Il progetto si fonda sul database della Resistenza bolognese realizzato dal Settore Cultura – Progetto Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna e dal CINECA, in collaborazione con ANPI, ISREBO, Istituto Parri e con la supervisione di Nazario Sauro Onofri. Si deve a questo progetto, chiamato “Monumenti che parlano”, la ricostruzione virtuale dei sacrari bolognesi – l’Ossario della Certosa ed il Sacrario di Piazza Nettuno – dedicati ai caduti nella Lotta di Liberazione visibile attraverso i link che si trovano in fondo alla pagina. Il database permette di consultare le relazioni e le informazioni sui caduti, le battaglie e le formazioni protagoniste della Resistenza a Bologna, la loro documentazione fotografica, le riproduzioni di documenti d’epoca, i contributi audio e video.
Testi delle schede di Simona Salustri
Immagini di Patrizia Pedone
Mappa elaborata da Giuseppe Di Tommaso
Si ringrazia Giancarlo Grazia dell’Anpi Saragozza senza il quale questa mappa non sarebbe stata realizzata
Il Quartiere Saragozza ringrazia l'ANPI Saragozza, il Centro Sociale "La Pace" e lo SPI Saragozza per la partecipazione al progetto
Il secondo tema che si può approfondire attraverso la visita ai luoghi e ai monumenti della memoria del quartiere Saragozza è quello del razzismo fascista e dell’esclusione dalla società e persecuzione di specifici gruppi di cittadini. Nel quartiere sono ricordati gli ebrei e gli omosessuali che in molti casi si trovarono a condividere la stessa sorte.
Con l’emanazione delle leggi razziali del 1938 gli ebrei vennero immediatamente esclusi dalle scuole statali. La Comunità ebraica bolognese si affrettò ad organizzare due classi di scuola media in via de’ Gombruti, mentre delle elementari si dovette occupare il Comune, obbligato per legge a fornire l’istruzione di base. Grazie all’opera dell’ispettrice Luisa Barbolini e del direttore Arnaldo Cocchi vennero così istituite in via Pietralata, vecchia sede della scuola Sirani, due pluriclassi per 15 femmine e 18 maschi nelle quali insegnavano Iris Volli Pardo e Giorgio Formiggini. La “scuoletta”, così chiamata per i pochi bambini presenti, rimase aperta fin quando non venne deciso il trasferimento degli alunni rimasti in via Zamboni.