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Il lavoro tra forma e sostanza

Un mercato del lavoro in cui le offerte continuano a calare e parallelamente è sempre più difficile operare una selezione in base alle proprie competenze, capacità e aspettative: è la sintesi dell'indagine Isfol-Plus 2011 dal titolo "Il lavoro tra forma e sostanza", basata su circa 38.000 interviste a un campione di italiani in età lavorativa. Lo scenario descritto dagli autori dell'indagine Emiliano Mandrone e Deborah Radicchia, è caratterizzato da un generale processo di flessibilizzazione dell'occupazione e dall'uso improprio di alcune forme contrattuali. Un mercato con poche offerte disponibili, spesso di bassa qualità, in cui la gran parte delle persone, per orientarsi e per conquistare un posto di lavoro, deve ricorrere soprattutto ai canali informali.

Nel 2011 tra le persone in cerca di lavoro l'8% ha ricevuto una proposta lavorativa negli ultimi 30 giorni (nel 2008 era il 14%) e tra questi il 44% l'ha accettata (nel 2008 era il 40%). Le motivazioni fornite da chi ha rifiutato l'offerta ricevuta sono legate innanzitutto a proposte di lavoro non in linea o inadeguate alle proprie aspettative (23%) o con una retribuzione non soddisfacente (20%).

L'indagine ha verificato le difficoltà complessivamente riscontrate nella ricerca di lavoro. Il 43% ritiene eccessiva la propria formazione rispetto alle proposte di lavoro, il 40% dice di non avere adeguata esperienza, il 34% si ritiene penalizzato dall'età. Alla domanda 'Qual è il motivo per cui non lavora?' il 34% risponde che c'è carenza di opportunità, ma sono ancora rilevanti le motivazioni di cura della famiglia (22%). Quanto alle cause della perdita di una precedente occupazione prevalgono quelle riferibili a questioni non personali, in particolare alla scadenza di contratti temporanei (16%).

Tra i canali di ricerca del lavoro si conferma il livello particolarmente elevato dell'intermediazione informale, in particolare tramite amici, parenti, conoscenti (32%). L'incidenza dell'informale aumenta tra i più giovani e diminuisce tra i più istruiti. Alto è anche il ricorso all'autocandidatura (17%) e all'avvio di una attività autonoma (11%), strategie di attivazione caratterizzate da una forte iniziativa individuale, favorita dalla presenza di network sociali o background familiari consistenti. A questo proposito Mandrone e Radicchia sottolineano come il sistema familiare incida ancora sul futuro lavorativo degli individui; il reddito mensile e l'istruzione dei genitori tende ad offrire maggiori opportunità e ad alzare la soglia delle aspettative di quanti sono in cerca di lavoro.

Il dato relativo ai servizi pubblici per l'impiego non supera il 3% nell'intermediazione diretta, ma nel 26% dei casi rappresenta uno dei passaggi necessari per trovare lavoro (funzione indiretta), confermando il ruolo di 'player' importante nel mercato anche in considerazione dell'utenza che gestisce (quella più debole). E' in crescita il rilievo degli altri intermediari istituzionali, in particolare le agenzie di somministrazione, ma anche istituti scolastici e centri di formazione, oltre alle società di ricerca e selezione per i profili professionali di fascia medio-alta.

Un altro aspetto ormai noto è che il posto fisso continua a perdere terreno. Le persone che hanno perso una occupazione stabile, sono state nel periodo 2010-2011 circa 2,2 milioni, mentre quelle che hanno visto stabilizzata la loro occupazione sono quasi 2 milioni: la metà erano già occupati ma atipici mentre gli altri provengono dalla disoccupazione o dall'inattività.

L'analisi evolutiva dei contratti flessibili mostra che il 32% dei lavoratori atipici del 2010 ha dopo 12 mesi una occupazione standard, il 42% è ancora precario e il 25% non è più occupato. Tra il 2010 e il 2011, il 5% di chi aveva un contratto a tempo indeterminato è entrato tra gli atipici e un altro 11,5% non ha più un posto.

Tra i giovani gli esiti positivi, intesi come trasformazioni da occupazioni atipiche in contratti standard, sono inferiori al dato medio e la permanenza nella condizione atipica è superiore. I laureati hanno invece esiti superiori al dato medio sia nelle trasformazioni che nelle permanenze, quindi restano nel mondo del lavoro di più e meglio rispetto al dato medio. Le donne hanno esiti positivi inferiori alla media ma permanenze superiori, mentre nel Mezzogiorno tutti i parametri sono peggiori rispetto ai livelli nazionali.

Il testo del rapporto

 

Ultimo aggiornamento: giovedì 04 aprile 2013