Cuzzola Fabio, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Edizioni Città del Sole, p. 128, L. 12.000

Capita, a volte, che proprio dall'esterno dell'ambiente anarchico ci giungano inaspettate testimonianze di come la storia del nostro movimento si sia intersecata, indissolubilmente, con quella di un paese tormentato e difficile come l'Italia. Oggi è un giovane giornalista reggino, Fabio Cuzzola, obiettore di coscienza, attivo esponente dello scoutismo cattolico che è riuscito a ricostruire con una dedizione commossa una delle vicende più tragiche e misconosciute della storia recente dell'anarchismo (Fabio Cuzzola, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, 2001, Città del Sole Edizioni, pagg. 126, 12.000 lire, Via Ravagnese Superiore 60, 89067 Ravagnese, meserv@libero.it).
Proponendosi di far riemergere una cronaca altrimenti destinata ad essere dimenticata, l'autore ha anche voluto raccontare i momenti della breve vita e della drammatica morte di cinque compagni, dei cinque anarchici che nei "lontanissimi" anni settanta furono fra le vittime di una ragion di stato criminale, che contrastava con stragi efferate e micidiali attentati il procedere di una stagione di lotte, e di sogni, ormai irripetibile. Grazie al suo paziente lavoro di ricerca di documenti ignorati o sepolti, Cuzzola è riuscito a rendere drammaticamente decifrabile una vicenda dai contorni enigmatici, e al tempo stesso a restituire la specificità di vite vissute che furono, nella loro dimensione collettiva, il tratto di un'intera generazione di ribelli.
La sera del 26 settembre 1970 cinque giovani anarchici, Gianni Aricò, Angelo Casile e Franco Scordo di Reggio Calabria, Luigi Lo Celso di Cosenza ed Annalise Borth, la giovanissima moglie tedesca di Aricò, trovano la morte in un drammatico incidente nel tratto autostradale fra Ferentino ed Anagni, alle porte di Roma. Come risulterà dalle indagini della polizia, l'incidente è causato dall'improvvisa manovra di un camion che taglia la strada alla Mini Minor dei compagni in corsia di sorpasso, manovra che nella sua dinamica non riesce a trovare alcuna logica spiegazione. Nonostante le evidenti stranezze e incongruenze subito rilevate dalla Stradale e la drammaticità di un incidente che vede morire sul colpo ben quattro persone ("Muki" Borth morirà in un ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo), le indagini vengono prontamente insabbiate per poi essere archiviate nella comoda casella della tragica fatalità. Il camion è guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni.
Qualche mese prima, il 22 luglio dello stesso anno, nei pressi della stazione di Gioia Tauro, la Freccia del Sud deraglia causando sei morti e più di un centinaio di feriti. Anche in questo caso le indagini arrivano a una rapida conclusione: il disastro è avvenuto a causa della colposa negligenza dei macchinisti del treno. È da poco più di una settimana che nella vicina Reggio Calabria è scoppiata la rivolta, ampiamente strumentalizzata dai settori più reazionari della società, che rivendica il ruolo di Reggio come capoluogo. Saranno mesi contrassegnati da continue violenze di piazza, che vedono tutte le componenti del neofascismo italiano impegnate a soffiare sul fuoco di questa improvvisa jacquerie, dove le giuste istanze di un proletariato meridionale sempre più emarginato si saldano con le finalità eversive di ampi settori dello stato.
È all'interno di questi due drammi che si svolge la storia dei nostri compagni. Infatti Aricò, Casile e Scordo, assidui militanti del gruppo anarchico reggino, subito dopo il deragliamento si attivano in un'attività di controinformazione come si usava definire allora il lavoro di indagine sulle verità nascoste dal potere che li porta ben presto a raccogliere prove consistenti sulla diretta responsabilità nell'incidente del neofascismo locale. Che quindi non è più un incidente, ma uno dei numerosi attentati di marca stragista che stanno insanguinando l'intero paese. Ed è per portare queste prove, che non verranno mai più ritrovate, che partono per Roma, dove hanno appuntamento con i compagni di "Umanità Nova" e con l'avvocato De Giovanni. Un appuntamento al quale non riusciranno mai ad arrivare.
Sono anni eccezionali quelli, e formidabili, come li ha definiti, non credo a torto, uno dei più celebrati protagonisti dell'epoca. Sono anni tremendi e meravigliosi, anni nei quali un movimento di massa torna a dare l'assalto al cielo portando dentro di sé i possibili germi della liberazione collettiva, anni nei quali lo scontro sociale assume sempre più i caratteri di una vera e propria guerra di classe. Ma sono anche gli anni delle stragi e delle trame di stato, gli anni in cui il potere, inferocito e incarognito dall'attacco di un movimento di massa che nelle fabbriche, nelle campagne e nelle scuole ne mette in discussione i postulati, reagisce con gli strumenti del terrore e dell'omicidio pur di salvaguardare la propria esistenza. Sordide trame di stato manovrate dai servizi segreti, generali vigliacchi e felloni affiancati da una massa di manovra fascista che è riduttivo definire come semplice manovalanza: questi sono gli strumenti con i quali un potere assediato cerca di contrastare la gioiosa vitalità di un'intera generazione.
Ed è di quegli anni, di quei sogni e di quelle lotte, non solo della tragica morte dei cinque giovani, che ci parla questo libro. Per chi ha vissuto quel periodo è chiaro come l'autore allora non fosse ancora nato e come tutte le fonti a cui ha attinto siano documenti d'archivio o testimonianze e racconti indiretti. Eppure il suo bisogno di comprendere, per ricostruirlo, l'ambiente nel quale si muovevano i nostri protagonisti, è riuscito a concretizzarsi in un affresco di rara sensibilità. Pur nelle inesattezze che qua e là affiorano, soprattutto quando vengono affrontate alcune specificità del movimento anarchico ininfluenti del resto rispetto al quadro complessivo con cui viene descritta la quotidianità di quegli anni penso che il merito maggiore dell'opera di Cuzzola sia quello di essere riuscito a illustrare come, finanche l'attività di un gruppetto di giovanissimi anarchici di una città tutto sommato periferica, potesse interagire con i maggiori avvenimenti nazionali, inserendosi perfettamente all'interno di un insieme di fatti ed azioni che riguardavano il destino dell'intero paese. Del resto questa capacità di comunicazione, che oggi può sembrare impossibile, era allora patrimonio di un'intera generazione di giovani, anarchici, marxisti, capelloni, beatniks, contestatori, comunisti, operai massa, cinesi e quant'altro che, partendo dalle capitali del nord industriale per arrivare alle più piccole realtà dell'enorme provincia italiana, riscrivevano le regole di una società ingessata e paralizzata da trent'anni di dominio clericale e conservatore. Tutto il paese era un'immensa periferia che circondava il nord industriale e i centri del potere, un'immensa periferia che apportava, con la vivacità e la freschezza tipiche delle periferie, il proprio contributo essenziale nell'attacco al cielo partito dalle grandi metropoli.
Ma quelli sono anche gli anni del terrorismo nero, delle stragi di stato, dei servizi deviati e delle mene di un potere arroccato su posizioni di pura reazione. Un potere che, con la complicità di uno schieramento politico di cui i fascisti sono solo la punta, cerca a tutti i costi di bloccare gli assalti cui è sottoposto. E proprio Reggio Calabria, la città di Aricò, Casile e Scordo, diventa il principale laboratorio dell'eversione. È una rivolta popolare che scandisce con i suoi tempi e le sue vergogne l'intera estate del 1970 e che vede gli anarchici e gli extraparlamentari del luogo cercare di sottrarre alle sirene del fascismo la rabbia di una città tradita ed espropriata.
Le pagine di Cuzzola raccontano quanto fosse dura la vita quotidiana di questi compagni in un ambiente così inquinato, e come fosse coraggioso il loro modo di vivere, di provocare, di contestare le convenzioni e lottare in una città già difficile di suo e ora in preda ai furori di una rivolta egemonizzata dagli scherani di Ciccio Franco. Ma le loro conquiste personali, le loro rotture con l'ambiente, le loro scoperte, i viaggi, le amicizie profonde, la rimozione di un vissuto soffocante e conservatore, li avevano portati su una strada dalla quale era impensabile fare dietro-front. E che hanno percorso, per dirla con le belle parole della prefazione di Tonino Perna, con la determinazione "di chi, malgrado le minacce, le intimidazioni, è andato avanti, senza paura, perché credeva nel valore supremo del solo tribunale esistente: la propria coscienza. Di chi credeva che la coerenza non sia solo una virtù, ma la prova del fuoco della validità, concretezza e serietà di un ideale".
Ho sentito da poco Placido La Torre di Messina, il compagno avvocato che tante volte si trovò ad assistere gratuitamente i giovani meridionali, anarchici ma non solo, che regolarmente cadevano sotto le grinfie della "legge". Conobbe e frequentò a lungo i giovani reggini, e ancora oggi dopo tanti anni si commuove al ricordo di quelle giovani vite così prematuramente perse. Anche lui, con calore e affetto immutato mi ha ricordato il loro entusiasmo, la loro voglia di lottare contro tutte le ingiustizie, la loro determinazione nel far coincidere l'impegno politico con le convinzioni morali. Sono passati più di trent'anni da quella notte in autostrada, ma il loro ricordo grazie soprattutto a questo libro non sbiadirà più.
 

Massimo Ortalli, da "A rivista anarchica", N. 274, estate 2001