Agostino Giovagnoli, "Il caso Moro. Una tragedia repubblicana", il Mulino, 2005, pp. 382, 22 euro
 

Intento dell'autore è oltrepassare le acque insidiose che separano la "storia criminale" - così viene qualificata gran parte di ciò che è stato scritto - da una vera e propria storia del caso Moro. Ci si vuole cioè allontanare da ciò che è ritenuto ancora avvolto dal mistero per usare le fonti concrete a disposizione degli studiosi. Giovagnoli cita in proposito gli squarci di luce provenienti dall'analisi delle lettere di Moro operata dal fratello Alfredo Carlo ( Storia di un delitto annunciato . Le ombre del caso Moro , Editori Riuniti, 1998), la critica di molteplici fonti elaborata da Valdimiro Satta ( Odissea nel caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della Commissione Stragi , Edup, 2003) e, soprattutto, lo sforzo di Marco Clementi che, secondo l'autore, "per primo si è posto il problema di 'fare storia del caso Moro'" ( La "pazzia" del caso Moro , Odradek, 2001).
Di storia politica, comunque, qui si discorre, "con particolare attenzione al conflitto o ai conflitti che, sul piano etico, l'hanno accompagnata". Infatti, il fulcro delle 382 pagine (di cui più di cento dedicate alle note, da leggersi con non minore attenzione) è costituito dalla puntigliosa analisi dei documenti e dei dibattiti maturati, nel corso del rapimento, all'interno della Dc, del Pci e del Psi. Nessuna futura ricostruzione potrà prescindere dalla caratterizzazione offerta da Giovagnoli dei tre principali partiti protagonisti, e della maniera con cui si condizionarono reciprocamente. La linea della fermezza costituì poi una scelta obbligata per il Pci, che, come nuovo arrivato nella maggioranza, si vedeva costretto a esibire credenziali di primo della classe in fatto di senso dello stato, di fronte a una sfida che evocava i fantasmi del passato rivoluzionario.
Come osservato da Giovagnoli, e dallo stesso prigioniero, tale atteggiamento rese difficile, se non impossibile, ogni trattativa condotta dalla Dc e affievolì quella "fermezza flessibile" che richiederebbe un posto accanto alle "convergenze parallele" nel glossario di quel partito. Lo sforzo fu comunque bruciato in extremis dall'esecuzione della condanna a morte da parte delle Br. Tale dinamica venne ulteriormente rafforzata da altri partiti e dalle voci laiche che arrivarono a chiedere la pena di morte, oltre che dal fronte compatto della stampa indipendente.
Se Giovagnoli è da una parte spietato nella ricostruzione del condizionamento esercitato dal Pci sulla Dc, dall'altra si limita a registrare gli orientamenti di vari centri di potere extrapolitici, stampa compresa, fino a dimenticare il ruolo giocato dal "Corriere della Sera", allora in mano alla P2, dall'autore pressoché ignorata in quanto parte dell'area dei misteri per definizione non documentabili. Né egli si pone il problema dei condizionamenti internazionali subiti dalla Dc e dal governo.
Ai tentativi di Craxi, e del suo partito, di smarcarsi da tale politica, in modo da affermare una ritrovata libertà di manovra, Giovagnoli dedica anche troppo spazio. Nell'economia del suo ragionamento sarebbe stato forse più utile chiedersi con maggiore insistenza come e perché tutti i tentativi di salvare la vita dello statista - da quelli sopranazionali, in primis quello di Paolo VI, a quello di Craxi - furono così prontamente respinti, o elusi, dalle Br. Secondo Giovagnoli la spiegazione va ricercata nella logica della violenza che li ispirava, ma anche nel fatto che i diversi interlocutori, condizionati dalla politica della fermezza, offrirono loro contropartite scarsamente appetibili: riscatti economici o provvedimenti unilaterali di grazia. Le Br erano in realtà scarsamente interessate a un negoziato che avesse come obiettivo lo scambio di "prigionieri politici" se si affrettarono a chiedere la liberazione di tredici carcerati, tra cui il detenuto comune, politicizzatosi in carcere, Sante Notarnicola.
Secondo l'autore, le Br avrebbero oscillato tra il culto della violenza, che amavano definire "militare", avendo come obiettivo l'insurrezione armata, e quello di una politique politicienne , che le portava ad aspirare innanzitutto a una sorta di riconoscimento giuridico della loro esistenza politica. Questo scenario tutto italiano, secondo cui la partita intorno alla vita del maggiore statista italiano si sarebbe giocata intorno a una questione formalistico-giuridicistica, è, a un tempo, grottesca e affascinante. Quasi che, per le Br, come per il ministro dell'Interno Cossiga, il rilievo storico dell'Ira, o dell'Olp non fosse determinato dalle loro azioni armate, ma da qualche ipotetico riconoscimento giuridico da parte britannica e israeliana.
Ho l'impressione che l'autore stesso sia caduto in quel vizio di politique politicienne che ripetutamente attribuisce ai protagonisti della vicenda. Sarebbe stato forse più utile stare ai fatti. E il fatto principale di quei cinquantacinque giorni è che nemmeno l'abilità politica di Aldo Moro, di cui le sue lettere sono ulteriore testimonianza, è riuscita a salvarlo dall'incudine costituita dallo schieramento della fermezza e dal martello delle Br. Come in quasi tutte le situazioni di conflitto violento, siamo in presenza di un partito trasversale, che, consapevolmente o inconsapevolmente, è animato dalla convinzione che sia suo interesse portare il conflitto medesimo alle estreme conseguenze (ritenendo queste ultime comunque preferibili a qualsiasi situazione negoziata o di compromesso). Nelle diverse fasi della vicenda, ricostruita nei suoi termini più "politici" da Giovagnoli (utilità, ma anche limite, del lavoro), di fronte a ogni tentativo di contatto negoziale prevale il sordo rifiuto delle Br, quasi a rassicurare chi, dalle parte opposta della barricata, lo interpreta, per definizione, e dal primo momento, come un cedimento. È interessante osservare, a questo proposito, la logica opposta degli interventi di Umberto Terracini, il quale, del tutto controcorrente, sostenne, negli organismi dirigenti del Pci, che occorreva essere più forti per mostrarsi "deboli" attraverso il negoziato e il compromesso, implicitamente affermando che la linea della fermezza rivelava in realtà la debolezza del potere statale e delle classi dirigenti.
Non si può comunque rimproverare un autore per non aver scritto un libro diverso da quello che ha scritto, e per non avere, in questo caso, ricostruito le rocambolesche vicende delle indagini tentate, e fallite, e deviate, che altri autori, come il senatore Sergio Flamigni, hanno ampiamente trattato. Altra cosa, però, è ignorare alcuni risultati incontestabili di quelle ricerche, attribuendo genericamente il fallimento delle indagini al presunto smantellamento dei servizi segreti e alla debolezza delle forze dell'ordine. L'operato degli uni e delle altre ricorda in realtà quello della marina svedese, a suo tempo impegnata nella ricerca dei sottomarini sovietici che ne infestavano le acque. Un successo in questo tipo di partite di pesca avrebbe potuto avere conseguenze più negative, per i pescatori, di un nulla di fatto. Si può certo affermare che restano non documentate, e solo ipotizzabili, le ragioni che hanno spinto i responsabili della sicurezza dello stato a un simile comportamento. Ignorare il problema nel contesto di uno studio finisce però per limitarne, se non inquinarne, il significato.
Criticabile, perché ovviamente incoerente con l'impostazione di storia politica del libro, è la scelta dell'autore di non ricostruire in alcun modo la specificità della persona politica, e umana, di Moro, che resta una sorta di convitato di pietra. Viene anche a mancare la partita, con forti ripercussioni internazionali, che egli stava giocando fino al suo rapimento. Giovagnoli giustifica implicitamente tale scelta, accettando l'assunto, assolutamente indimostrato, secondo cui i rapitori avrebbero scelto la vittima soltanto perché autorevolmente rappresentativa del potere democristiano che essi intendevano colpire. A suo dire, al posto di Moro, con analogo effetto, avrebbero potuto colpire Andreotti, Fanfani, o magari Zaccagnini, che era pur sempre il segretario politico della Dc. Secondo questa logica, cosa importa richiamare il profilo intellettuale di Moro, epigono della comunità del Porcellino, tenace tessitore non del compromesso storico, ma, in prospettiva, di una democrazia compiuta, fondata sull'alternanza, come richiamato nell'intervista postuma, pubblicata da Eugenio Scalfari? Che importanza ha richiamare, se non di sfuggita, il fatto, altrimenti essenziale, che Aldo Moro, se fosse vissuto, con ogni probabilità avrebbe potuto proseguire la sua opera dal Quirinale? Opera che era ritenuta indesiderabile, non solo da Kissinger, ma dagli uomini di stato che lo esclusero dal vertice informale di Guadalupa?
Un Aldo Moro eventualmente liberato avrebbe del resto potuto risultare più destabilizzante delle Br, le quali, con la loro sola esistenza, avevano contribuito alla sopravvivenza di un sistema politico destinato a durare ancora per pochi, ma essenziali, anni. Moro era infine, e in senso nobile, un conservatore, ma, come tutti i veri conservatori, praticava un riformismo dalla lentezza esasperante. Aveva dunque ancora molto lavoro da fare. Per ragioni politiche. Questo avrebbe potuto e forse dovuto spiegare l'autore di un libro che, al di là delle perplessità che può suscitare, è bene leggere. Anche al fine di non dimenticare.

Gian Giacomo Migone