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ERMANNO REA La dismissione Milano, Rizzoli, 2002 La fabbrica come identità, come solidarietà, come forza, come sicurezza. E la sua distruzione che demolisce non solo una struttura e un'attività, ma anche gli uomini che vi lavoravano, la città che intorno ad essa ruotava e che da essa prendeva vita. L'Ilva, la grande acciaieria di Napoli, condannata a morte da scelte economiche "globali" che, come sempre, prescindono dagli uomini, è davvero simbolo di questo iter. Rea, costruendo intorno ad essa il romanzo ha, con grande intensità e forza, evidenziato una problematica che si allarga ben oltre lo specifico evento pur partendo da un personaggio, l'operaio Vincenzo Buonocore. Ossessionato nevroticamente dal ruolo assegnatogli di sovrintendere allo smantellamento dell'acciaieria, Buonocore vuole fare di questo compito il più grande emblema della sua vita lavorativa: bisogna che tutto venga smontato senza che si crei il minimo danno all'impianto. Distruggere, fabbrica e città, per ricostruire altrove, un "altrove" vantaggioso solo a chi possiede. Alla maniacale precisione dell'operaio che, in quello stesso compito, attua un suicidio personale e collettivo, corrisponde anche la figura femminile del romanzo: Marcella che dalla bellezza e dalla giovinezza non sa trarre gioia, ma è dominata da un dolore antico, una malinconia senza speranza. |
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