Il progetto si fonda sul database della Resistenza bolognese realizzato dal Settore Cultura – Progetto Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna e dal CINECA, in collaborazione con ANPI, ISREBO, Istituto Parri e con la supervisione di Nazario Sauro Onofri. Si deve a questo progetto, chiamato “Monumenti che parlano”, la ricostruzione virtuale dei sacrari bolognesi – l’Ossario della Certosa ed il Sacrario di Piazza Nettuno – dedicati ai caduti nella Lotta di Liberazione visibile attraverso i link che si trovano in fondo alla pagina. Il database permette di consultare le relazioni e le informazioni sui caduti, le battaglie e le formazioni protagoniste della Resistenza a Bologna, la loro documentazione fotografica, le riproduzioni di documenti d’epoca, i contributi audio e video.
Testi delle schede di Simona Salustri
Immagini di Patrizia Pedone
Mappa elaborata da Giuseppe Di Tommaso
Si ringrazia Giancarlo Grazia dell’Anpi Saragozza senza il quale questa mappa non sarebbe stata realizzata
Il Quartiere Saragozza ringrazia l'ANPI Saragozza, il Centro Sociale "La Pace" e lo SPI Saragozza per la partecipazione al progetto
Continuando nel percorso si giunge in via Venezian dove una lapide riporta il nome di Stenio Polischi. Partigiano della brigata Stella rossa Lupo, Polischi partecipò alla battaglia di Montefiorino. Con l’avvicinamento degli alleati ricevette l’incarico di portare un messaggio al comando partigiano di Bologna ma una volta giunto in città fu individuato dai fascisti con i quali intraprese un conflitto a fuoco per evitare che i documenti che conservava cadessero in mano nemica. Riuscì ad uccidere uno dei fascisti ma, complice l’arrivo di altri militi e dei tedeschi, fu catturato. Trascinato in via Siepelunga, dove si trovava la sede della banda fascista guidata da Renato Tartarotti, venne a lungo torturato subendo atroci sevizie alle quali dovettero assistere altri arrestati. Fu poi riportato in via Venezian dove era stato catturato e il 23 agosto 1944 fu impiccato a pochi metri dal capolinea del tram di Corticella. Con una benda che ne copriva gli occhi accecati dalle torture e con la scritta legata al collo «Questa è la fine dei ribelli sanguinari», monito per la popolazione, per ordine dei fascisti rimase appeso fin quando i partigiani, sfidando la Questura, decisero di rimuovere il corpo per fargli avere una degna sepoltura.
La stessa sorte toccò al fratello Ermete che a soli 18 anni morì a pochi giorni dalla liberazione per le ferite riportate in uno scontro a fuoco avuto con un tedesco.