Mail: Roberto
Menabò
Roberto Menabò WEB
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Brichan. "Veleno Rumoroso".
Ffo-Bet Records
Ascoltato per prima volta in un locale cittadino, tappa di un suo breve
tour in Italia organizzato dal promoter reggiano Lorenzo Bedini, il cantante
chitarrista gallese è stato un'autentica sorpresa. Già attivo
dal 1988 quando fondò il gruppo punk dei Jess con cui incise quattro
album e con cui si esibì in diversi tour europei, ha ora formato
un nuovo ensemble chiamato U4Ria coadiuvato da Sally Payne e Sian Williams
due eccellenti cantanti anche loro presenti nel tour italiano. "Veleno
Rumoroso" vede Brychan quasi esclusivamente in solitudine alla voce e alla
chitarra acustica e ci presenta il cantante gallese al meglio di sè,
sia per quanto riguarda l'interpretazione e sia per lo strano accostamento
di folk-punk-jazz, che produce un suono nuovo e inconfondibile. Brychan
suona la chitarra acustica con uno stile che ricorda il finger-picking,
anche se, grazie all'uso di certe particolarità ritmiche-sonore
o ad inconsuete progressioni armoniche, si avvicina al punk od al jazz.
Questa peculiarità fa da supporto ad una voce alta e potente capace
di muoversi ad ampi spazi nella linea melodica alternando alla lingua inglese
o gallese scat, urla e mugolii che fanno di brani come "Wonderful Terrible
Thing" o "Bad Pink Vibe" momenti irripetibili. Ancora da ricordare certi
echi di folk e soprattutto di Bert Jansh in "Sion" o nell'unico brano elettrico
"Wade" dal vago sapore new-wave. Un bel disco, interessante e nuovo: solo
una cosa , un pò troppo corto.
Franco Morone. "Melodies
of Memories". Acoustic Music Records
Franco Morone si è ritagliato un suo spazio nel panorama internazionale
della chitarra acustica, grazie alla sua bravura, l'impegno, la passione
e la costanza che lo hanno contraddistinto dai primi anni della sua carriera
di musicista. La svolta è stata con la realizzazione di quel gioiello
acustico che è stato "Guitarea" pubblicato dalla etichetta di Peter
Finger indirizzata quasi esclusivamente alla musica per chitarra acustica.
Dopo l'episodio di "Celtic Tunes", dedicato al rifacimento chitarristico
di tradizionali irlandesi, torna con il recente "Melodies of Memory" ad
un album di composizioni, per lo più proprie, sempre per l'etichetta
tedesca. Anche in questo disco, dedicato ai suoni e ad episodi della memoria,
la chitarra di Franco si apre a intuizioni solari e melodiche che travalicano
il freddo tecnicismo del finger-picking o la rarefattezza sonora della
new-age. Morone ha sempre avuto il dono di mescolare suoni americani con
melodie tipicamente mediterranee, di usare la tecnica dei sincopati, delle
opening-tunings per arrivare a suoni caldi e intensi come si possono ascoltare
nel CD. Fa piacere ascoltare arrangiamenti per chitarra acustica di brani
popolari come "Vola Vola" o "Mamma mia dammi cento lire" con la melodia
mescolata fra le armonie delle accordature aperte; ancora di bella intensità
la lineare "Flowers of Ayako" in ricordo della bomba di Hiroshima, o la
movimentata "Parata dei Saltinbanchi" con l'apporto preciso di Felice Del
Gaudio al fretless-bass. Fra le quattordici tracce, tutte da ascoltare
e apprezzare, segnalo, per chi come me ama lo slide, la delicata e fantasiosa
"Slides From Thoughtless Time".
Woody Mann. "Heading Uptown".
Shanachie
Ci sono personaggi schivi e appartati che nascondono un cuore grande
come una casa e un'arte che ha pochi eguali: uno di questi è Woody
Mann. Di lui si accorse già più di vent'anni fa John Fahey
che lo volle nella registrazione del suo leggendario "Old Fashioned Love"
; Woody era poco più di un ragazzo ma aveva già conosciuto
e imparato i trucchi da Gary Davis e frequentava la casa del compianto
Nick Perls allora punto di ritrovo della musica blues e folk a New York.
Di lui parleremo ancora nella prossima puntata, dedichiamoci adesso al
suo ultimo e bellissimo CD. "Headin Uptown" è un album difficile
da collocare in un genere musicale; cercate di immaginare insieme: una
chitarra straordinaria capace di armonizzazioni difficile e raffinate e
nello stesso tempo di emanare calore e melodia, ricordi sfocati di blues
e ragtime, jazz e un pizzico di Broadway il tutto condito con una voce
che amalgama il tutto con venature soul. Ascoltando il disco si respira
aria della "Grande Mela" nella ricercatezza dei suoni e nella raffinatezza
espressiva sia che si tratti di un rifacimento esaltante di "A Kindhearted
Woman" di Robert Johnson o vi siano echi chitarristici di Gary Davis o
Skip James in "Uptown Tales" o "So Glad", o ancora nel mosso "Little Brother"
dedicato con affetto a Little Brother Montgomery o nel "latino" "Immigration
Agent". Ma la vera anima colta e progressista di Woody la ascoltimo in
"Well Be Alright" una sua song che si muove con grazia ed eleganza tra
accordi e melodie sofisticate ma che si ascoltano e si gustano con enorme
piacere. The world is in a fight, The odds ain't always right, and the
man he keeps saying: hey hey, that's alright.
John Fahey. "America".
Takoma
Chissà quanti serbatoi dovette riempire John Fahey durante il
turno di notte presso l'unica gas station dalle parti di Takoma City, per
pagarsi la pubblicazione di 100 copie di un disco che aveva in mente da
tempo a cui nessuno aveva osato prima: un L.P. di sola chitarra acustica.
Da quel mitico Blind Joe Death sono passati esattamente quarant'anni e
John Fahey è diventato un personaggio di culto nella musica contemporanea.
Non legato a nessun stile preciso ha rivoluzionato il modo di suonare la
chitarra acustica paradossalmente facendosi amare di più dai non
chitarristi piuttosto che dagli strumentisti della sei corde che consideravano
il suo fraseggio troppo facile. Dopo un periodaccio che lo aveva visto
vagabondo, malato, senza casa e ospite dei dormitori pubblici Fahey è
tornato a nuova vita suonando prevalentemente musica improvvisata e dissonante
per la sua nuova audience composta per lo più da giovani che ascoltano
noise, garage e avant-garde, rifiutandosi di eseguire i pezzi di una volta
per i suoi vecchi estimatori che ancora glielo chiedono nei concerti. Nel
frattempo godiamoci questa ristampa di America uscito originariamente nel
1971. Era il periodo in cui Fahey scriveva delle lunghe sinfonie per chitarra
che aveva iniziato con il folgorante " The Great San Bernardino Parthy".
Il disco doveva essere doppio ma strette leggi di mercato convinsero i
produttori a farlo uscire singolo, lasciando nel dimenticatoio la metà
dei brani incisi. Grazie anche all'opera di Bill Belmont il CD comprende
la completa seduta di registrazione per circa 80 minuti di musica. Accanto
ai pezzi conosciuti come "Mark 1:15" o al lunghissimo "Voice of The Turtle",
con la chitarra ipnotica e angolosa troviamo tra gli inediti un colto omaggio
a Skip James in "Special Rider Blues" o il rifacimento di un tema della
ottava sinfonia di Dvorak; ancora lo stile inconfondibile dei double-bass
di Fahey li ascoltiamo nel ragtime "Song" e in "Jesus is a Dying Bedmaker".
Ma come non ricordare la lunga suite "Dalhart, Texas, 1967" che presagisce
il tema del "Gran Finale" apparso sull'album "Visit Washington D.C."? La
chitarra lanciata in una variazione dell'accordatura di Do e ad una ripetizione
di un tema sui bassi diventa un'orchestra che fluttua suoni colori ed emozioni
portandoci in una musica senza tempo.
Tony McManus. Pourquoi Quebec?
Greentrax
Esce questo secondo disco di McManus diventato in pochi anni una stella
di prima grandezza nel panorama della musica celtica, quella vera non le
varie manifestazioni pseudo musicali che tanto di moda vanno adesso. Quando
uscì nel 1995 il primo disco per la Greentrax (la casa discografica
per eccellenza della musica scozzese) la rivista Folk-Roots (così
seria e pacata) gridò al miracolo, ed infatti questo chitarrista
di Glasgow ha saputo per certi versi rinnovare e superare i maestri quali
Dick Gaughan, Martin Simpson, Tony Cuff. L'abilità di McManus sta
soprattutto nella potenza sonora e nell'innegabile gusto della melodia
che fanno delle esecuzioni momenti piacevolissimi da ascoltare e centellinare.
Anche in questo nuovo disco il chitarrista scozzese ci fa vedere la sua
classe e la sua musicalità. Registrato in Quebec con l'ausilio di
musicisti locali "Pourquoi Quebec" è una raccolta di tradizionali
celtici e di brani contemporanei tutti strettamente strumentali in cui
spiccano il brillante "The Biodag Aig Mac Thòmais" grazie anche
al particolare lavoro di Denis Frechette al frettless bass, la poderosa
"Irene Meldrum's Welcome to Bon Accord" dove McManus si lancia in una delle
sue incredibili performance e di "Ann Waters" una struggente e poetica
slow-air in onore di quel grande che è stato Nic Jones. Anche se
non siete chitarristi, non preoccupatevi questo cd vi piacerà senz'altro
lo stesso.
Martin Carthy. Signs Of Life.
Topic
Martin Carthy è una figura leggendaria nella musica scozzese,
da poco anche insignito baronetto per meriti artistici (non che questo
voglia dir molto, ma la dice lunga sulla popolarità dell'artista).Cantante
rigoroso e non disposto a concedere nulla al business lui e Dick Gaughan
sono stati gli alfieri del folk e del chitarrismo tradizionale della Gran
Bretagna. Dopo l'esperienza con altri musicisti, esce dopo tanto tempo
un suo nuovo lavoro in solitario, se si eccettua per pochi brani l'apporto
di sua figlia al violino. E anche questa volta il grande "vecchio" tira
fuori gli artigli presentandoci un disco che ha lasciato sbalorditi la
gran parte dei critici d'oltre Manica per la sua bellezza e intensità.
La chitarra di Carthy è sempre colma di pathos e profondità
e accompagna in modo complesso ed articolato le melodie vocali. Com'è
di questa musica, Carthy usa diverse accordature modali che gli permettono
di sostenere le particolari atmosfere musicali e rendere una sonorità
profonda e struggente: basta ascoltare cosa diventa nelle sue mani "New
York Mine Disaster, 1941" una canzone dei fratelli Gibbs. L'album non è
soltanto una raccolta di deliziosi tradizionali come "Sir Patrik Spens",
ma possiamo trovare anche una inquietante versione di "The Lonesome Death
Of Hattie Carol" di Bob Dylan o la raffinata "Hong Kong Blues" di Hoagy
Carmichael. Un'ultima nota la merita "Heartbreak Hotel" di "Elvis" che
è tutta da sentire. Bel disco, se ti piace la musica di impegno
civile di alta qualità.
Bill Morrissey. Songs of
Mississippi John Hurt. Philo
Per ogni chitarrista che si rispetti che ami il folk o il blues Mississippi
John Hurt è un personaggio con cui bisogna fare i conti sia per
il suo stile semplice ma essenziale e sia per il suo tocco dolce e morbido;
se a questo aggiungiamo che le sue canzoni sono immediate e semplici, comprendiamo
perché molti cantanti-chitarristi americani si cimentino in sue
rielaborazioni (tra le più belle ricordiamo quelle di David Grisman
e Jerry Garcia). Non si è sottratto a questo richiamo neanche Bill
Morrissey, songwriter più che apprezzato, che si presenta con un
disco di sole canzoni del compianto John Hurt. Dire qualcosa di nuovo su
pezzi come "Avalon Blues", "Louis Collins" o "Big Leg Blues" è impresa
ardua vista la marea di incisioni, ma Bill riesce in qualche modo ad essere
originale e particolare arrangiando i brani in modo nuovo, togliendo un
po' la parte prettamente chitarristica e rendendoli o a volte più
bluesy o più vicine alla canzone d'autore. Compaiono così
qua e la armoniche, pianoforte sassofoni come nella particolare versione
di "First Shot Missed Him" o di "I'm Satisfied". Se sei un cultore del
chitarrista di Avalon, non può mancarti questo disco.
Autori Vari. Hawaiian Slack
Key Guitar Master. Bluetone
Grazie all'opera attenta e precisa del chitarrista francese Cyril LeFebre
esce per la Bluetone questa ricca e appetitosa antologia di chitarra hawaiana
meglio nota anche come slack key guitar per il costante uso di accordature
aperte e particolari, in uso (a parte quella di DO) quasi esclusivamente
in questa isola del pacifico. La musica hawaina è stata per molto
tempo relegata a sottofondo o peggio ancora a macchietta per turisti anche
se ha dato personaggi incredibili come Sol Hoopii. Fu la Yazoo a far uscire
circa vent'anni fa un disco bellissimo e curatissimo (come tutti i suoi
prodotti), "Hawaiana Guitar Hot Shot" e a far conoscere al pubblico americano
gli eroi degli anni trenta. In questi ultimi anni l'interesse è
andato man mano aumentando tanto che George Wiston, il pluriconosciuto
pianista della Windham Hill ha di recente fondato la "Dancing Cat Records"
dedicata esclusivamente alla musica hawaiana. Il disco della BlueTone è
un'ottima antologia propedeutica a questa musica: si possono trovare tutti
i chitarristi più famosi e rappresentativi. Keol Beamer, Cyril Pahinui,
Led Kaapana ci ammaliano con la loro musica solare e sensuale, assieme
a tanti altri meno noti, ma non per questo meno incisivi. Qua e là
fa anche capolino la seconda chitarra di quel geniaccio della slide che
è Bob Brozman. Disco elegante e curato, con esaurienti note e fotografie.
Da avere e tenere anche come documento.
Stephen Nystrup. Another Sleepless Night. Rare Duck Records. Personaggio ai "margini" del mercato ufficiale, Stephen Nystrup si presenta con questo suo ultimo "Another Slepless Night" che segue di alcuni anni il precedente "Drivin Rain" che aveva già messo in luce la sua abilità chitarristica e il suo gusto espositivo. Con questo nuovo lavoro Steve si sposta verso una lettura meno intimista e più "estroversa". La musica è sempre di alta qualità, le canzoni arrivano suadenti al cuore e si gustano per la ricercata atmosfera sonora e per gli incantesimi strumentali. Accompagnato da musicisti esperti e di sicuro spessore, tra i quali come non citare Mark Saunders, Steve ci accompagna nel suo mondo sonoro e nelle sue canzoni rese particolari da un intelligente uso delle accordature aperte e di un finger picking rilassato che riescono a supportare la sua voce che si è fatta ancora più calda e matura rispetto al suo primo c.d. Il disco si apre con un omaggio alla tradizione in cui si ascolta Steve alle prese con una versione strumentale di Amazing Grace che ribadisce la sua grande tecnica chitarristica. Si prosegue poi con una serie di canzoni che sfuggono ad una catalogazione precisa: come la fresca "Life Should Be Easy", l'intimista "Drops Of Rain", fino all'esuberante "Comin'Home". Veramente un bel disco di colore ed atmosfera che ci fa conoscere un personaggio di indubbio talento della musica acustica.
Kelly Joe Phelps. Shine eyed mister zen. Ryco Records Ritorna Kelly Joe Phelps con "Shine eyed mister zen" che tenta di riportare il cantante chitarrista ai fasti del primo ed insuperabile "Lead Me On". Anche in questo lavoro Kelly si presenta solo con la sua chitarra, eccetto l'apporto sporadico all'armonica di David Mathis e in perfetta solitudine sfodera dal cappello suoni slide inconfondibili che l'hanno reso giustamente famoso e apprezzato: Kelly sembra comunque aver abbandonato certe sonorità e strutture ritmiche dei primi brani più legati ad una riproposta, seppur intellettuale, al blues delle origini: L'album apre l'orizzonte del chitarrista a suoni diversi più rarefatti e vellutati che, anche se incontrano diversi stili, rendono l'impatto sonoro troppo omogeneo e alcune volte troppo ritorto su se stesso, anche se della capacità esecutiva di Phelps non ci sono dubbi come sempre riaffermare l'imperioso brano di apertura "The House Carpanter". Tra le tracce del disco, fra traditionals e brani originali ci viene da segnalare una inusuale "Capman Bo Boootman" con Phelps impegnato in uni strano flat-picking e un attraente omaggio a Frankie Hutchison in "Train Carried My Girl From Town, ma capolavoro assoluto del c.d. è "Goodnight Irene (sì quella di Leadbelly) commosso e sentito omaggio in cui il nostro tira fuori le unghie e allora anima, calore e tensione si amalgamano per un momento di assoluta bellezza: Ma è solo un attimo...
"Ramblin'" Jack Elliot. The Long Ride. HighTone Records. "Ramblin'" Jack Elliot si avvia a diventare il "grande vecchio" della musica folk statunitense. I tempi delle suonate in compagnia di Woody Guthrie o nelle piazze di mezzo mondo è lontano e il nostro, con molti anni in più, ma con lo stesso cappello da cowboy è un "cult" venerato da molti artisti. E' giusto passato un anno dal precedente "Friends of mine" (in cui comparivano fra gli altri Tom Waits, John Prine, Arlo Guthrie) che esce questo "The Long Ride" prodotto dal quel funambolico chitarrista slide che è Roy Rogers:Come nel lavoro precedente il c.d. è una session tra amici, questa volta tutti di casa HighTone: troviamo così David Alvin, Tom Russel, Andrew Hardin e altri che si alternano ad accompagnare a turno Ramblin Jack nei diversi pezzi. Il c.d. è un lungo e affascinante viaggio nella tradizione americana, "Ramblin' Jack riesce ancora a meravigliarci nelk riproporci il Woody Guthrie di "Ranger Command" o il Dylan di "With God On Our Side", ma come dimenticate il talking blues di "Cup of Coffee, la ballata in puro stile western di "The SkyAbove The Mud Below" o il passionale "St James Infirmary" interpretato in compagnia di Dave Van Ronk? Ma in questa riproposta intelligente e curata della musica americana ci piace citare l'interpretazione sofferta e calorosa di "Pony" di Tom Waits che Jack riesce a far diventare un vero tradizionale nel calderone della musica statunitense.
Colin Reid. Colin Reid. Veesik Records. Grazie a Dio Belfast non è soltanto terra di lotte intestine, ma anche culla di fior fiore di musicisti, uno di questi Colin Reid al suo apparire ha subito mosso l'ambiente folk britannico che ha visto in lui un nuovo grande esponente della chitarra acustica. Grazie alla produzione del funambolico Tony McManus esce questo primo disco che ha tutte le carte in regola per diventare un classico della "guitar-music". Colin ha il pregio di mescolare tecnica e anima in un tutt'uno e di saper guidare le corde in fraseggi tortuosi ma sempre lirici e melodici. Già nella prima traccia "Blue Finger", Colin riesce a farci amare un pezzo che nelle mani del suo compositore, il compianto Marcel Dadi, aveva solo il sapore dell'esercizio. Ma andate ad ascoltarlo in Casting Shjadow, Frantic o Clear Blue Light e riuscirete a comprendere e a bearvi del calore e delle emozioni che possono dare le sei corde della chitarra acustica. Dopo una serie di suoni cristallini e puri il c.d. si chiude con "Black and White Rag" suonato con la sonorità calda e pastosa della chitarra classica e quale migliore esercizio di stile si poteva dare come saluto. Bel disco davvero: alla prossima. Colin Reid sarà in Italia nei primi mesi del 2000, non perdetelo!
Eric Wood. Illustrated Night. Appaloosa.
Di Eric Wood conoscevamo " Letter from the Earth", suo primo lavoro discografico dopo anni di "precariato" e sottobosco nonostante il riconoscimento personale di Kriss Kristoffen. che lo avrebbe voluto come autore, e di tutto l'ambiente dei song-writer dell' East Coast. Anima inquieta e "sofferta" dal nativo Ohio che ha lasciato nella prima adolescenza si è poi stabilito nella Grande Mela dove ha avuto modo di mettersi in mostra e di far conoscere le sue canzoni dense di lirismo e di accurate strutture armoniche che hanno, messo in evidenza la sua capacità di trasformare e dilatare la canzone prendendo in prestito dal folk, dal jazz e dalla musica sudamericana modulando sopra questo tappeto sonoro con la sua voce ampia e avvolgente raccontandoci, come in un quadro impressionista, momenti di vita e solitudine. Questo allargare i "confini" della musica lo troviamo in modo lucido e maturo in quest'ultimo "Illustrated Night", dove se da una parte echeggia l'anima di Tim Bukley dall'altra ascoltiamo estasiati suoni e armonie ora sommesse ora inquiete formulate anche da una band particolarissima dove emergono strumenti ed esecuzioni inusuali nel cantautorato come l'uso del vibrafono e il modo di suonare il contrabbasso e soprattutto il piano. Il cd, registrato in parte a New York e in parte a Ferrara durante un felice tour estivo di Eric con la sua band, ci propone 10 brani che ci colpiscono per la felice combinazione tra gusto melodico e inconsueti e raffinati capricci armonici: la voce di Eric rimane comunque sempre lo "strumento" peculiare capace com'è di plasmare e muoversi con disinvoltura tra i diversi registri musicali e ad avvolgere l'ascoltatore in frammenti di viaggi notturni. Eric Wood è stato diverse volte in Italia, l'ultima volta risale il mese scorso, e sicuramente ci tornerà ancora: non lasciatevi perdere l'occasione!
Brychan. Vexed Fanatica. Iridea Records. Avevamo giusto parlato di Brychan poco tempo fa quando abbiamo recensito il suo primo lavoro da solista che ci troviamo di fronte, in concomitanza di un suo felice tour italiano assieme a Eric Wood; questo nuovo "Vexed Fanatica" pubblicato grazie alla coraggiosa ed intraprendente etichetta emiliana. Come nel suo primo lavoro il cantante gallese, ex leader dei Jess, tira fuori gli artigli e ci propone un lavoro, forse meno aggressivo del precedente, ma tutto proteso verso nuove sonorità che amalgamano in un tutt'uno le peculiarità del folk e del punk facendosi a tratti più intimista e ricercato dimostrando sempre gran classe e inventiva nei personali arrangiamenti delle canzoni. Coadiuvato da musicisti di prim'ordine, fra cui spiccano le voci di Sian Williams e Sally Payne, Brycan ci accompagna nel suo mondo sonoro fatto di immagini, a volte terse e suadenti e a volte graffianti e pulsanti, ma sempre impregnate del suo vocalismo puro e mosso capace di aprirsi alle più disparate invenzioni. Ascoltate il brano iniziale "My Good Ship" e vi renderete subito conto delle potenzialità vocali del nostro e delle sue capacità di reinventare la melodia pur rimanendo nitido e cristallino: andando avanti per il cd ci imbattiamo nella dolcezza di "Honesty" a cui si contrappone l'irruenza di "Everybody Moving" o l'impetuosità di "La Toyen" che con il suo fare il verso tecnologico a certi riff di punk memoria chiude questo lavoro di sicuro interesse. A presto.