Ho conosciuto Joe Coco in una di quelle estati
talmente torride da far venire i blues persino ad un carmelitano scalzo.
Correva l’anno 1993, Joe era appena arrivato in Italia e proprio in quei
giorni teneva una serie di concerti a Messina. Il caso volle che nello
stesso periodo e nel medesimo locale fosse allestita una mia mostra di
immagini blues. Fu così che quella sera assistetti al suo spettacolo
(il songwriter del New Jersey evocava nella mia mente i tanti nomi di artisti
leggendari di quelle parti d’America). Il club era semivuoto ma Joe si
esibì come se una
platea numerosa ed attenta fosse lì ad ascoltarlo. Il suo stile
chitarristico molto vicino al folkrock ed una voce estremamente duttile
e melodiosa rendevano piacevole lo scorrere dei brani, in prevalenza composizioni
originali con qualche citazione dylaniana, tanto per gradire. Ci presentarono
dopo il concerto, osservò con attenzione le foto e ricordo che rimase
particolarmente colpito dalle mie conoscenze in fatto di blues; non avrebbe
mai pensato infatti di riscontrare tanto interesse nei confronti della
musica neroamericana in questo angolo di mondo avvolto dalla leggenda di
Scilla e Cariddi. Dell’Italia dei suoi nonni aveva sempre sentito parlare
in termini di mafia, spaghetti e pizza, ma i suoi studi di belle arti lo
avevano reso edotto sull’inclinazione culturale del Bel Paese, sulla sua
storia antica e sull’immenso patrimonio artistico. Per un uomo assetato
di conoscenza come Joe era decisamente forte il desiderio di vedere di
persona. A condurlo in Sicilia contribuirono non poco le tante storie raccontate
da nonno Coco sull’amata terra lontana. Anche se non era mai stato in questi
luoghi prima d’allora, era come se ogni cosa avesse, in qualche modo, fatto
parte della sua vita passata. Scriverà in seguito: “Sarà
sempre
un
mistero per me il motivo per cui quel qualcosa nel carattere di ognuno,
nei loro occhi, così invitante, è stato per me così
déja vu!”. Nei programmi di Joe la visita in Italia avrebbe dovuto
esaurirsi nell’arco di qualche mese ma il susseguirsi degli impegni (concerti,
mostre di pittura, registrazioni e quant’altro) hanno “rimandato” di oltre
cinque anni il suo ritorno negli Stati Uniti. Un lungo periodo durante
il quale è nato un sodalizio artistico di singolare prolificità
con il sottoscritto (nel momento in cui scrivo è in cantiere il
sesto lavoro a firma Joe Coco & Michele Lotta). Non è facile
descrivere un personaggio così eclettico e dall’inesauribile vena
creativa come Joe Coco. Alle esperienze maturate grazie ai suoi studi di
belle arti (laurea conseguita alla Northern Arizona University e
master alla Rutgers University di New Brunswick, NJ) e di musica (San Francisco
Art Institute), sono infatti da sommare le innate doti di entertainer,
a volte giullare ed a volte sognatore, sempre carico di entusiasmo ed in
grado di catturare, in qualsiasi momento, anche l’attenzione dello spettatore
più apatico. I suoi numeri sono davvero da guinnes dei primati:
oltre quattrocento canzoni scritte dal 1970, gran parte delle quali contenute
in 19 album concepiti tra Arizona, New York, California, Nevada, Portogallo
ed Italia. Ha lavorato a New York come compositore per la Warner Bros.
ed alcuni dei suoi brani sono stati inseriti nel repertorio di Barbra Streisand,
Judy Collins, Glen Campbell; ha aperto inoltre i concerti di artisti leggendari
come B.B. King, John Hammond, Ry Cooder, James Cotton, Emmylou Harris.
La singolare fertilità creativa pare sia ingenerata da una sorta
di vera e propria vocazione a comporre della quale Joe sembra essere inconscio
fruitore. Luoghi, vicende, storie d’amore (il nostro è un passionale
di chiare origini mediterranee) e tutto quello che incanta di solito l’immaginario
artistico, viene elaborato in tempo reale e non c’è momento della
sua giornata in cui non sia impegnato a scrivere sui tanti taccuini che
affollano l’inseparabile borsa. Nella sua musica sono presenti le tracce
di tredici anni vissuti nel Southwest, dalla fine degli anni settanta alla
metà dei novanta, in un periodo caratterizzato da una accesa coscienza
sociale. Vero maestro della chitarra acustica e della tecnica slide, Joe
Coco eccelle nelle ballads in cui i tratti intimistici della sua voce riescono
a tinteggiare atmosfere dal coinvolgente blues drive. E’ proprio il canto
l’arma letale del songwriter americano, una voce dalle curve pericolose
che riesce a modulare magistralmente miscelandola alla musica come fosse
strumento a sua volta. Nel lavoro “Blues
House - A Blues Opera” (Joe Coco & Michele Lotta, Performance
Company 1997) l’amore di Coco nei confronti del blues trova modo di esprimersi
in senso totale. Il progetto (già accolto con grande interesse dalle
maggiori associazioni blues degli Stati Uniti) ha finalità multimediali
e le recenti esperienze maturate nel campo del musical grazie alla rock
opera Tommy, in cui ha vestito i panni di uno dei protagonisti, hanno contribuito
a rafforzare l’idea di proporre l’opera blues sotto forma di spettacolo
teatrale. Joe Coco non è nuovo ad esperienze di questo tipo, una
delle sue ultime fatiche “If Walls Could Speak”, rappresentata al teatro
Vittorio Emanuele di Messina nel dicembre del 1996, è un esempio
di installazione multimediale a base di pittura, musica e letteratura (comprendendo
anche un libro autobiografico nel quale Joe Coco narra le avventure vissute
nei lunghi anni trascorsi in Europa). La mostra sarà allestita in
maggio presso il museo della città di Paterson, NJ, ed in autunno
presso l’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco.
Per informazioni e contatti : Michele Lotta,
Via S. Maria Alemanna, 25 - 98122 Messina Italy