Capitale umano e competenze sono una risorsa "chiave" per la crescita economica. Ma l'Italia "rischia una contrazione del suo livello di competitività perché non riesce ad investire efficacemente su questo fronte".
A lanciare l'allarme è il Rapporto Isfol 2012, "Le competenze per l'occupazione e la crescita", presentato il 28 giugno alla Camera dei Deputati. Secondo i dati riportati dall'istituto di ricerca, il nostro paese di fronte alla crisi economica, contrariamente ad altri Paesi europei, "ha disinvestito nei lavori ad alta specializzazione e tecnici incrementando invece l'occupazione nelle professioni elementari".
In Europa, secondo il rapporto, aumenta l'occupazione nelle professioni caratterizzate da elevate competenze ed è una tendenza che proseguirà anche nei prossimi anni. In Italia, invece, le posizioni ad alta specializzazione si sono contratte dell'1,8% negli ultimi 5 anni, mentre cresce l'occupazione nelle professioni elementari e rimane stazionaria in quelle intermedie, dove le figure tecniche hanno però subito una diminuzione di 22 punti percentuali, a fronte di un aumento per esempio del 13% della Francia.
Nel nostro paese abbiamo una bassa quota di professioni ad elevata specializzazione: il 18% contro il 23% della media Ue. Al tempo stesso, paradossalmente, i lavoratori che ricoprono i livelli professionali più elevati hanno, rispetto al dato europeo, le quote più basse di istruzione terziaria: il 53,6% contro il 70,6% della media Ue. Nel 2004-2010 ad un incremento di occupati con titolo universitario di poco superiore alla media europea non è corrisposto un aumento delle professioni high-skill, che risultano appunto diminuite, con un tasso di variazione negativo secondo solo a quello di Grecia e Irlanda.
Una fragilità, secondo l'Isfol, che ha radici antiche "come dimostra la debole dinamica della produttività del lavoro che caratterizza il nostro sistema economico: dal 1998 è cresciuta poco più del 4% contro l'oltre 15% della media europea".
Ad incidere, si legge nel rapporto, è certamente la forte asimmetria dimensionale delle imprese: la domanda di competenze qualificate, infatti, cala nelle aziende più piccole. Ma ha un peso anche la tendenza a competere sui costi più che sull'innovazione. Vanno poi considerati i bassi livelli di istruzione della forza lavoro, l'allocazione inefficiente delle competenze, gli scarsi premi retributivi per chi investe in formazione, la bassa produttività. Si configura in questo modo il rischio della "trappola dell'equilibrio al ribasso", con produzioni a scarso valore aggiunto, lavori low-skill, bassi livelli delle retribuzioni. Tutti fattori, osserva l'Isfol, che si combinano tra loro in un circolo vizioso.
Un dato preoccupante è anche il calo dei giovani assunti con contratto di apprendistato, ridotto in due anni di oltre 100.000 unità (-20%) e attestato sul 15% dei giovani occupati.
Così come è bassa incidenza della formazione continua: le aziende che hanno investito in formazione nel 2009 sono il 45,1%, in aumento rispetto a 5 anni prima, ma ben al di sotto della media europea (60%). L'ammontare finanziario mobilitato per la formazione continua nel Paese è stimabile in poco più di 5 miliardi di euro l'anno (di questi, circa 1 miliardo viene messo a disposizione dalle leggi nazionali di sostegno, dai Fondi paritetici interprofessionali e dal Fondo sociale europeo).
Tuttavia, fa notare il rapporto, studiare paga: la disoccupazione ha colpito maggiormente le persone con titoli di studio più bassi. Nel 2011 il tasso di disoccupazione degli individui poco scolarizzati si attesta su livelli doppi rispetto a quelli registrati per coloro che possiedono un titolo universitario: l'indicatore riferito ai laureati è pari al 5,4%, mentre per i diplomati è superiore di 2,5 punti percentuali e raggiunge un valore del 10,4% per chi possiede la licenza media.
Il testo del rapporto e altri materiali sul sito dell'Isfol
Ultimo aggiornamento: giovedì 12 luglio 2012