Giorno della Memoria, l'intervento di Marcello Fois

Nella seduta solenne del Consiglio comunale

Descrizione

“Buongiorno a tutti. Qualche giorno fa, mentre annunciavo a tavola di essere stato prescelto per l'onore e l'onere di parlare a questa Assemblea in occasione del Giorno della Memoria, un amico dei miei figli, che era a pranzo da noi, mi ha chiesto ‘Ma cosa si festeggia esattamente il 27 gennaio?’. Ancora, non molto tempo dopo, mentre facevo la fila al supermercato e dagli altoparlanti del locale, che diffondevano musica generica, uno speaker aveva annunciato iniziative per il Giorno della Memoria, una signora qualunque davanti a noi ha commentato ‘Ancora questa storia degli ebrei’. 

Ora, è chiaro quanto Hannah Arendt intendeva teorizzando la banalità del male, ma non sempre un concetto formulato sui libri trova, nella vita di tutti i giorni, un'espressione plastica di questa portata. La Arendt ci invita a considerare quanto del male che ci circonda non abbia parvenza di male, spesso non abbia nemmeno intenzione di male. Qualche volta è distrazione, spesso è ignoranza, spesso è afasia. Abitiamo tempi molto precisi, che hanno una sostanza antagonistica precisa. Tempi in cui il male è rappresentato pubblicitariamente da una potenza eroica, spesso intelligente, decisamente spettacolare. Ma il male è assai più banale, appunto. Si incista nella parola sbagliata e quella parola sbagliata, a sua volta, innesta un pensiero sbagliato, che produce un concetto sbagliato. 

Il 27 gennaio, dunque, non si festeggia nulla, si ricorda, tenacemente, piuttosto, ancora questa storia degli ebrei per sempre. Con le parole giuste, con i giusti concetti, con la capacità di sostanziare nel bene o nel male quanto si va affermando e pensando, si cambia il mondo. Col verbo lo si costruisce, le parole dunque, come dire è il mio strumento di lavoro. La parola è “genocidio”. Il genocidio del popolo ebraico ad opera dei nazisti e dei fascisti è un avvenimento irrimediabile della nostra storia. Irrimediabile. Non la storia nel senso di fandonia della signora qualunque al supermercato, ma la Storia con la esse maiuscola, quella che definisce la caratura dell'umanità intera e non delega al tempo il compito, spesso salvifico, spesso consolatorio, spesso auto-assolutorio, di affievolirla. Ci abbiamo provato, costantemente ci proviamo a rimuovere quell'orrore, rubricandolo come faccenda episodica, come una collettiva follia momentanea ‘Ancora questa storia degli ebrei’. Ma purtroppo non si è trattato di niente di tutto ciò. La Shoah, il genocidio del popolo ebraico a opera dei nazisti e dei fascisti, non ha rappresentato semplicemente un fatto di cui tutti dovremmo vergognarci, ma un punto di non ritorno, un abisso della nostra civiltà. La cosa ci riguarda direttamente, abbiamo precise responsabilità storiche, che non si annullano nel corso delle generazioni. Figli innocenti devono pagare un debito di memoria costante per padri colpevoli. C'eravamo anche noi. Non eravamo da un'altra parte. Non eravamo distratti. Questa memoria non è una concessione che noi facciamo ad estranei o al popolo ebraico. No. La facciamo a noi stessi. Ci sfiliamo, con un semplice atto di autocoscienza, dalla pletora infinita di indifferenti, proprio quelli odiati da Antonio Gramsci, perché gli indifferenti ci circondano. Spesso siamo noi a nutrirli con la nostra paura di esporci. Spesso li alleviamo in un Paese che ha in spregio l'istruzione, che ha fastidio per il dissenso, che detesta la critica, che soffre le tutele sindacali. Che ha a noia il duro lavoro quotidiano di salvaguardare la democrazia. La parola è “democrazia”, dunque. Quel sistema che abbiamo scelto dopo la dittatura fascista. Quel sistema che, proprio per un deficit di memoria, rischia di entrare nel tunnel della consuetudine, del dato per scontato. In quella precisa attitudine, in quella pigrizia civile, per cui ogni diritto è ovvio.

Ma nessuno dei nostri diritti attuali è ovvio, nemmeno i più basilari, nutrirci tutti, istruirci tutti, curarci tutti, tantomeno gratuito. La democrazia è un sistema costoso, complesso. Prevede cittadini istruiti, che abbiano le parole. Prevede amministratori che mettono al primo posto il bene pubblico, che ritengano l'attività politica il più alto dei servizi e non certo un privilegio personale. La dittatura è gratis. L'uomo solo al comando è gratis. Il timoniere è gratis. Colui che si ascrive la moralità collettiva è gratis. Una moralità senza etica, beninteso, perché la moralità è quanto si pretende dagli altri, l'etica quanto si dovrebbe pretendere da sé stessi. 

Cosa si fa, dunque, il 27 gennaio? Si versa il nostro contributo per la democrazia, che è un contributo non facile da pagare perché significa mettere il dito nella piaga inguaribile che abbiamo generato a partire dalle leggi razziali, anche in questo nostro paese di brava gente. Il 27 gennaio ricordiamo e ribadiamo che la differenza tra democrazia e fascismo consiste nel fatto semplicissimo che in democrazia è possibile persino dichiararsi e agire da fascisti. Mentre sotto il fascismo è impossibile dichiararsi e agire da democratici. Agli indifferenti questo punto sfugge. Per gli indifferenti il passato è semplicemente un velo che copre, un vento che erode, un fumo che confonde, una benda che ostruisce la vista.  Questo ci salverebbe dal pensiero di quanto possa essere incommensurabile la portata di quel male banale, sottile, quotidiano, che può arrivare a ridurre la caratura dei fatti, a metterli in dubbio, persino a ribaltarli fino a confondere la vittima col carnefice. Il passato come dato statistico, che può autorizzare a sovrastimare la nostra certezza di essere al sicuro, di non correre più il rischio di trovarsi nuovamente ingoiati da quell'abisso, ignorando il peso su di sé della disumanizzazione a cui si sottopongono gli altri. Come disse Primo Levi “la stessa disumanizzazione che noi subivamo perché imposta, la vedevamo avvenire in chi ci custodiva”. La parola è dunque “disumanizzazione”. I libri di storia sono territori di fatti senza umani. Articolano le vicende senza considerare gli uomini, le donne, i bambini che li hanno subiti. La memoria riempie di uomini, donne, bambini quelle pagine di meri fatti. Ne fa sentire i lamenti, ne amplifica le urla, ne racconta per filo e per segno l'orrore. Ma soprattutto ci libera dall'illusione che quell'avvenimento sia un unicum che è arrivato il momento di archiviare e ci impedisce, oggi come allora, di poter dire “Io non c'ero, non mi sono accorto di nulla, io non sapevo”. Questo succede, come rito collettivo, ogni 27 gennaio. Niente da festeggiare. 

Vorrei chiudere questo intervento invitandoci a riflettere sul presente, a ribadire quell'ovvio di cui è bene non stancarsi mai, e cioè che noi siamo una Repubblica democratica fondata sull'antifascismo e quindi dovremmo avere, nel nostro stesso Dna il timore di ripercorrere quell'orrore che è stato il genocidio del popolo ebraico a opera dei nazisti e dei fascisti. Dovremmo avere, nel nostro Dna, la percezione e il terrore di ogni segnale di ripresa e di risveglio di quel pensiero che ha generato quell'atto irrimediabile e che può generarne altri, altrettanto irrimediabili, oggi. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Infatti.

Viva l'Italia antifascista”. 

Ultimo aggiornamento: 27/01/2026

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