Il lavoro nasce da una ricerca di approfondimento e di divulgazione sulle fucilazioni di San Ruffillo voluta dalla sezione Anpi "Toffano Soldati" del Quartiere Savena e cordinata da Isrebo (Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini"), che si è avvalsa del sostegno del Quartiere Savena e della Associazione Emilia Romagna-Costa Rica e di un finanziamento del Centro servizi per il volontariato della provincia di Bologna Volabo.
Il progetto si fonda sul database della Resistenza bolognese realizzato dal Settore Cultura - Progetto Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna e dal CINECA, in collaborazione con ANPI, ISREBO, Istituto Parri e con la supervisione di Nazario Sauro Onofri.
Si deve a questo progetto, chiamato "Monumenti che parlano", la ricostruzione virtuale dei sacrari bolognesi - l'Ossario della Certosa ed il Sacrario di Piazza Nettuno - dedicati ai caduti nella Lotta di Liberazione visibile attraverso i link che si trovano in fondo alla pagina. Il database permette di consultare le relazioni e le informazioni sui caduti, le battaglie e le formazioni protagoniste della Resistenza a Bologna, la loro documentazione fotografica, le riproduzioni di documenti d’epoca, i contributi audio e video.
Testi delle schede di Roberta Mira
Immagini di Simona Salustri, Roberta Mira, Vincenzo Sardone, Anpi
Mappa elaborata da Giuseppe Di Tommaso
Bibliografia:
Mauro Maggiorani – Vincenzo Sardone, Libertà: i luoghi, i volti, le parole. Memorie dell’antifascismo e della Resistenza nel quartiere Savena di Bologna, Bo, Aspasia, 2004
Luciano Bergonzini, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, vol. III, Bo, Istituto per la storia di Bologna, 1970
I ragazzi del Pontevecchio: una storia di partigiani da raccontare, a cura della Biblioteca Natalia Ginzburg, testi di Ezio Antonioni, Bo, 2001
Eoliano Gnudi, Note sulla Resistenza al rione Pontevecchio, Bo 2002
In Via Emilia Levante, passato il ponte ferroviario sul lato sinistro della strada in direzione di San Lazzaro, sorgeva un caseggiato piuttosto grande che comprendeva diverse porte numerate dal civico 48 al 68, all’interno del quale trovarono rifugio diversi partigiani bolognesi. Per un certo periodo in un appartamento al civico 68 abitò sotto false generalità Bruno Pasquali, comunista per lungo tempo detenuto nelle carceri fasciste, che fu tra i primi partigiani bolognesi e che venne più volte catturato e atrocemente torturato, riuscendo in diverse occasioni a sfuggire alla prigionia; anche Walter Busi, antifascista che scontò molti anni al confino politico e che fu fra i primi organizzatori della Resistenza armata in città cui partecipò in qualità di commissario politico della 1ª brigata Irma Bandiera, si stabilì nello stesso edificio.
Al civico 66 abitava Antenore Piva incaricato di fornire viveri ai partigiani e al numero 48 risiedeva la famiglia di Ercole Rocca, noto antifascista del Pontevecchio la cui figlia Paola collaborava alla Resistenza come staffetta.
In un altro edificio di Via Emilia Levante, comprendente i civici 70-76 in gran parte sfollati, era installata una base partigiana piuttosto grande.
A metà novembre 1944 l’intera area del rione Pontevecchio, dove numerosi erano gli antifascisti e le basi partigiane, fu sottoposta ad un pesante rastrellamento. In quell’occasione furono arrestati numerosi partigiani: in Via Emilia Levante vennero catturati 17 uomini, fra cui Piva, Busi e Pasquali, che morirono in seguito, il padre e il fratello di Paola Rocca, la stessa Paola e un’anziana signora. Al gruppo, portato in un primo momento alla caserma Magarotti e poi a San Giovanni in Monte,
si aggiunsero altre persone arrestate al Pontevecchio tra le quali era anche la giovane staffetta Lucia Tarozzi. Nella sua casa in via Bellaria 3, trasformata in una base partigiana, erano stati fermati alcuni resistenti.
Nel corso dei rastrellamenti che interessarono tutta la zona fu scoperta fra l’altro la base Ghedini-Accorsi in via Fossolo (oggi viale Felsina) e vennero arrestati Ernesto Gamberini e la moglie Erminia Natali, che abitavano all’angolo fra via Valle d’Aosta e via Brenta, entrambi legati alla Resistenza come le loro figlie, Isora e Elvira, che avevano il ruolo di staffette. Gamberini venne deportato a Mauthausen e morì a 43 anni, mentre la moglie riuscì a sopravvivere nel campo di concentramento di Bolzano.
Dopo alcuni giorni di detenzione, durante i quali quasi tutti gli arrestati subirono duri interrogatori e sevizie da parte dei fascisti e dei nazisti, alcuni furono liberati: così non fu per Walter Busi, fucilato a 37 anni in via Agucchi il 18 novembre 1944, e per Bruno Pasquali a lungo torturato presso la Facoltà di Ingegneria requisita dalla Guardia nazionale repubblicana e ucciso, o morto in seguito alle ferite riportate, all’età di 36 anni.
Il palazzo in via Emilia Levante è stato ristrutturato con accorpamento di numeri civici, alcuni sono ancora visibili.