Joe Coco: Jersey dreamer
di Michele Lotta

Ho conosciuto Joe Coco in una di quelle estati talmente torride da far venire i blues persino ad un carmelitano scalzo. Correva l’anno 1993, Joe era appena arrivato in Italia e proprio in quei giorni teneva una serie di concerti a Messina. Il caso volle che nello stesso periodo e nel medesimo locale fosse allestita una mia mostra di immagini blues. Fu così che quella sera assistetti al suo spettacolo (il songwriter del New Jersey evocava nella mia mente i tanti nomi di artisti leggendari di quelle parti d’America). Il club era semivuoto ma Joe si esibì come se Joe Coco (gtr) and Michele Lotta (hmc)una platea numerosa ed attenta fosse lì ad ascoltarlo. Il suo stile chitarristico molto vicino al folkrock ed una voce estremamente duttile e melodiosa rendevano piacevole lo scorrere dei brani, in prevalenza composizioni originali con qualche citazione dylaniana, tanto per gradire. Ci presentarono dopo il concerto, osservò con attenzione le foto e ricordo che rimase particolarmente colpito dalle mie conoscenze in fatto di blues; non avrebbe mai pensato infatti di riscontrare tanto interesse nei confronti della musica neroamericana in questo angolo di mondo avvolto dalla leggenda di Scilla e Cariddi. Dell’Italia dei suoi nonni aveva sempre sentito parlare in termini di mafia, spaghetti e pizza, ma i suoi studi di belle arti lo avevano reso edotto sull’inclinazione culturale del Bel Paese, sulla sua storia antica e sull’immenso patrimonio artistico. Per un uomo assetato di conoscenza come Joe era decisamente forte il desiderio di vedere di persona. A condurlo in Sicilia contribuirono non poco le tante storie raccontate da nonno Coco sull’amata terra lontana. Anche se non era mai stato in questi luoghi prima d’allora, era come se ogni cosa avesse, in qualche modo, fatto parte della sua vita passata. Scriverà in seguito: “Sarà sempre Joe Coco (gtr) & Fontella Bass (vc)un mistero per me il motivo per cui quel qualcosa nel carattere di ognuno, nei loro occhi, così invitante, è stato per me così déja vu!”. Nei programmi di Joe la visita in Italia avrebbe dovuto esaurirsi nell’arco di qualche mese ma il susseguirsi degli impegni (concerti, mostre di pittura, registrazioni e quant’altro) hanno “rimandato” di oltre cinque anni il suo ritorno negli Stati Uniti. Un lungo periodo durante il quale è nato un sodalizio artistico di singolare prolificità con il sottoscritto (nel momento in cui scrivo è in cantiere il sesto lavoro a firma Joe Coco & Michele Lotta). Non è facile descrivere un personaggio così eclettico e dall’inesauribile vena creativa come Joe Coco. Alle esperienze maturate grazie ai suoi studi di belle arti (laurea conseguita alla Northern Arizona University  e master alla Rutgers University di New Brunswick, NJ) e di musica (San Francisco Art Institute), sono infatti da sommare le innate doti di entertainer, a volte giullare ed a volte sognatore, sempre carico di entusiasmo ed in grado di catturare, in qualsiasi momento, anche l’attenzione dello spettatore più apatico. I suoi numeri sono davvero da guinnes dei primati: oltre quattrocento canzoni scritte dal 1970, gran parte delle quali contenute in 19 album concepiti tra Arizona, New York, California, Nevada, Portogallo ed Italia. Ha lavorato a New York come compositore per la Warner Bros. ed alcuni dei suoi brani sono stati inseriti nel repertorio di Barbra Streisand, Judy Collins, Glen Campbell; ha aperto inoltre i concerti di artisti leggendari come B.B. King, John Hammond, Ry Cooder, James Cotton, Emmylou Harris. La singolare fertilità creativa pare sia ingenerata da una sorta di vera e propria vocazione a comporre della quale Joe sembra essere inconscio fruitore. Luoghi, vicende, storie d’amore (il nostro è un passionale di chiare origini mediterranee) e tutto quello che incanta di solito l’immaginario artistico, viene elaborato in tempo reale e non c’è momento della sua giornata in cui non sia impegnato a scrivere sui tanti taccuini che affollano l’inseparabile borsa. Nella sua musica sono presenti le tracce di tredici anni vissuti nel Southwest, dalla fine degli anni settanta alla metà dei novanta, in un periodo caratterizzato da una accesa coscienza sociale. Vero maestro della chitarra acustica e della tecnica slide, Joe Coco eccelle nelle ballads in cui i tratti intimistici della sua voce riescono a tinteggiare atmosfere dal coinvolgente blues drive. E’ proprio il canto l’arma letale del songwriter americano, una voce dalle curve pericolose che riesce a modulare magistralmente miscelandola alla musica come fosse strumento a sua volta. Nel lavoro “Blues House - A Blues Opera” (Joe Coco & Michele Lotta,  Performance Company 1997) l’amore di Coco nei confronti del blues trova modo di esprimersi in senso totale. Il progetto (già accolto con grande interesse dalle maggiori associazioni blues degli Stati Uniti) ha finalità multimediali e le recenti esperienze maturate nel campo del musical grazie alla rock opera Tommy, in cui ha vestito i panni di uno dei protagonisti, hanno contribuito a rafforzare l’idea di proporre l’opera blues sotto forma di spettacolo teatrale. Joe Coco non è nuovo ad esperienze di questo tipo, una delle sue ultime fatiche “If Walls Could Speak”, rappresentata al teatro Vittorio Emanuele di Messina nel dicembre del 1996, è un esempio di installazione multimediale a base di pittura, musica e letteratura (comprendendo anche un libro autobiografico nel quale Joe Coco narra le avventure vissute nei lunghi anni trascorsi in Europa). La mostra sarà allestita in maggio presso il museo della città di Paterson, NJ, ed in autunno presso l’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco.
Per informazioni e contatti : Michele Lotta, Via S. Maria Alemanna, 25 - 98122  Messina Italy