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Portici accademici di via Zamboni

 

Il perimetro della componente dei Portici Accademici di via Zamboni include tratti porticati eterogenei per quanto riguarda il periodo di realizzazione (dal XVI al XX secolo), ma che trovano continuità in un disegno urbanistico del XVIII secolo. Per questo motivo, pur nella loro diversità, risultano essere i più rappresentativi tra i portici Settecenteschi della città. 

L'antico nome di questa via era Strada San Donato, testimoniato già nel XI secolo (stratha sancti Donati). In essa si incardina la sede dell’Università di Bologna, la più antica Università del mondo occidentale. Fondata nel 1088, è nota per aver svolto il ruolo di precursore nell’ambito delle tecniche d’insegnamento. Il capoluogo emiliano, proprio grazie alla presenza di questa sua antica Università, ha assunto l’appellativo di “Bologna La Dotta”.

L’appellativo della via rimase il medesimo (ossia Strada San Donato) fino al 1867, quando una delibera consiliare del 12 giugno di quell'anno, ne mutò il nome in via Zamboni. Tale atto intese ricordare lo sfortunato rivoluzionario bolognese Luigi Zamboni che nel 1794, assieme a Giovanni Battista de Rolandis, tentò l’insurrezione contro il governo pontificio. Quel tentativo si concluse tragicamente con l’impiccagione di de Rolandis ed il suicidio in cella di Zamboni. Il San Donato, che diede l’antico nome alla strada, è quello a cui è dedicata la chiesa che si trova al numero 10.

Nei primi secoli del millennio tempo questa area, essendo fuori dalla seconda cerchia di mura, cosiddetta dei Torresotti, era a tutti gli effetti campagna, fino a quando l’antica famiglia gentilizia dei Bentivoglio decise di stabilire qui il proprio centro di potere, costruendo un grandioso palazzo e molte fabbriche a servizio. L’opera, fortemente voluta da Ginevra, fu iniziata nel 1460 da suo marito Sante Bentivoglio e fu portata a termine da suo figlio Giovanni II. Secondo quanto riportato dai cronisti, la facciata principale che dava su strada San Donato misurava 30 metri, mentre i fianchi superavano i 140 metri di lunghezza. Al pianterreno c’era un grande portico, con capitelli e cornicioni dorati, motivo per cui il Palazzo era detto Domus Aurea. Il Palazzo venne raso al suolo nel 1507, da una rivolta popolare fomentata dalle famiglie rivali dei Bentivoglio, in particolare dai Marescotti, e con l’approvazione di Papa Giulio II. 

Pochi anni più tardi, la famiglia Poggi, il cui prestigio si stava fortemente affermando in città, ricevette l’autorizzazione dal senato bolognese per ampliare la sua residenza su strada San Donato, poco distante dal guasto dei Bentivoglio. Giovanni Poggi aveva ottenuto la carica di cardinale e disponeva delle ricchezze necessarie per pianificare un intervento su larga scala, probabilmente affidato all’architetto Pellegrino Tibaldi, che adottò lo stile in voga per la realizzazione delle residenze patrizie cittadine. L’impianto cinquecentesco è rivisto ed integrato da interventi del XVIII secolo, che segnano una tappa fondamentale nell’evoluzione del complesso sia dal punto di vista architettonico che da quello organizzativo-funzionale. La proprietà del palazzo passa infatti al Comune che decide di insediarvi l’Istituto delle Scienze, in seguito ad una cospicua donazione di materiale appartenente al conte Marsili. Nell’ottica del passaggio da residenza a luogo di studi e formazione, è decisa la costruzione di una torre che funge da osservatorio astronomico, leggermente più a sud rispetto alla corte interna dell’ex palazzo Poggi, ma ancora più significativa è la realizzazione di una biblioteca a servizio dell’Istituto. Un primo progetto prevede di integrarla nella loggia del piano nobile, mentre una seconda ipotesi si concretizza nel 1741 con la costruzione di un nuovo volume che si colloca aderente al lato nord est della stessa corte interna. Il disegno di Francesco Dotti prevede di rispettare in pianta gli orientamenti del preesistente, mentre in altezza di sviluppare con maggiore libertà gli spazi delle sale destinate a conservare i volumi. L’attenzione all’esistente si manifesta anche in facciata, dove trovano spazio tre nuove arcate porticate, che riescono nell’intento di rispettare il linguaggio cinquecentesco ed allo stesso tempo di distaccarsene grazie ad un leggero avanzamento. In effetti, nonostante il volume sia notevolmente più alto rispetto agli altri, il prospetto sulla strada si articola su livelli (piano d’imposta delle colonne, degli archi ma anche delle finestre e del fregio) alla stessa altezza degli adiacenti, il che non fa trasparire le differenze di organizzazione interna. L’intervento del Dotti è limitato a tre arcate, ma è particolarmente interessante perché manifesta un riconoscimento del valore dell’impostazione cinquecentesca a soli due secoli dalla sua realizzazione.

Nel 1755, a seguito di una serie di eventi che avevano portato alla chiusura di alcuni teatri in edifici pubblici e privati, il Comune decideva di procedere alla costruzione di un teatro in pietra, proprio in luogo del guasto generato più di due secoli prima dalla distruzione di Palazzo Bentivoglio. È significativa la volontà di affidare l’incarico ad uno degli architetti più in voga, che lavorava alla corte degli Asburgo. Il disegno del teatro in stile barocco si rivela troppo ambizioso nelle sue dodici arcate, nel doppio ordine architettonico, nel rivestimento di facciata, tanto da rimanere sulla carta per quasi due secoli. 

Intanto, nel 1756, si completa la Biblioteca del vicino Palazzo Poggi, e iniziano altri lavori. Un primo intervento si ascrive al figlio di Francesco, Gian Domenico Dotti, il quale nel 1759 prevede l’estensione dell’Istituto, che necessitava di spazi sempre maggiori, fino a via Borgo San Giacomo, tramite un corpo a forma di L provvisto di portico, che però non sarà mai realizzato.

Quando nel 1805 Napoleone diede l’ordine di trasferire lo studio, che aveva sede nel Palazzo dell’Archiginnasio, sopra al portico del Pavaglione, la scelta di Palazzo Poggi fu del tutto conseguente e naturale al fatto che lo stesso fosse da tempo luogo vocato alle scienze e alle arti. Nel corso del XIX si procedette al collegamento con palazzo Malvezzi e, soprattutto, al completamento della facciata su via Zamboni, terminato nel 1931. A causa della saturazione del lotto chiamato ad ospitare la totalità degli edifici universitari, si rese poi necessario innestare due ali che si affiancarono al nucleo originario di palazzo Poggi e della Biblioteca. Esse prendono il posto di edilizia residenziale minore agli angoli tra via Zamboni e via S. Giacomo a nord, tra via Zamboni e via Belmeloro a sud. Si giunse così al completamento della facciata dell’isolato, che risponde alla volontà di risanarlo e di renderlo uniforme nell’aspetto oltre che nella funzione.