Rete civica Iperbole

Portico della Certosa

 

Nel 1800 la Commissione Dipartimentale di Sanità del Reno, presieduta dal dottor Luigi Pistorini, decide, per ragioni di salute pubblica e sotto l’incalzare delle periodiche epidemie, di utilizzare quale cimitero comunale il soppresso monastero della Certosa. L’antico monastero della Certosa viene trasformato in cimitero pubblico in piena età napoleonica, per risolvere la pratica antigienica, fino ad allora usuale, di seppellire i morti nelle chiese. Diversi tentativi finalizzati a creare nuovi cimiteri extra-urbani erano già stati sperimentati in età pontificia, ma tale scelta viene resa esecutiva solo conseguentemente all’editto di Saint-Cloud (1804).

 

Il portico della Certosa nasce da un’idea dell’architetto e ingegnere Ercole Gasparini, artefice dei primi adattamenti dell’antico monastero, che propone la costruzione di un portico con partenza dall’Arco del Meloncello e che si congiunga con il cimitero, in modo da sfruttare il già esistente percorso in piano del portico di San Luca quale collegamento con il centro cittadino.

Il 15 settembre 1811 è stata solennemente posta la prima pietra dal vicario generale arcivescovile, monsignor Benedetto Conventi, alla presenza del prefetto del Dipartimento del Reno e consigliere di Stato, Luigi Querini Stampalia. Nell’Avviso ai cittadini del Podestà di Bologna, il conte Cesare Bianchetti comunica che “sarebbe stato costruito un maestoso fabbricato che avrebbe collegato l’Arco del Meloncello con il cimitero comunale”. Per l’occasione è stata coniata una medaglia con i profili di Napoleone e Maria Luigia e, al verso, particolari e stralci dei progetti di Gasparini per il cimitero e il portico stesso. Nel 1818 viene innalzato l’arco Guidi, manufatto che, riprendendo le linee generali del portico, si presentava di grandi dimensioni e permetteva l’attraversamento della strada di S. Isaia, oggi via Andrea Costa. L’architetto Gasparini muore nel 1829 senza poter vedere il termine della sua opera. Nel 1831 viene realizzato l’arco trionfale su via Saragozza, monumentale di proporzioni ma sobrio nelle forme, frutto di modifiche apportate dall’ingegnere capo del Comune, Luigi Marchesini, al progetto originale. I bassorilievi sono opera di G. Putti e C. Gibelli. Degno di considerazione è il fatto che il portico progettato da Gasparini è un esempio innovativo di architettura ad uso cimiteriale, che si inserisce con estrema originalità nel dibattito sull’architettura cimiteriale allora in corso: infatti, l’architetto aveva previsto che il portico potesse trasformarsi anche in una ‘galleria tumularia’, cioè un loggiato su cui si affacciassero lastre tombali e più ampie cappelle sepolcrali. In nessun esempio europeo era stato pensato una simile struttura, che nelle intenzioni mirava a replicare l’immagine classica delle strade extraurbane di età romana, punteggiate da tombe e mausolei.

 

Nel 1849 sotto questo portico, in prossimità dell’arco 67, furono fucilati dagli austriaci Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, due personaggi fondamentali del Risorgimento cittadino. L’ultimo tratto realizzato è quello nei pressi del Canale di Reno; il ponte, inizialmente previsto da Gasparini in forme monumentali, viene alla fine concepito come un elegante colonnato ionico.

Nel 1870 inizia la costruzione dello Stadio Dall’Ara e nel 1926, su progetto di Giulio Ulisse Arata, è stata costruita la Torre di Maratona. Nel 1934 l’Arco Guidi è abbattuto perché la sua presenza sull’antica strada Sant’Isaia impedisce il passaggio del tram, ormai indispensabile per condurre il pubblico allo Stadio.

 

Durante la guerra, dopo le incursioni aeree del 1943 – 45, il portico adiacente lo Stadio fu trasformato in alloggi per coloro che avevano perso l’abitazione. Ogni arcata, dopo essere stata chiusa sul fronte strada, divenne un piccolo monolocale: in totale furono 94 le famiglie che qui trovarono una casa.