegno
Basilio Rizzo, Vladimiro Merlin, Franco Calamida, Lidia Menapace, Mario Capanna, Giorgio Cremaschi, Giorgio Galli, Federico Sinicato, Saverio Ferrari, Emilio Molinari

-Appendici

-Appendice storica

Cronologia 1960-1980
di Fabrizio Billi

Sindacati e lotte operaie
di Carmelo Adagio

Dal grande progetto rivoluzionario alla negazione intransigente. I movimenti studenteschi del ’68 e del ’77
di Marica Tolomelli

“Donna è bello”. Il movimento femminista degli anni settanta
di Pina Sardella
 

-Documenti dalle lotte operaie e studentesche

Documento di Avanguardia Operaia sui Cub
Volantino di costtuzione del Cub Borletti
Volantino Cub Atm
Esperienze del Cub Pirelli
Volantino Cub Pirelli
Volantino Cub Recordati
Da “Voci dell’Atm”
 

-Documenti sulla Strategia della tensione

Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri. Reparto Anti Eversione
Oggetto: verbale di sommarie informazioni rese dal Senatore a vita Paolo Emilio Taviani, nato a Genova il 6/11/1919, residente a Roma Via Asmara nr 34, 4° P, quale persona informata sui fatti. Roma, 7 settembre 2000. Stralcio

Sentenza-ordinanza del Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Milano, dr. Guido Salvini, nel procedimento penale nei confronti di ROGNONI Giancarlo ed altri. Milano, 3 febbraio 1998. Parte quarta. Gli attentati del 12 dicembre 1969 e l’attentato di Giancarlo Bertoli dinanzi alla Questura di Milano il 17 maggio 1973. Capitolo 41

-Piazza Fontana, quella verità da non dimenticare. Intervista di Luciano Lanza a Guido Salvini

-Date, luoghi e vittime

-Appendice fotografica

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"Storia di un impiegato. Luigi Cipriani, dalla nazionale di Rugby alla commissione stragi in Parlamento”

film documentario in dvd
durata: 56 minuti
Produzione: THCinema
Regia: Carlo Modesti Pauer

Luigi Cipriani (1940-1992) alla fine degli anni cinquanta gioca a rugby con la nazionale, nello stesso tempo entra a lavorare alla Pirelli come tempista misurando il tempo di lavoro e la produttività per minuto dell'operaio-massa.
Poi, la lettura del Capitale di Marx, gli studi sul senso di quella vita e la necessità di capire....
Mentre il paese cambia, esplode il '68.
Alla Pirelli nascono i comitati unitari di base e poi Avanguardia Operaia.
Lo stato picchia, ammazza e mette bombe. L'anarchico Pinelli "vola" dalla Questura.
L'impegno politico di Luigi Cipriani si snoda per tutti gli anni 70 prima in Avanguardia Operaia, poi in Democrazia Proletaria, fino all'elezione in Parlamento.

In meno di un’ora di filmato Carlo Pauer, con la collaborazione del gruppo di THCinema, è riuscito a raccontare Luigi Cipriani, senza mai averlo conosciuto, meglio di quanto avrebbero potuto fare tante persone che gli sono vissute al fianco. E’ riuscito a fotografare ciò che egli era, un uomo limpido, un militante generoso che spendeva tutto di sé per i propri ideali, attraverso il racconto di alcuni suoi compagni di strada, volutamente intrecciato, frammentato ed interrotto da immagini e suoni che narrano a loro volta, oltre a Luigi Cipriani, gli anni in cui egli è vissuto.
Le musiche di De André, Jannacci, Gaber accompagnano il racconto della sorella, la casa popolare, la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta, i flash dei suoi compagni di fabbrica – la famosa Pirelli Bicocca- l’oppressione che vi vivevano gli operai. Ecco il ‘medagliere’, che ti riduceva a numero fra i numeri, un reparto mescole dove la gomma cruda ‘sparava’ assordando in maniera disumana, tempi e cottimi distruttivi, fino al mitico Sessantotto, vissuto come liberazione, possibilità di realizzare se stessi, insieme agli altri: "finalmente perché doveva succedere, perché non ce la facevamo più", spiega Salvatore Ledda, con Valtolina e Rutigliano. Ecco il CUB, dove ci si confrontava sulla fabbrica e sul mondo, dove ci si educava vicendevolmente a parlare, intervenire alle assemblee, leggere e dove Luigi diventa subito, da impiegato tempista, un leader amato dagli operai dei quali avrebbe dovuto misurare i tempi: decidendo senz’altro di fare una scelta ed assumere un ruolo assai diversi, ben più utili ed importanti.
Una ribellione sacrosanta e allo stesso tempo intelligente, capace di progetti di lungo periodo, spiegano altri compagni di viaggio – Luigi Vinci, che fu un riferimento politico importante per "Cip", da Avanguardia operaia a Dp, Sacrestani, allora studente che racconta il fascino esercitato su se stesso e tanti altri dalla classe operaia e da un rappresentante così convincente, il giornalista Corvisieri, già direttore del "Quotidiano dei lavoratori"- i cui racconti forniscono un filo conduttore del documentario, accanto a quello dei compagni di fabbrica. Ribellione che si raffina e politicizza negli anni della repressione e della strategia della tensione, con momenti drammatici quanto intensi, che Pauer racconta con l’ausilio delle immagini di manifestazioni, alternate a raffigurazioni un po’ grottesche del potere e dei suoi uomini, e di una bellissima colonna sonora: Inti Illimani, Stormy six, la Ballata del Pinelli, Bandelli, Amodei. Il partito nuovo, le speranze- illusioni sulla svolta a sinistra che non c’è. Il potere che vince, giocando sulla sottomissione della più parte della sinistra come sulla tragica rivolta armata di piccoli gruppi, che non poteva portare a nulla.
In quel contesto difficilissimo – gli anni Ottanta- chi, come "Cip", aveva maturato negli anni delle lotte progettualità, accompagnata dalla passione, non si arrende e continua. Non vuole, non può arrendersi alla stabilizzazione né accettare che gli ideali nei quali ha creduto, e tuttora crede, si impoveriscano e si trasformino in frasi vuote, non accondiscende alla deriva istituzionale, non aderisce al nuovo partito che assorbirà Dp, oramai ridotta al lumicino. Non vuole e non può arrendersi, tranne tradire se stesso e questo non lo farà mai. Continuano in pochi, finché rimarrà solo, o quasi, amareggiato ma sempre incapace di fermarsi e più progettuale che mai. Il regista, con intelligenza che sottintende condivisione e comprensione del suo percorso, preferisce giustamente non tragicizzare l’epilogo e dare le ultime immagini di Luigi Cipriani in Parlamento. Nel luogo meno adatto a recepire idealità e sapere antagonista – antagonista davvero e non a chiacchiere- vediamo "Cip" denunciare le stragi di Stato ed arringare contro la guerra del Golfo, anzi contro tutte le guerre, ed i "servi sciocchi dei guerrieri".
Un film da vedere, perché non di revival nostalgico si tratta ma di memoria, nel senso più alto della parola, di una bella pagina di storia del nostro Paese.

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