25 aprile, il discorso dell’assessora regionale Isabella Conti
Descrizione
Grazie Sindaco, Grazie Anna Cocchi, Grazie ANPI, grazie a tutte le cittadine e i cittadini che questa mattina come ogni 25 aprile scelgono di non mancare l’appuntamento con la Storia, la nostra Storia, la Storia della nostra Democrazia. Vi porto il saluto e l’abbraccio del Presidente della Regione Michele de Pascale che oggi ha delegato me per rappresentare l’Emilia Romagna a Bologna, in questa giornata di festa e libertà. Per me è un onore che le parole non possono descrivere.
Casa Cervi, Monte Sole - Marzabotto, Campo Fossoli.
Voglio richiamare questi luoghi, uno per uno, perché sono presìdi vivi della nostra coscienza democratica. Luoghi che parlano, anche nel silenzio e che continuano a interrogare il nostro presente.
E proprio questi sono i luoghi che hanno rischiato di essere privati delle risorse necessarie a mantenerne viva la funzione perché questo Governo aveva tagliato i finanziamenti.
Se non fosse stato per l’intervento immediato del Presidente Michele de Pascale e per una reazione collettiva forte e consapevole, quel rischio si sarebbe tradotto in un progressivo silenziamento.
Quei luoghi devono restare aperti, vivi, presenti come strumenti di conoscenza, di formazione, di responsabilità.
Una democrazia che indebolisce i luoghi della propria memoria indebolisce se stessa.
Non posso non pensare, a mio nonno che mi portava qui, al sacrario dei caduti, e si fermava davanti alla formella con il suo nome: “Mi hanno fucilato con gli altri, a Ronchidoso. Pensavano fossi morto. Lo pensavo anche io ma sono caduto in un dirupo, e mi ha salvato un contadino.”
Bruno Tanari, Partigiano a 18 anni, nome di battaglia “Fido”.
Come lui, in quegli anni, furono migliaia i ragazzi e le ragazze, giovanissimi, che si trovarono a cambiare il corso della storia. Spesso senza rendersene pienamente conto, perché non erano mossi dall’idea che sarebbero diventati eroi, non sapevano come sarebbe andata a finire.
Non avevano davanti alcuna promessa di vittoria
Volevano, semplicemente, mettere fine alle ingiustizie e smettere di vivere nella violenza e nella paura.
Quando gli ho chiesto: “nonno ma a 18 anni perché ti sei ribellato? Perché hai fatto questa scelta?” Lui mi ha risposto: “perché erano prepotenti”.
In questo c’è qualcosa che riguarda anche noi.
Perché se è vero che la storia ci ha mostrato la banalità del male, io sono convinta che esista una forma altrettanto essenziale e radicale, di bene.
Un bene che nasce dall’impossibilità atavica di accettare la violenza come regola.
Di non piegarsi quando tutto intorno spinge a farlo.
È una semplicità solo apparente.
Perché restare integri, restare umani, in certi momenti della storia, è la scelta più difficile.
Eppure è da lì che tutto comincia.
Ho sempre trovato incredibile e affascinante questo aspetto: le ragazze e i ragazzi partigiani erano nati e cresciuti nel ventennio. Non avevano mai conosciuto la libertà, non avevano mai fatto esperienza della democrazia.
Erano stati educati dentro un sistema che esaltava la forza, la disciplina cieca, la prevaricazione, il culto del capo.
Non avevano conosciuto altro, eppure, a un certo punto, dentro di loro si fece strada qualcosa di imprevisto, qualcosa che non era stato insegnato, ma che urlava più forte della paura: il rifiuto dell’ingiustizia, la ribellione alla violenza, il bisogno di dignità.
Avevano nostalgia per un Paese che non avevano mai conosciuto.
Un Paese che esisteva come possibilità, come promessa, come idea di giustizia e di libertà. E per quell’idea, per quella promessa, decisero di rischiare tutto, affrontando la paura, la solitudine, la morte.
È grazie a quella scelta se oggi possiamo dire di vivere in una democrazia.
Una democrazia fragile, certo, imperfetta, come tutte le costruzioni umane, ma per questo tanto più preziosa. Una democrazia che non dobbiamo limitarci a celebrare, ma che dobbiamo custodire e rinnovare ogni giorno, ricordando che ciò che per noi è acquisito, per altri è stato conquistato a prezzo altissimo.
E proprio per questo, oggi, la domanda che abbiamo davanti non è semplicemente “da che parte stiamo”. Perché, almeno nei nostri principi, nei nostri valori dichiarati, sappiamo da che parte stare: dalla parte della libertà, della democrazia, della pace, dei più fragili, delle bambine e dei bambini.
La domanda vera, la domanda più esigente, è un’altra: come decidiamo di stare da quella parte?
Perché nel nostro tempo le minacce non si presentano più con la stessa evidenza del passato. Non sempre indossano una divisa, non sempre si manifestano come un potere apertamente oppressivo. E tuttavia agiscono, spesso in forme più sottili, più pervasive, ma non per questo meno profonde.
Agiscono quando la dignità delle persone diventa una variabile subordinata ad altri interessi; quando il lavoro, invece di costruire autonomia e futuro, diventa precarietà e incertezza; quando intere generazioni crescono senza poter immaginare un progetto di vita stabile, senza tempo, senza sicurezza, senza orizzonte.
Agiscono quando si diffonde un modello che spinge gli individui a competere continuamente, a misurarsi solo in termini di prestazione, a vivere come se ciascuno fosse solo, responsabile esclusivo del proprio destino, e dunque inevitabilmente esposto alla solitudine.
In questo processo, che attraversa le nostre società in modo spesso silenzioso, si consuma un indebolimento profondo: si indeboliscono i legami, si indebolisce il senso di appartenenza, si indebolisce la capacità stessa di immaginarsi parte di una comunità.
La precarietà, allora, non è soltanto una condizione economica. Diventa una condizione esistenziale. E quando le persone si sentono sole, quando si percepiscono sostituibili, quando perdono la convinzione di poter incidere, cresce la rassegnazione. E con la rassegnazione cresce l’impotenza.
È in questo spazio che si insinua il rischio più grande: quello di una società che smette di reagire, che si abitua, che considera inevitabile ciò che invece dovrebbe essere messo in discussione.
Eppure, guardando oltre i nostri confini, vediamo che esistono ancora popoli oppressi, persone che vivono sotto il peso della guerra, della violenza, della negazione dei diritti più elementari. E questo ci obbliga a non considerare la nostra condizione come definitiva o garantita.
L’Europa, e il nostro Paese, sono nati anche per rispondere a questa storia, per dimostrare che è possibile costruire un ordine diverso, fondato non sulla forza ma sul diritto, non sull’esclusione ma sull’inclusione, non sulla paura ma sulla solidarietà.
Se vogliamo essere all’altezza di questa eredità, dobbiamo tornare a produrre pensiero, a costruire visione, a esercitare responsabilità. Dobbiamo rifiutare l’idea che tutto sia già determinato, che non esistano alternative, che il compito della politica sia solo amministrare l’esistente.
La democrazia, infatti, non si conserva da sola. Richiede partecipazione, richiede impegno, richiede anche conflitto, quando necessario, ma un conflitto che non distrugge, che non divide irrimediabilmente, ma che apre spazi, che allarga diritti, che costruisce futuro.
Ed è a questo punto che la domanda ritorna, con ancora maggiore forza: come decidiamo di stare dalla parte giusta?
La risposta non può essere affidata a dichiarazioni di principio. Deve tradursi in scelte concrete, quotidiane, condivise.
Significa investire nella scuola pubblica, perché è lì che si forma il pensiero critico, che si costruisce la cittadinanza, che si apprende il valore della convivenza.
Significa difendere e rafforzare la sanità pubblica, perché una comunità si misura da come si prende cura dei più fragili, da come garantisce a ciascuno il diritto alla salute.
Significa restituire al lavoro la sua funzione originaria: non essere fonte di insicurezza, ma strumento di emancipazione, di dignità, di libertà reale.
Perché senza condizioni di vita dignitose, la libertà resta formale, e le parole perdono consistenza.
Abbiamo bisogno, oggi, di ricostruire fiducia. Di creare le condizioni perché le persone possano scegliere di restare, di costruire, di mettere al mondo figli. Perché una comunità che smette di nascere è una comunità che smette di sperare.
E allora la responsabilità che abbiamo non è soltanto quella di custodire ciò che abbiamo ricevuto. È quella di trasformarlo, di rafforzarlo, di renderlo più giusto, più inclusivo, più umano.
Perché chi verrà dopo di noi possa non soltanto ricordare ciò che è stato, ma vivere davvero in un Paese all’altezza di quel sacrificio