Dei 58 caduti di cui è stato possibile riconoscere l'identità è stato possibile ricostruirne anche le vicende militari. Si tratta nella maggior parte di partigiani rastrellati nella prima decade di dicembre in tre luoghi: a Bologna (a seguito dello sbandamento avvenuto dopo le battaglie di Porta Lame e delle Bolognina); ad Anzola (come Efrem Benati, 18 anni appena diplomatosi alle Aldini) e Amola sulla strada per San Giovanni in Persiceto, (a seguito di tentativi di ricollocare in campagna contingenti partigiani precedentemente trasferiti dalla montagna e dalle campagne in città in previsione di un'insurrezione che, per la pausa invernale dell'avanzata Anglo-Americana, non fu possibile organizzare). Assieme a loro vengono fucilati i “capifamiglia” delle case coloniche in cui i partigiani sono stati catturati. Conseguente retaggio della cultura patriarcale dell'epoca in cui il capo famiglia, nelle nostre campagne, era responsabile di ogni atto dei componenti il proprio gruppo allargato: dalla conduzione aziendale della fattoria alle scelte politiche dei propri componenti. Oltre ai partigiani vengono fucilati, a discrezione delle SS, un commerciante ebreo accidentalmente arrestato poco prima a Castelfranco (Leo Kocker), un autista della Questura, un ferroviere ed Emilio Bussolari, bidello delle Aldini Valeriani, di cui i tedeschi avevano scoperto la collaborazione attiva con la Resistenza. Le vittime sono concentrate, interrogate o torturate in tempi diversi in due luoghi principali: Il carcere circondariale di San Giovanni in Monte e il comando SS in via Santa Chiara (vicino ai Giardini Margherita). A gruppi, a piedi o su camion coperti, vengono portati a più riprese nella casa colonica di Sabbiuno e da lì fucilati a decine tra i calanchi. Alcuni prigionieri rimangono nella casa colonica di Sabbiuno più giorni. Non si esclude pertanto che siano stati obbligati prima ai lavori forzati lungo le difese tedesche e poi liquidati al momento dell'ultimo rancio. L'identità degli uccisi è stata ricostruita incrociando le testimonianze degli scampati con i dati di un elenco di condannati ritrovato nell'archivio della Questura. Altra fonte importante è stata il registro dei reclusi a San Giovanni in Monte in cui, in quelle giornate - per gli scomparsi - viene annotata la stessa anomala dicitura: "rilasciati ad ufficiale tedesco SS".
A Sabbiuno non ci sono donne tra i caduti. Non perché esse non abbiano partecipato alla Resistenza, che anzi le vide tra le principali protagoniste, ma per una precisa strategia criminal-militare dell'antiguerriglia tedesca.
Fino all'autunno '44 la repressione antipartigiana era stata affidata principalmente alle truppe fasciste, le quali avevano commesso ogni genere d'atrocità dando ampio risalto alle proprie azioni ed esponendo per giorni i cadaveri delle vittime (uomini e donne – vedi Irma Bandiera), col risultato di fornire risonanza al fenomeno dell'insorgenza partigiana.
La repressione feroce si era estesa anche ad esponenti di spicco della borghesia bolognese, tra cui la vittima più nota fu, forse, l'imprenditore Giorgio Maccaferri, direttore del polverificio Baschieri & Pellagri di Marano – Castenaso, partecipe attivo della Resistenza nel trasporto di feriti ed esplosivi (Ndr.:membro della famiglia di imprenditori celebri per aver brevettato alla fine dell'800 i famosi gabbioni di contenimento fatti di sassi di fiume trattenuti da reti metalliche e poi proprietari, fin dalle Prima Guerra mondiale, di polveriere e fabbriche di munizioni). Isterie ed efferatezze arrivarono a tal punto che i Tedeschi, giudicando controproducente questa condotta, allontanarono i principali esponenti delle squadre fasciste dalla città. I Tedeschi decisero dunque di applicare il così detto “decreto notte e nebbia” del generale Keitel. Il decreto, già operativo negli altri paesi d'Europa, fino ad allora non era stato pienamente applicato in Italia per il complicato status di “alleato occupato” attribuito alla Repubblica di Salò e dal conseguente intrecciarsi di poteri e organismi diversi attivi sul nostro territorio. Nel dicembre del '44, con l'avvicinarsi della fine, i nazisti presero l'iniziativa e giudicarono che la guerra antipartigiana doveva divenire sempre più una guerra di annientamento, dove non vi era più spazio per la ricerca del consenso, neppure attraverso la paura instillata con la repressione palese e le punizioni esemplari. Il decreto prevedeva semplici direttive: tutti i combattenti attivi dovevano essere annientati immediatamente ma in silenzio, senza lasciare tracce degli scomparsi. Allo stesso tempo tutti i complici o simpatizzanti “passivi” della Resistenza (vecchi, donne ecc...) dovevano essere deportati nei campi di concentramento, lasciati morire per stenti causa il lavoro forzato. Tutto questo senza fornire ai parenti delle vittime alcuna informazione, lasciandoli vagare nel buio tra speranze e disperazione. Per i Resistenti e le Resistenti di Bologna ci fu così Sabbiuno e Mathausen. Quando poi nel febbraio '45 le truppe alleate si avvicinarono troppo alle nostre colline, il luogo di sterminio fu trasferito presso la stazione di San Ruffillo, nei i crateri lasciati dalle bombe alleate e dove alla fine della guerra furono trovati una novantina di cadaveri di fucilati.
In collaborazione con la Redazione Iperbole - Comune di Bologna
Ultimo aggiornamento: 03 12 2009
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