2 agosto 2026, l'intervento del sindaco di Bologna Matteo Lepore, nel 46° anniversario della strage alla stazione
Descrizione
Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, è intervenuto questa mattina in Piazza Medaglie d'Oro dopo il minuto di silenzio in memoria delle vittime della strage alla stazione del 2 agosto 1980.
Di seguito il discorso pronunciato.
“Care cittadine e cari cittadini.
Autorità civili e militari presenti, sindaci e sindache, amministratori e amministratrici venute e venuti da ogni parte d’Italia con i vostri gonfaloni e le vostre fasce tricolori. Grazie per la vostra numerosa partecipazione. Staffette della memoria e rappresentanti delle associazioni, rappresentanti delle scuole, genitori: grazie, grazie di essere qui con noi oggi da ogni parte di Bologna e d’Italia.
Quest’anno più che mai, un’enorme partecipazione è un segnale che fa bene alla nostra Democrazia.
Sono da poco passate le 10.25 del mattino.
Da quarantasei anni, ogni anno, la nostra città si ferma. È un atto che rinnoviamo, in memoria delle ottantacinque persone che quel sabato di agosto non sono più tornate a casa, dei 216 feriti e dei loro familiari, che da allora portano avanti — con una dignità e una tenacia che questa città non dimenticherà mai — una battaglia che non è solo loro ma è di tutti noi.
A voi, familiari, va il nostro più commosso GRAZIE.
Grazie perché con le vostre battaglie, i vostri dubbi, le vostre prese di posizione, spesso solitarie e scomode, ci avete insegnato che la verità e la giustizia sono beni della collettività da coltivare e da difendere.
Voi lo sapete bene e lo sa bene Bologna, la verità e la giustizia non sono concessioni.
Quel giorno di Agosto, era uno dei più affollati dell'anno alla stazione: famiglie in partenza per le vacanze, studenti, lavoratori, persone che tornavano a casa. Un giorno scelto non a caso, per la sua ordinarietà, per il suo essere pieno di vite comuni.
Un ordigno collocato nella sala d'aspetto di seconda classe fece crollare l'ala della stazione e trenta metri di pensilina, investendo anche un treno fermo al primo binario.
È rimasto, ed è tuttora, l'atto di terrorismo più grave della storia della nostra Repubblica.
Ma Bologna, quel giorno, rispose anche con un'altra immagine, altrettanto indelebile: quella dei bus urbani trasformati in ambulanze di fortuna, dei tassisti, dei vigili del fuoco, dei semplici cittadini accorsi a scavare tra le macerie a mani nude.
Una città intera che si mise al servizio della vita, senza distinzioni, senza calcoli. Quella risposta — popolare, solidale, profondamente democratica — è parte della nostra identità tanto quanto il dolore di quel giorno, e sarà per sempre ricordata dal conferimento della medaglia d’oro al valor civile da parte del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Sopra le sale d'aspetto, negli uffici della società che gestiva il bar e il ristorante della stazione, quella mattina erano al lavoro sei donne.
Una aveva appena scelto i mobili per la casa dove avrebbe dovuto sposarsi di lì a poco.
Un'altra, la più giovane, lavorava lì da appena quattro mesi ed era al telefono con un fornitore.
Un'altra ancora aveva lasciato a casa due bambini piccoli, uno di appena quindici mesi.
Erano donne comuni, in un giorno di lavoro comune.
Il terrorismo non sempre colpisce simboli: colpisce le vite delle persone, nella loro quotidianità più assoluta.
Una di quelle sei donne, Mirella, lasciò un figlio di quattordici anni.
Quel bambino oggi è un uomo che da un anno guida, con la stessa dedizione con cui lo hanno fatto Torquato Secci e Paolo Bolognesi prima di lui, l'associazione che tiene insieme tutte le famiglie di questa strage.
Caro Paolo Lambertini, a nome della nostra città, oggi ti voglio abbracciare e assicurare che Bologna non ti farà mai mancare il suo supporto per proseguire il lungo cammino verso la verità.
Tu Paolo lo sai meglio di tutti noi.
Per decenni ci hanno detto che la verità sulla strage di Bologna non si sarebbe mai potuta raggiungere fino in fondo. Che era destinata a restare, come tanti altri episodi della nostra storia recente, un mistero italiano irrisolvibile.
Oggi, possiamo dire che non è più così.
Le sentenze definitive di questi ultimi anni — la Cassazione su Gilberto Cavallini nel gennaio 2025, la Cassazione su Paolo Bellini pochi mesi dopo — non sono un capitolo in più di un dibattito che si trascina all'infinito.
Sono l'accertamento, a tre gradi di giudizio, di una verità che la nostra Repubblica doveva al popolo italiano: la strage di Bologna fu un atto di terrorismo neofascista, maturato nell'ambito di organizzazioni eversive di destra, reso possibile da complicità che arrivarono fino ad apparati dello Stato e alla loggia P2, in un contesto di complicità internazionale.
Non è un'ipotesi giornalistica. Un fatto giudiziario, provato oltre ogni ragionevole dubbio, dopo quarantacinque anni di indagini.
E qui vorrei essere preciso, perché lo dobbiamo alla memoria di chi ha lavorato per questa verità, a partire dalla Procura generale, gli avvocati di parte civile e i magistrati coinvolti. E lo dobbiamo anche al Giudice Amato ucciso dal terrorismo neofascista poche settimane prima della strage mentre indagava sullo stesso mondo che avrebbe colpito Bologna.
Attorno a quei fatti, per decenni, sono stati costruiti depistaggi su depistaggi. Come la pista palestinese. Ogni singolo tentativo di depistaggio, oggi, è stato analizzato e respinto da sentenza definitiva.
Non per accanimento come qualcuno ancora scrive, ma per restituire ai familiari, e a questa città, quello che era loro dovuto fin dall'inizio: la verità intera, senza sconti e senza scorciatoie.
La Strage di Bologna fu a tutti gli effetti l’episodio più tragico di una lunga scia di sangue, una guerra sporca legata ad un strategia che più complessivamente mirava al contenimento dell’avanzata comunista in Italia, ma soprattutto al condizionamento della vita democratica del nostro paese tramite la violenza politica.
Un ricatto costante alle istituzioni e al popolo italiano.
Sin dagli anni ‘60, sappiamo che organizzazioni di varia natura, radicate anche in apparati dello Stato, attuarono operazioni di condizionamento della vita democratica del nostro paese, in un contesto internazionale segnato dalla Guerra Fredda e dalla collocazione atlantica dell’Italia.
Prima le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1974, interne a una pianificazione radicata ad altissimo livello. Poi gli anni del terrorismo, i legami e il coinvolgimento delle mafie ancora da chiarire.
Bologna, di fronte alle ferite più profonde della sua storia, ha sempre risposto nello stesso modo: partecipando.
Non è un caso che il sindaco Renato Zangheri parlò ai funerali delle vittime di una fiducia nella giustizia che poggia sull'animo di grandi masse di donne e di uomini: una fiducia, cioè, che non scende dall'alto, ma nasce dalla partecipazione di un intero popolo.
È importante esserci quest'anno. E’ importante esserci perché c'è una sentenza passata in giudicato, di cui ancora in troppi non vogliono parlare.
Vogliono parlare di altro e si rifiutano di leggere cosa c'è scritto in quelle 1700 pagine che descrivono la storia d'Italia.
In quelle pagine sono indicati i mandanti della strage. La più grande strage in tempi di pace, se così vogliamo definirli.
Quando ci viene chiesto cosa significa essere italiani, io dico innanzitutto dovrebbe significare conoscere la storia del nostro paese, conoscere la storia del proprio paese e chiedersi come mai a Bologna sia stata fatta la più grande strage contro il popolo italiano da quando è finita la seconda guerra mondiale.
Questa domanda riguarda la nostra democrazia e il nostro modo di stare insieme. Dobbiamo domandarci come mai quella sentenza si prova a non citarla, si prova a non raccontarla, come mai una sentenza passata in giudicato all'ultimo grado di giudizio viene messa ancora in discussione da autorevoli rappresentanti della stampa e della politica nazionale?
Questo è dignitoso nei confronti del popolo italiano?
La nostra Costituzione all'articolo 1 dice una cosa molto chiara: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
I familiari delle vittime quell'articolo lo conoscono molto bene, perché dopo quella strage non hanno chiesto vendetta, hanno chiesto verità e giustizia e si sono rivolti alle istituzioni, si sono rivolti ai loro comuni di provenienza, si sono rivolte ai loro avvocati e si sono rivolte ai tribunali della Repubblica italiana.
Per 46 anni, nonostante i depistaggi, nonostante le trame oscure che sono descritte in quella sentenza, nonostante diversi tentativi di non arrivare alla verità, i familiari sono andati avanti e sono andati avanti chiedendo a tutti noi ogni anno di scendere in piazza, di essere sempre di più nelle scuole, nei luoghi d'incontro, nei luoghi di lavoro, nei luoghi dello sport.
Sono loro i familiari ad averci chiesto di essere con loro, ovunque, ed è attraverso la nostra partecipazione che noi abbiamo dato loro forza, a cittadini e cittadine italiane sconosciuti, che finalmente hanno ottenuto delle sentenze che inchiodano gli autori materiali, anche se non tutti, perché è probabile che quel giorno fossero molti di più, e i mandanti, i depistatori e tutti i fiancheggiatori, i finanziatori della strage.
Ed è soltanto con la partecipazione, che noi abbiamo ottenuto il rispetto che Bologna meritava ed è soltanto con la partecipazione che le vittime hanno ottenuto non misericordia, ma giustizia.
Mentre questo accadeva, alcune delle più alte cariche dello Stato dicevano di dirigere lo sguardo da un'altra parte.
Ma per fortuna, noi possiamo ringraziare anche altre istituzioni, a partire da quei Presidenti della Repubblica che ci sono stati vicini, come il Presidente Sergio Mattarella.
Da quest'anno i parchi della città di Bologna avranno sentieri con i nomi delle vittime.
Abbiamo deciso insieme all'associazione dei familiari di realizzare questo progetto perché durante le nostre passeggiate, i nostri momenti più intimi, potremo raccontare cos’è stato il 2 agosto per noi ai nostri figli.
Questa è la storia di Bologna.
La storia dei cippi partigiani, delle scuole intitolate alle vittime delle stragi, a chi ha dato davvero la vita per riscattare la dignità della patria.
Cari bolognesi radunati qui oggi in piazza, è difficile descrivere le emozioni che provo nel mio ruolo.
Oggi, voglio dirvi questo.
Solo abbracciando un familiare di una vittima, di qualsiasi strage o accadimento, soltanto ricevendo un abbraccio da uno di loro si può capire veramente cosa può significare questo gesto così semplice.
Ed è soltanto abbracciando chi ha deciso di donare il proprio dolore alla comunità, si può capire veramente cosa significa fare qualcosa per gli altri, perché non c'è niente di più prezioso, di più intimo e umano del proprio dolore.
Per questo noi abbiamo una città che porta il nome delle persone che hanno dato la propria vita per la sua libertà.
Bologna è la città con due medaglie d'oro, la città con più nomi di partigiani e partigiane scolpite nella pietra, la città con più nomi di vittime delle stragi di tutto il nostro paese. Nessuna città italiana ha avuto così tante vittime come la città di Bologna in tempi di pace, nessuna città ha avuto come noi le stragi sul lavoro, la strage di Ustica, la Uno Bianca, il 2 agosto.
Quindi, cari bolognesi non abbiate paura.
Perché noi, noi bolognesi, possiamo marciare orgogliosi di quello che siamo e di quello che abbiamo fatto.
E siamo consapevoli che la democrazia in questo paese si salva con la partecipazione, con la consapevolezza di cosa significano gli articoli della nostra Costituzione e di quello che è scritto nelle sentenze dei tribunali passate in giudicato.
Le stragi di mafia e le stragi della strategia della tensione sono avvenute per deviare il corso della storia, per mettere mano al percorso naturale e popolare che l'Italia si stava dando. Per questo motivo ci sono state quelle bombe nella storia del nostro paese.
Tra le persone che sono qui oggi, venute da lontano, voglio salutare Horst Mader, padre di Kai e Eckhardt, marito di Magret. Tutti scomparsi con lo scoppio della bomba.
Insieme a lui, ieri ho preso parte al tradizionale appuntamento di ricordo dei 7 bambini morti nella strage. A Villa Torchi, a Corticella, accanto alla Scuola che cinque anni fa abbiamo dedicato ai suoi figli.
Insieme a Kai Mäder, 8 anni e Eckhardt Mäder, 14 anni, persero la vita anche:
- Angela Fresu, 3 anni — la vittima più piccola della strage. Era in stazione con la mamma Maria e un’amica di famiglia, diretta in vacanza sul lago di Garda. Morirono entrambe, insieme all’amica Verdiana Bivona.
- Luca Mauri, 6 anni — avrebbe iniziato la prima elementare quell’autunno. Viaggiava con i genitori Carlo e Anna Maria verso le vacanze in Puglia: un incidente d’auto li aveva già costretti a fermarsi a Bologna e a prendere il treno. Morirono tutti e tre insieme.
- Sonia Burri, 7 anni — era in stazione con la famiglia, arrivata da Bari (saluto il sindaco di Bari che è qui con noi insieme a tanti altri sindaci). Fu trovata viva tra le macerie, vicino alla sua bambola rossa, ma morì in ospedale due giorni dopo. Con lei morirono anche la sorella Patrizia e la zia Silvana.
- Manuela Gallon, 11 anni — bolognese, aveva appena finito la quinta elementare. Era in stazione con i genitori, in attesa del treno per la colonia estiva. Morì cinque giorni dopo in coma; anche la madre Natalia morì per le ferite.
- Francesco Cesare Diomede Fresa, 14 anni — di Bari, viaggiava con i genitori Vito ed Errica per evitare il traffico autostradale. Morirono tutti e tre; sopravvisse solo la sorella, che non era partita con loro.
Care e Cari bolognesi,
il fascismo italiano non fu solo una dittatura politica — fu anche un'estetica e una teologia della morte.
Il futurismo di Marinetti, che ne alimentò l’immaginario, esaltava la guerra come "sola igiene del mondo".
Mussolini teorizzava il "vivere pericolosamente" come virtù. D'Annunzio costruì un intero linguaggio pubblico attorno al sacrificio e al culto dei caduti.
Nei riti fascisti, all'appello del nome di un caduto, la folla rispondeva "Presente!" — come se la morte in nome dell'ideologia fosse la forma più alta di appartenenza.
Storici hanno chiamato questo fenomeno, con precisione, "culto della morte": la vita del singolo contava meno del sacrificio, la persona meno del mito.
C'è una differenza, vedete, che vorrei dire con parole semplici, tra chi ha costruito un'ideologia sul culto della morte e chi, come la nostra città, ha costruito la propria identità sul valore della vita.
Chi pose quella bomba nella sala d'aspetto della nostra stazione veniva da una cultura politica che aveva fatto della morte un valore: la morte come sacrificio eroico, come purificazione, come affermazione di una presunta superiorità sulla vita comune delle persone.
Una cultura che chiamava "presente" chi non c'era più, come se il vuoto lasciato da una vita spezzata potesse essere riempito da un mito.
Noi, a Bologna, conosciamo la morte in un altro modo.
La conoscono i familiari che sono qui oggi, che non hanno bisogno di nessuna teoria per sapere che cosa significhi l'assenza di una persona cara: un posto vuoto a tavola, una voce che non richiama più, un compleanno che nessuno festeggia più insieme.
Ottantacinque persone non sono un numero, e non sono un simbolo: sono ottantacinque vite intere, con un nome, un mestiere, un affetto, interrotte in un attimo. E oltre duecento persone hanno portato per sempre, nel corpo o nella memoria, il segno di quell'attimo.
Per questo, di fronte a chi ha fondato una visione del mondo sul culto della morte, Bologna risponde da quarantasei anni con l'unica cosa che a quella cultura è sempre mancata: il valore della vita.
La vita, non come parola astratta, ma come pratica quotidiana — la solidarietà di chi accorse quel giorno a soccorrere, il lavoro dei familiari per la verità, la scelta di questa città di rimanere aperta, plurale e viva.
Il nostro futuro non lo costruiamo sul mito di un sacrificio. Lo costruiamo, ogni giorno, sulla cura reciproca tra le persone che lo abitano. Sull’amore che proviamo gli uni nel confronto degli altri, la gioia che proviamo nel guardare figli e genitori negli occhi.
Ma c'è anche un modo, più concreto di ogni discorso, in cui questa città dimostra ogni giorno da che parte stare: i luoghi che sceglie di costruire.
Qualcuno racconta Bologna come una città cupa, dilaniata, quasi consumata dall'odio e dalla paura, io vedo un'altra città.
La vedo qui oggi, adesso, anche mentre ricordiamo una strage, la vedo nelle scuole che rinnoviamo, piene di bambini e bambine, che sono il nostro futuro, la nostra speranza.
Bologna non è una città dell'odio. È una città che, ogni giorno, sceglie deliberatamente di prendersi cura di sé, e lo fa proprio a partire dai più fragili.
Ma attenzione, quella cultura della morte di cui parlavo non è confinata al Novecento. Ha ancora oggi le sue voci, spesso più forti di quanto vorremmo credere.
Ha la voce di chi, pochi giorni fa, davanti a esseri umani in fuga verso le coste spagnole di Ceuta, illusi da notizie social false e improvvisamente diffuse in Marocco tra la popolazione, ha scelto di paragonarli pubblicamente a un'invasione di zombie, riducendo la disperazione di persone reali a un fotogramma horror da condividere per calcolo e cinismo politico.
Ha la voce e il gesto di chi, ancora oggi, nelle piazze italiane, alza il braccio teso gridando ‘presente’ in adunate che si ripetono con una frequenza che dovrebbe preoccupare tutti noi e soprattutto le autorità competenti.
Sono linguaggi diversi da quelli del 1980, ma nascono dalla stessa radice: la convinzione che esistano vite che contano meno di altre, corpi che si possono deridere, deumanizzare, ridurre a minaccia invece che riconoscerli come persone.
Bologna, il 2 agosto, non ricorda solo un fatto del passato: ricorda a se stessa, ogni anno, che quella radice va riconosciuta e combattuta ogni volta che si ripresenta, con qualunque linguaggio, in qualunque epoca.
Ecco perché è giusto riconoscere l’antifascismo come ragione comune e fondativa del nostro patrimonio di valori. L’Italia è e deve rimanere antifascista, indipendente, unita e indivisibile, un paese europeo e mediterraneo, un paese accogliente e antirazzista, fondato su principi di non violenza e di pace, di libertà e di democrazia.
Diceva Martin Luther King che l'ingiustizia commessa anche in un solo luogo finisce per minacciare la giustizia ovunque nel mondo.
Sono parole nate in una lotta lontana dalla nostra, eppure raccontano esattamente la strada che Bologna ha percorso in questi quarantasei anni: una strada fatta di verità cercata senza mai stancarsi, di giustizia pretesa fino in fondo, di rispetto dovuto alla dignità di ogni vittima e di ogni familiare.
Non è un cammino che riguarda solo il passato. È il modo in cui una comunità dimostra, ogni giorno, di meritare la propria libertà.
Perché la violenza non ha colore politico, la violenza è sempre sbagliata ed è una cosa alla quale ci dobbiamo opporre. Ma opporsi alla violenza significa per noi a Bologna partecipare, non stare in silenzio, non essere indifferenti, perché l'indifferenza è uguale alla violenza, genera mostri e noi lo sappiamo bene.
Ora spetta a noi, spetta a noi: le italiane e gli italiani. Bologna chiama l’Italia. Rimettiamoci in cammino.
Ricordiamocelo oggi quando torneremo a casa tra poco.
Noi che non lasceremo più questa piazza e questa città, per sempre segnate e disegnate per essere un pilastro della coscienza civile italiana ed europea.
Noi che contro i depistaggi e le falsità lottiamo da quando raccontarono che anche la strage di Marzabotto non era mai avvenuta.
Noi cammineremo anche per chi non può più farlo.
Cammineremo per chi ha perso tutto. Cammineremo finché ogni verità sarà detta, ogni giustizia compiuta, ogni nome ricordato.
Non vincerà chi ha scelto la violenza.
Noi siamo qui con il nostro pensiero critico.
Ci saremo anche domani.
E ci saremo ogni anno, finché ci sarà anche solo una persona a voler portare avanti questo testimone.
Ci vediamo il prossimo 2 agosto.
In tanti. Ancora di più.
Perché la memoria è un dovere. E la giustizia è una promessa”.