25 aprile, il discorso della presidente dell’Anpi provinciale Anna Cocchi

Durante le celebrazioni dell’81° anniversario della Liberazione in piazza Nettuno

Descrizione


Buongiorno e grazie per esserci, ancora una volta e sempre, a riempire questa piazza ricca di simboli e carica di significati, a cominciare dal sacrario dei nostri cari partigiani e delle nostre care partigiane.

Colgo l’occasione per ringraziare il Sindaco per la cura e gli aggiornamenti che in queste ultime settimane sono state dedicate a questo monumento sorto nel 1955, ad opera del Sindaco Dozza, voluto già dal 25 Aprile 1945 dai famigliari degli oltre 2000 caduti per la pace e la libertà di Bologna.

È bene ricordare che, anche grazie al loro sacrificio,Bologna è stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.

Oggi si celebra una festa, anzi inizia oggi 25 aprile per terminare il 2 giugno, la nostra lunga e festosa primavera resistente. È una festa speciale dato che non c’è niente al mondo di più importante della Liberazione che meriti di essere festeggiato.

Si festeggia la liberazione dal nazifascismo, dall’oppressione, dalla violenza, dai soprusi, dalla fame, dalla paura.

Il 25 aprile è una festa perché senza la libertà non ci sono la giustizia e nemmeno la pace.

È dalla libertà che discendono tutti gli altri diritti, senza i quali non possiamo dirci cittadine e cittadini a pieno titolo.

E, a proposito di diritti, quest’anno ricorre anche l’ottantesimo anniversario del voto delle donne.

Le donne in Italia, è bene ricordarlo, hanno dovuto aspettare il 1946 per poter esercitare questo importantissimo diritto / dovere. La possibilità di eleggere e di essere elette, la premessa imprescindibile per poter esercitare compiutamente la cittadinanza.

Fino a prima di allora votavano solo gli uomini, la metà delle persone.

Un po’ come adesso. Solo che adesso non si tratta di non potervotare ma di non volerlo fare. Per disinteresse, disillusione, apatia, pigrizia, ribellione…

I motivi sono i più diversi e non intendo esprimere dei giudizi.

Penso, anzi, che troppe persone siano impegnate a sopravvivere per poter pensare ad altro, tante sono le ingiustizie che pesano sul nostro Paese.

Tuttavia, votare è importante, è il primo dei diritti, ci permette di esprimerci e di scegliere.

Permettetemi di ringraziare, quindi, i tanti che in occasione del referendum costituzionale hanno deciso di votare e di votare NO. I 15 milioni di NO hanno impedito una modifica della Costituzione che in molti hanno considerato preoccupante, dimostrando che quando le persone avvertono di essere davanti ad uno spartiacque vero, che tocca le cose fondamentali, a votare ci vanno.

Dimostrando ancora una volta, che gli italiani vogliono bene alla loro Costituzione,

le sono affezionati, non sono disponibili a modifiche soprattutto se calate dall’alto e arbitrarie.

E il mio ringraziamento speciale va ai giovani, agli studenti e alle studentesse fuori sede che, determinati, hanno voluto votare accreditandosi come rappresentanti di lista nella nostra città e non solo nella nostra.

Grazie, di cuore, perché avete mandato un messaggio chiarissimo e importante:

la Costituzione si applica e non si cambia e quando c’è questo pericolo ci si attiva in tutti i modi per difenderla.

Anche così, anzi soprattutto così, si rende onore ai nostri partigiani.

Anche grazie al vostro gesto possiamo dire che il loro sacrificio non è stato vano.

Di nuovo mi rivolgo ai giovani, troppo spesso bistrattati, ignorati, considerati con sufficienza o con fastidio.

Provate a prendere esempio dalle donne che hanno partecipato alla Resistenza.

La Resistenza per loro è stata innanzitutto la rivolta contro quella cultura di guerra che condanna le donne ad essere da secoli bottino e preda degli eserciti;

ed è stata anche uno strappo con la società patriarcale.

L’adesione alla Resistenza per le donne è stata una libera scelta, compiuta senza alcun tipo di condizionamento.

Non erano costrette alla chiamata di leva, come i loro coetanei maschi.

E’ stata l’inizio di una liberazione dall’educazione fascista basata sulla rigidità dei ruoli, fuori e dentro le mura domestiche.

Un esempio luminoso ci viene offerto da Tina Anselmi che aveva solo 16 anni quando i fascisti costrinsero gli studenti delle scuole di Bassano ad uscire dalle aule per andare a vedere i corpi di 31 partigiani impiccati sul viale del paese.

Un colpo durissimo che la spinse ad aderire alla Resistenza.

Da giovane cattolica pensò che fosse necessario mettere in pratica i principi di pace, giustizia e libertà con i quali era stata educata.

Un anno dopo sarà lei a guidare la delegazione che porta agli accordi con il comando tedesco in fuga.

Dirà in seguito di aver combattuto per conquistare la pace.

Le partigiane, quindi, rompono con tutte le gerarchie, spengono il sacro focolare domestico per correre incontro alla loro libertà.

Avevano contribuito alla Liberazione del Paese e avranno un ruolo importante per la costruzione dell’Italia repubblicana e democratica.

La partecipazione alla Resistenza partigiana di fatto ha messo le donne nelle condizioni in cui non erano mai state prima, imprime cioè un’accelerazione e fa sì che quando c’è da disegnare la Repubblica lo si faccia con il loro contributo.

La Liberazione segna l’inizio di una nuova battaglia, quella per l’emancipazione.

Il 2 giugno si votò per eleggere i rappresentanti dell’Assemblea costituente, a cui venne affidato il compito di scrivere una nuova Costituzione.

Su 556 deputati eletti, 21 sono donne:

9 comuniste,

9 democristiane,

2 socialiste,

una del fronte dell’uomo qualunque.

La più giovane è Teresa Mattei eletta con il PCI, aveva appena 25 anni, ricordo che all’epoca si diventava maggiorenni a 21.

Un piccolo drappello questo delle 21 donne elette, decisamente rappresentativo del fenomeno plurale che èstata la Resistenza.

Poche ma, la loro presenza, la loro tenacia, la loro vigile operosità e la qualità del loro impegno, furono determinanti per la stesura di alcuni tra gli articoli più importanti della nostra Costituzione.

Il più noto e sicuramente il più citato, l’articolo 3 che sancisce l’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali.

Ma non erano certo degli ingenui i nostri costituenti e contemporaneamente, sapendo bene che i cittadini non sono davvero tutti uguali, stabilirono che compito dello Stato era di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese.

Tornando a Teresa Mattei desidero ricordare che per tutta la vita si è battuta per i diritti dei bambini e delle donne cercando di modificare l’articolo 3 che pure aveva contribuito a scrivere, volendo inserire anche le parole “senza differenza di età”, perché anche i più piccoli devono avere pari dignità sociale.

 

L’articolo 11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;

promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

L’articolo 37 che stabilisce che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Inoltre, la legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato e la Repubblica tutela il lavoro dei minori con norme speciali, garantendo loro la parità di retribuzione a parità di lavoro.

È importante a questo riguardo ricordare come la Repubblica abbia ereditato dalla legislazione fascista l’esclusione delle donne da molti uffici pubblici e professioni al punto che a lungo le donne non hanno potuto entrare in polizia, nella magistratura o diventare segretaria comunale, tanto forti erano i pregiudizi.

Questi sono solo alcuni esempi di quanto è stato scritto.

Nonostante gli anni che sono seguiti al 1946 siano stati segnati da un importante fervore legislativo, penso allo statuto dei lavoratori, al nuovo diritto di famiglia, all’introduzione del divorzio e alla possibilità di interrompere una gravidanza legalmente, all’abolizione del delitto d’onore, resta ancora molto da fare perché i principi sanciti dalla Costituzione non restino promesse mancate.

Solo per fare alcuni esempi cito l’introduzione del reato di violenza sessuale tra i reati contro la persona e non contro la morale, per il quale si è dovuto aspettare il 1996 e che oggi necessita che sia dimostrato il dissenso;

 

la mancanza di parità nelle retribuzioni e nelle progressioni di carriera è sotto agli occhi di tutti, per non parlare delle enormi difficoltà che ancora sussistono nel riuscire a conciliare lavoro e maternità.

Tutto il welfare è sulle spalle delle donne a causa dei pregiudizi che ancora ci trasciniamo.

La Costituzione indica la strada, traccia chiaramente la via.

Sta a noi batterci per far sì che su quel percorso si possano fare molti chilometri e non solo qualche centinaio di metri.

Occorre cambiare la grammatica del potere per arrivare ad un’attenzione diversa verso le donne

penso, ad esempio, ai troppi contratti part time imposti e alla mancanza del congedo parentale paritario, al lavoro povero e discontinuo che crea pensioni povere.

Si migliora la vita di tutti gli italiani riducendo le fragilità che colpiscono le donne.

Ancora torna utile l’esempio di Tina Anselmi che nel 1973 fece approvare una legge per la tutela del lavoro a domicilio e che nel 1976, diventata ministra del lavoro e della previdenza sociale, la prima donna a far parte del governo nella storia d’Italia, riuscì a portare in Parlamento la legge per le pari opportunità, un testo per la vera emancipazione delle donne nel mondo del lavoro.

 

In seguito, si batterà per un nuovo diritto di famiglia.

Non possiamo permetterci flessioni: i risultati ottenuti vanno difesi con determinazione, per essere certi di non arretrare e per arrivare alla piena affermazione di quanto ci è stato promesso nel 1946.

Perché cito ancora una volta Tina Anselmi, perché sosteneva che:

“la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni precedentemente concimati.

La democrazia non sono solo libere elezioni, non è solo progresso economico. È giustizia, è rispetto della dignità umana, è tranquillità per gli anziani e speranza per i giovani.

La democrazia è pace”.

Quindi, non dobbiamo dare per scontato che la guerra e la violenza siano l’unico strumento per la soluzione dei conflitti, non dobbiamo permetterci anche solo di pensare che l’utilizzo delle armi nucleari sia una possibilità.

È anche per questo che faccio mie le parole che il presidente Sergio Mattarella ha rivolto ai giovani di Salamanca:

Dovete essere il vento di cui il mondo ha bisogno se non vogliamo sprofondare nella terra di nessuno dove vince il più forte,

dobbiamo rinsaldare i pilastri della democrazia e dei diritti umani.

Il percorso che l’Europa deve fare per ritrovare sé stessaè quello di creare un’alternativa alla legge del più forte.

Ed è solo attraverso lo studio e la conoscenza che ci si può battere davvero per la pace.

Ecco, l’Europa, la grande assente dal dibattito internazionale, la silenziosa e timida Europa che sembra aver rinunciato ad esercitare la diplomazia non è certo l’Europa che era stata immaginata da chi era al confino a Ventotene.

Quanto ci manchi caro David Sassoli, quanto mancanola tua visione e la tua idea di progresso e di giustizia.

 

Concludo ricordandovi che l’Anpi esercita la propria attività grazie anche allo straordinario lavoro di tante volontarie e di tanti volontari, coltivando la memoria di chi in quegli anni bui non ebbe esitazione nello scegliere da che parte stare.

E ripensando a quei giovani e a quelle ragazze che salirono in montagna al costo di enormi sacrifici, anche della vita, è straordinario pensare che lo fecero in nome di principi che non conoscevano, che non avevano mai visto, essendo cresciuti ed essendo stati formati secondo le logiche del regime fascista.

Combatterono per la democrazia senza nemmeno sapere cosa fosse.

Semplicemente volevano il contrario di quello che avevano visto e vissuto fino ad allora e si batterono ispirati da valori per i quali è valso anche morire.

La Resistenza è stata, quindi, anche un grande laboratorio di progettazione e di elaborazione intellettuale e politica.

Scegliere la lotta al fascismo ha significato costruire un mondo nuovo, continuare a combattere il fascismo significa oggi cambiare le leggi e la mentalità prendendoci ogni giorno la nostra parte di responsabilità.

Per questo, oltre che coltivare la memoria della Resistenza, l’Anpi si prodiga per riportare al centro del dibattito il rispetto della Costituzione continuando a battersi per la vera rivoluzione:

la sua piena applicazione.

Buon 25 aprile e viva la Resistenza!

Ultimo aggiornamento: 25/04/2026

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