Rete civica Iperbole

Portici commerciali del Pavaglione e Piazza Maggiore

 

Aperto il grande spazio della piazza Maggiore attraverso un esproprio forzoso di case nel 1200, il Mercato de platea diventò in breve tempo luogo d’incontro e di scontro di idee, di istanze, di interessi individuali e collettivi, ma anche massima espressione degli umori civili, sociali e delle tensioni ideali del popolo bolognese. 

A partire dall'inizio del 1400, tutti gli interventi insistenti sugli isolati che costituiscono il fronte est di piazza Maggiore (da via degli Orefici a via dei Musei) si ponevano come obiettivo principale sia il completamento della piazza sia, soprattutto, la valorizzazione finanziaria degli immobili presenti.

Gli edifici già esistenti su questo prospetto appartenevano alla tipologia edilizia medioevale, in buona parte in legno, con portici retti da pilastri di tronchi squadrati. Acquisiti dai Banchieri, vennero abbattuti e sostituiti con nuovi edifici in muratura, in stile gotico; si costruì anche un nuovo portico, con volte incrociate da costoloni (conservato poi anche dal Vignola). Sotto il portico i Banchieri aprono i loro uffici e proprio da questi "banchi" il portico prende il nome. Il Cambio è stato fondamentale fino alla fine del XIV secolo in quanto in città erano in circolazione monete diverse, da quelle imperiali a quelle locali di altre città.

La costruzione del portico dei Banchi riveste un particolare interesse urbanistico perché completa il volto della piazza Maggiore senza operare sventramenti e limitandosi a rivestire le preesistenze architettoniche, manifestando così una notevole attenzione per il costruito esistente. La ristrutturazione della facciata dei Banchi non fu mossa solo da ragioni estetiche, ma si pose come un'iniziativa urbanistica finalizzata a creare un'asse a prevalente destinazione mercantile e finanziaria, proprio in un'area dove da tempo si stanno insediando le funzioni economiche e culturali più prestigiose della città: qui infatti si trovano numerosi istituti pubblici di credito e di pegno e ancor più numerose erano le attività di banco, esercitate da privati nelle botteghe e nelle case, e le sedi di Confraternite e Compagnie. 

Un primo grande loggiato fu costruito tra il 1407 e il 1412 addossandolo a edifici preesistenti: era costituito da archi ribassati su pilastri ottagonali, con due archi più ampi per permettere l’attraversamento delle vie Pescherie Vecchie e Clavature. Sopra il loggiato si apriva una sequenza di finestre e probabilmente la facciata era conclusa da una fila di merli. Le case erano per lo più di proprietà dell’Ospedale della Vita. Questo loggiato, pur di un certo valore stilistico, risultava però poco adatto alla grandiosa idea di riqualificazione della piazza centrale della città voluta dal vicelegato Pierdonato Cesi. Egli affidò dunque a Jacopo Barozzi da Vignola, all’epoca l’architetto più importante della corte romana, l’incarico di progettare una nuova facciata.

Il progetto del Vignola risale al 1548. Una grave carestia che colpì la città nel 1551 ritardò forzatamente tutti i lavori edilizi cittadini e il progetto del Vignola fu ritardato e venne eseguito quando il cardinale de’ Medici divenne papa. Il progetto iniziale enfatizzava con due torrette con orologio lo sbocco in piazza delle due vie delle Chiavature e delle Pescherie, che venne invece poi in esecuzione mimetizzato nella facciata e sottolineato solo del fornice più alto e imponente. Il modulo costruttivo che fu utilizzato per proporzionare gli elementi della composizione architettonica è quello quadrato, che produce edifici ampi ed ariosi, che si allontanano dagli schemi verticali del gotico, proporzionati invece sul triangolo. L’edificazione della maestosa facciata e dei portici regolari sottostanti continuò per vari anni e si concluse solo nel 1580, come citato nei documenti d’archivio dell’Ospedale di S. Maria della Vita. La nuova facciata interessò anche gli edifici adiacenti all’antico portico quattrocentesco, sia verso via Orefici sia verso l’Ospedale della Morte, formando così una lunga quinta architettonica, anche fuori della piazza vera e propria. 

Il portico, che si estende da via dei Musei a via Farini, in continuazione con il portico di palazzo dei Banchi, era costituito da due proprietà: il primo tratto, compreso tra le vie de' Musei e de' Foscherari, apparteneva all’Ospedale della Morte, da cui il tratto porticato prende il nome, mentre il secondo, da via de' Foscherari a via Farini, al Palazzo dell'Archiginnasio, dove il portico è detto del Pavaglione. Il nome Pavaglione deriva probabilmente dal nome del tendone che riparava i banchi della fiera dei folicelli (bachi) da seta: Bologna è stata la maggiore produttrice di seta in Europa per oltre 4 secoli fino alla metà del 1700. Sempre legata al mercato dei bachi da seta è un’altra ipotesi sull’origine del nome del portico: in alcuni antichi bandi si indica il notaio preposto alle vendite come “notarius papilionis” da “papilio” nome del baco da seta diventato adulto.

L’Ospedale della Morte si trovava sopra l’omonimo portico sotto al quale si trovavano numerose botteghe, di cui alcune fornite di stanze al primo piano ad uso abitazione. Fondato da una confraternita nel 1336 per la cura dei malati e feriti, venne in seguito ad assumere l’incarico del conforto ai condannati a morte. Con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, nel 1801 furono sgomberate le sedi in piazza Maggiore degli Ospedali della Vita e della Morte, che trovarono un’unica sede nel nuovo Ospedale Maggiore. 

I grandi interventi voluti da Pio IV, dal legato Carlo Borromeo e dal vice legato Pier Donato Cesi, per trasformare Bologna in senso classico e “romano”, avevano avuto inizio con la costruzione della nuova sede dello Studio, poi nominata l'Archiginnasio. L’istituzione delle Scuole di San Petronio, maturata nel clima politico del Concilio di Trento, aveva come obiettivo di unificare le sedi delle studio che erano sparse in varie parti della città. Per la realizzazione delle scuole dei legisti e degli artisti si individuò un’area già occupata da case in cui si tenevano lezioni da ormai oltre un secolo e mezzo, pur essendo la stessa area destinata all'ampliamento della Chiesa di San Petronio, che con la costruzione del nuovo edificio fu reso definitivamente impossibile.

Nel 1561 Antonio Morandi, detto il Terribilia, fu incaricato di rifare il portico e parte della costruzione soprastante e già nel 1563 il palazzo era pronto ad ospitare le lezioni. Nel portico sottostante, anche per recuperare parte delle spese ingenti sostenute per la costruzione di San Petronio, si aprirono delle botteghe da dare in locazione. Nel 1803, su ordine di Napoleone, la sede dell'Università fu trasferita in Palazzo Poggi, sede dell'Istituto delle arti e delle scienze, in via Zamboni. Nel 1808 il Governo cedette l'edificio dell'Archiginnasio al Comune, affinché vi collocasse le Scuole Pie, ma quando il Municipio pensò di fabbricare locali appositi per queste scuole, nell'Archiginnasio fu invece collocata la Biblioteca Comunale, che ancora oggi occupa quasi tutto il Palazzo. Il patrimonio librario qui custodito è la somma degli apporti di molte librerie appartenenti a corporazioni religiose soppresse; nel 1811 fu arricchita di libri lasciati dall'abate Antonio Magnani. I libri, gli opuscoli, i manoscritti sono collocati per ordine in diciotto sale, nelle quale sono conservati anche oggetti artistici, come acquarelli, busti, statue, progetti di costruzioni in legno e stucco, ecc. Nella sala delle Scienze Matematiche, Gaetano Donizetti diresse, nel 1842, lo Stabat Mater di Gioacchino Rossini.

Alla fine del XIX sotto le arcate si trovano, tra i negozi storici più noti, il Caffè del Pavaglione e la libreria Zanichelli, punto di ritrovo per il poeta Giosuè Carducci.