|
"I giudizi riflettono le opinioni e i gusti dei singoli autori e non sono in alcun caso condizionati da eventuali rapporti coi produttori. Per essere più chiari i CD li compriamo con i nostri soldi !!" |
| Le
recensioni di questo numero sono state curate da:
Claudio Carbone (cc)
|
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
The Ford Blues Band. 1999. Crosscut rec. L'ultimo lavoro di Patrick Ford (batteria) non si discosta dai precedenti. Lavoro arido e routinario. In un brano - Daydreamin' - la presenza di Robben Ford si fa sentire ma non solleva le sorti di un disco consigliabile solo ai completisti dei fratellini. L'armonica di Andy Just è come al solito inutile.
Jerry
McCain. Good Stuff. Varese Vintage. I
primi 4 brani ne giustificano l'acquisto. Come
resistere a She's tough e Steady ? E che dire del canto sguaiato di What
about you e alla tipica "razor harp" di Rough Stuff. Atipici ma non male
anche i singoli Continental e il remake blues di Welfare Cadillac. Il resto
è tinto di soul e di R&B. Confesso è il disco di McCain
che aspettavo e dopo avere acquistato tutto il periodo Trumpet e Excello
ora sono soddisfatto e mi tengo stretto questo dischetto.
Junior Pitta & Jungle Beat. Blue Jungle. Un esordio maturo, equilibrato e pieno di sfumature per Massimo Pittardi (basso e voce) e i suoi Jungle Beat - Cesare "kid" Ferioli (batteria), Marco Gisfredi (chitarra) e Davide Guastaroba (tastiere) -. 7 brani in tutto e questo è già un merito per chi incide in era digitale. I brani, con sfumature blues, swing, jazz e R&R, sono tutti originali. Ecco la maturità. Forse sono di parte, ma Mr. Pitta, "Swingin' in the kitchen", è sulla strada giusta .
Paul
Oscher. The Deep Blues of . Blues Planet rec. Molti
si saranno chiesti - ma che fine ha fatto quell'armonicista bianco che
ebbe l'ardire di prendere il ruolo di tipetti quali Little Walter, James
Cotton e Junior Wells nella Muddy Waters Band? Segnato profondamente da
quell'esperienza, Paul con il nome di Brooklin Slim si è perso nei
locali più disperati di New York a suonare i suoi blues. Miracolosamente
intatto, lo ritroviamo improvvisamente con due lavori registrati nel 1996.
Il primo deludente (Knockin' on the devil's door) e il secondo, il disco
in questione, immacolato. E' raro sentire un disco di vero blues fatto
da un bianco. Alla chitarra, al piano e occasionalmente all'armonica, Paul
Oscher ha una espressione pura e ricca di sottintesi. Se può suonare
dieci note, Oscher sceglie di suonarne una sola, ma carica di una tensione
da far asciugare la pelle. La voce, di estensione limitata, è piena
di nuance e sfumature afro-americane. Insomma, se cercate il blues funambolico
state lontani da questo disco ma se la ricerca di emozioni è il
vostro forte, il disco è per voi. Band stellare con un Gordon "sax"
Beadle da incorniciare. Due brani su tutti: Maxine e Tin Pan Alley.
Pee Wee Crayton. Early Hour Blues. Blind Pig. Discepolo di T-Bone Walker, Pee Wee è passato alla storia per una manciata di stumentali, quali Texas Hop e Blues After Hours. Early hour blues è una ristampa degli ultimi due lavori di Crayton, in compagnia di parte della band di Rod Piazza (stranamente misurato) e di quella di Doug MacLeod; disco convincente, che alterna up-tempo e lenti d'atmosfera - su tutti e tutto "Early hours" -, Early hour blues è l'occasione per avvicinarsi ad uno dei maestri indiscussi della chitarra west-coast/texana.
Chephas & Wiggins. Homemade. Alligator. Secondo lavoro per l'Alligator del duo acustico per eccellenza. Una manciata di originali, due cover di Blind Boy Fuller, due evergreen (trouble in mind e worried life blues), una spruzzata di Gary Davis e Memphis Minnie e il gioco è fatto. Un buon disco di Piedmont blues. Per gli amanti di fingerpicking e armonica acustica.
Spain. She haunts my dreams. Restless Rec./BMG. Abbandonate le atmosfere jazzy dell'esordio di 4 anni fa, Spain, creatura di Josh Haden, figlio di Charlie, grande contrabbassista jazz, abbracciano in pieno le sonorità pop e folk, che già caratterizzavano alcuni episodi del primo disco "Blue mood of spain". Ampio spazio alle lap steel, alle chitarre acustiche e al dobro. Un tessuto sonoro riscaldato dal piano e dall'organo, essenziali e gustosi. La voce calda di Josh, emozionante, ricorda sempre più il lamento tipico di Nick Drake, altro grande dispensatore di malinconie e di sensazioni profonde. Un sussurro ricco di curve melodiche, eternamente allungato e sospeso. Già al secondo disco Josh Haden e soci, definiscono precisamente le linee del proprio stile, semplice, melodico, mai banale. Unici nel loro sound cristallino e crepuscolare. Josh Haden si conferma stella di prima grandezza, abile narratore di lune e di notti insonni, di sogni e di cuori spezzati. Riduttivo segnalare un brano rispetto ad altri. L'intero disco è un lungo ininterrotto canto d'amore, senza cadute o inutili manierismi.
Alpha Yaya Diallo. The
message. Wicklow rec.
Terzo disco per l'artista africano, originario della guinea. Ottimo compositore,
chitarrista straordinario ed abile polistrumentista, Alpha Yaya esprime
tutta la sua abilità nell'uso degli strumenti della tradizione africana,
come il djembe, il doundoun e il balafon, esprimendo il suo enorme talento
anche sulle percussioni. I nove pezzi che compongono "the message" sono
cantati in 4 lingue diverse, dai dialetti africani al francese. Ogni brano
trasporta nella magica atmosfera del continente; l'ipnotismo tipico, l'andamento
circolare delle musiche richiamano alla grande tradizione della musica
africana, sposata in questo disco dai suoni più occidentali delle
chitarre, del basso o delle tastiere, che creano un accompagnamento preciso
e discreto, ottima base per i vocalizzi del leader o per i solismi pizzicati
di questi affascinanti strumenti. Un album delicato, confidenziale, africano
sino al midollo, macchiato quà e là di atmosfere capoverdiane,
malinconiche e sommesse. "The message" è un disco forte, ammaliante
e avvolgente, che affronta temi profondi come l'ipocrisia, l'infanzia (quella
dei figli d'africa), l'amicizia o più semplicemente l'amore, quello
viscerale per la propria terra o quello infinito per la propria madre.
Sinuoso e coinvolgente "the message" è nato per farci viaggiare.
Jon
Lucien. The best of. Razor & Tie. E'
un suono caldo, un lussureggiante invito nella spiaggia più assolata.
Un suono esotico, intimamente familiare, la colonna sonora dei tuoi sogni
più dolci: Jon Lucien. E' di 28 anni fa il suo debutto; un magico
intruglio di jazz, soul, ritmi caraibici e musica brasiliana, condito da
una originalità unica e innovativa. Nato nel '42 da padre chitarrista
ispirato da Nat King Cole, arriva a New York a metà degli anni sessanta.
Il debutto del '70, "I'm now", rivela un crooner romantico dagli accenti
esotici e raffinati, arrangiamenti easy-listening. Il secondo album del
'73 sorprende per la crescita artistica di Lucien, dotato di uno stile
R&B dove la "B" scivola verso la bossa nova piuttosto che sul blues.
I languidi ritmi del samba danno calore al suo inconfondile e unico "scatting".
"Mind's eye" del '74, prodotto da Dave Grusin, ci regala alcune perle come
"Listen love" e "World of joy". Seguono due album incisi per la CBS "Song
for my lady" e "Premonition" che vendono poco e inducono la CBS a licenziarlo
anzitempo. Interrompe così la prima parte della sua carriera fino
all'inizio degli anni '90 (15 anni senza incisioni, dove i suoi dischi
diventano merce rara per collezionisti e amanti del soul), quando realizza
"Listen love" nel '91 e "Mother nature's son" nel '93 per la Mercury. Due
album che non fanno altro che aumentare il rimpianto per la lunga lontananza
di Lucien dal music-business, aggiungendo al suo già incredibile
repertorio gemme di assoluta bellezza come le due title-track. E' di questi
giorni l'uscita di questa raccolta, splendidamente assemblata, che rende
giustizia ad un grande della musica, ripercorrendone ogni respiro. Tutti
dovrebbero passare almeno una volta da queste spiagge.
Luther "Guitar Jr." Johnson. Live At The Rynborn. M.C.Records. Ci sono dei dischi dal vivo che lasciano intonse le atmosfere del concerto senza passare dai filtri della memoria e del (per il c.d.) del laser. Dopo il boom degli anni settanta, i dischi live sono andati man mano diminuendo proprio per la difficoltà di riportare nella riproduzione casalinga la stessa sensazione ottenuta durante il concerto. Non per questo lavoro di Luther "Guitar Jr." Johnson che lascia inalterato il calore e la potenza ritmica del concerto. Ascoltando il cd sembra di essere nel lontano settembre 1995 al Rynborn Club in Antrim New Hamshire e grazie al sapiente "montaggio" che non lascia un attimo di respiro partecipiamo al turbolento insieme sonoro della band capeggiata da quel veterano di Luther. Nato ad Itta Benn, Mississippi nel 1939 Luther ha suonato un po' qua e là negli stati del Sud fino a lavorare con Magic Sam e il boss Muddy Water da cui imparò mestiere e presenza scenica che sfodera con abilità e sapienza durante il concerto. Il c.d. è un susseguirsi senza sosta di un Chicago Blues irruente e sanguineo supportato da un band di tutto rispetto dove si notano tra gli altri, oltre al chitarrismo scarno ma efficace di Luther il preciso intervento al sax di Andy Karik e il fluido pianismo di Lynn Cooide Cooks. Tra i brani del disco vanno segnalati lo scoppiettante Rynborn Boggie e l'intenso What You've Been Putting Down. Amate il Chicago blues e il pulsare delle metropoli, allora questa è la vostra musica!
Dr.
Valter &The Lawbreakers. Skin Game Blues. Fonò Records.
Se pensate che l'Ungheria sia solo la terra
della "puszta" del gulasch e della principessa Sissy, ebbene vi sbagliate.
Tra il Danubio che potrebbe essere il Mississippi e Budapest che potrebbe
essere una novella Memphis è nato un fervente e vivo interesse per
il blues da parte di una schiera di musicisti appassionati. Ma attenzione
non è solo un gruppo di amici che si dilettano a suonare i pezzi
dei propri eroi: questi sono dei musicisti veri che rafforzano, se ce n'era
il bisogno, la globalità del blues senza patria né confini.
Di questa congrega la Dr. Valter & The Lawbreakers è senz'altro
la band più interessante ed innovativa. Capitanata da quel personaggio
inusuale che è Olah Andor la band ci propone un disco dinamico e
intelligente che ripropone la tradizione del blues acustico e pre-bellico
con devozione e spirito moderno. La band instilla le sue radici nelle jug
band, ma non solo, così alla introduttiva Walk Right In di Gus Cannon
si passa a Jaybird Coleman o al tradizionale bianco Cotton-Eyed Joe passando
però da Corey Harris, Fred McDowell fino a una incredibile Hoochie-Coochie-Man
suonata nello stile jug-band con tanto di scacciapensieri! Olah Andor si
conferma armonicista di gran classe capace di muoversi con disinvoltura
fra i diversi generi mettendo in luce un raffinato gusto per la melodia
e l'immediatezza esecutiva; e cosa dire di Gal Csaba alla chitarra acustica
e al dobro che dimostra di possedere un fraseggio ricco e preciso. Benyei
Tibor alla tuba e Csonka Valter alla voce, kazoo e washboard completano
la formazione di questa band di sicuro e alto interesse. Se guardassimo
un po' anche all'Est invece di accettare in toto quello che ci viene dagli
States, ne ascolteremo delle belle. Dopo lo "spaghetti blues" potremo aver
scoperto il "gulasch blues"?
Sean Chambers. Strong Temptation. Vestige Records. Preceduto da giudizi più che favorevoli della stampa statunitense abbiamo ascoltato con interesse questo disco di Sean Chambers rimanendo più che favorevolmente colpiti da questo giovane e misconosciuto, almeno qui in Italia, giovane chitarrista che presto assurgerà nell'olimpo dei guitar hero. Nato trent'anni fa nel sud della Florida Sean si è fatto pian piano conoscere nei circuiti di provincia fino a questo Strong Temptation che lo ha immediatamente ribaltato fra i vertici della chitarra rock-blues. La ricetta di Chambers è molto semplice: una Fender decisa e accesa su suoni scarni e irruenti, un basso e batteria che sottolineano con grinta e precisione i fraseggi del leader il tutto condito in un'atmosfera densa di "soul" e passione. Sean cita fra le sue maggiori influenze Hubert Sumlin anche se il suo stile ricorda soprattutto Steve Ray Vaughan e i santoni della sei corde del British Blues. Il suo stile è pulito, ricco di dinamica, inventiva, gusto melodico supportato da una tecnica invidiabile. Strong Temptation ci offre nove brani di cui cinque dello stesso hambers che dimostra buone capacità compositive come nel poderoso You Was Wrong. Tra le altre tracce si segnalano una gustosa e impeccabile Crazy For Loving You e una parossistica e decisamente bella versione di "Mean Town Blues" di Johnny Winter. Avete voglia di una musica che vi tiri su e che sia un piacevole ponte con il passato, bene, allora fatevi prendere da queste "Strong Temptations".
John Jackson. Front Porch
Blues. Alligator.
Angelo "Leadbelly" Rossi.
Devil or Angel. Chrome. Della
serie le opinioni possono essere diverse: ecco due lavori che si rifanno
alla tradizione con due approcci esecutivi e culturali diversi. Dall'Italia
alla Virginia il passo è breve.... Iniziamo da John Jackson. Com'è
cambiata l'immagine del blues-singer! La figura triste e povera, abbandonata
ed emarginata è ormai obsoleta e vecchia e il blues si avvia ad
essere riconosciuto come uno stile musicale senza connotazioni socio-velleitarie.
Ne è un esempio l'ultimo c.d. di John Jackson in cui il nostro appare
ritratto in foto ben curate, elegante, ben pasciuto e sorridente con in
mano un nuovo modello di National. Proveniente dalla Virginia, John è
una delle poche, ormai, glorie viventi del boom del blues revival della
fine degli anni '60. Attaccato alla sua terra il blues-singer di Woodville
ci ha sempre proposto una musica a cavallo tra il blues, il ragtime, la
ballad e la musica tradizionale bianca, caratterizzata da un tocco leggero
e levigato sia nell'uso della chitarra che della voce. Se volete sentire
le sue cose migliori, forse dovreste ascoltare le sue primi registrazioni,
ma se non vi spaventa qualche indecisione esecutiva, qualche tocco leggero
di troppo e una voce poco modulata "Front Porch Blues " è un bellissimo
omaggio ad un vecchio tranquillo signore che ha già dato molto e
che a tarda età ha ancora voglia di riproporci, in solitudine, classici
come "Midnight Hour" o "Death Don't Have No Mercy". Di tutt'altro stile
è invece la cassetta proposta da Angelo "Leadbelly" Rossi. Qui invece
troviamo l'intimità del blues, la sua introspezione e la sua cupezza.
Come in Jackson la confezione è elegante e sfavillante, con Rossi
ritorniamo ad una concezione più spartana ed essenziale. Angelo
che ha voluto il suo "nickname" in omaggio al grande cantore del folk-blues
ci propone in questa cassetta autoprodotta un blues che va alla ricerca
dello spirito più intenso che non trova spunto nella abilità
strumentale quanto nell'essenzialità sonora. Senza nuovi sperimentalismi
esecutivi ed armonici le canzoni ci riportano nel cuore del Mississippi,
non tanto di quello pre-bellico con le sue elaborate strutture chitarristiche,
quanto più nell'immediato dopoguerra con i primi echi lontani di
Chicago. Allora lasciamoci trasportare e ascoltiamo con piacere alcuni
standard: passando da Jimmy Reed, Sam Hopkins fino all'inossidabile Huddie
Ledbetter.
Tiger
City Jukes. Ride In Style. Blue Mood Records. Avreste
mai detto che dai gelati fiordi norvegesi potesse nascere una musica così
pastosa e calda che a confronto la "musica solare" di "Casadei" sembra
uno yodel austriaco! Credetemi la Tiger City Jukes ha sfornato questo impeccabile
disco di hot-swing blues che lascia a bocca aperta per il gusto, la passione,
la tecnica e lo spirito con cui è interpretato. La band non è
nuova a queste performance, già il loro primo c.d., White Line Fever
del 1997 aveva messo in luce la scioltezza e la grinta dei quattro accumulata
in anni di collaborazioni diverse in tour in mezza Europa. Una lunga tournée
negli States, la partecipazione al Nottodden Festival a fianco di B.B.King
e l'uscita di quest'ultimo lavoro segnano la definitiva maturità
del gruppo. La prima cosa che colpisce del lavoro dei nostri è l'attenzione
e la cura verso la confezione e il suono e la mancanza di standard, infatti,
tutti i brani sono stati scritti dalla band soprattutto da Knut Eide che
dimostra una sicura vena compositiva e melodica. Ma ognuno della band porta
la sua esperienza creando un insieme originale e compatto. Il c.d. è
un insieme di "chicche" dove ognuno può mettere in luce le proprie
capacità esecutive: la voce suadente e lo slide scintillante di
Knut Eide, la chitarra cristallina e pungente di Harald Stoke, il basso
preciso e compatto di Andrè Vrolijk e la batteria leggera ma presente
di Hàkon Hansen. Andate a sentire "Never Too Fat To Mambo" o "Denise"
o l'intenso "Escape" e se credete che il "vero" blues sia statunitense
o al massimo inglese ebbene è ora che cambiate idea.
Jimmy Scott. Holding back
the years. Warner.
L'anziano cantante jazz americano esce dall'anonimato
a 70 anni suonati con un disco di cover pop trasformati in grandi standard
jazz. L'androgino singer, voluto da Lou Reed per "magic & loss", ci
ammalia con la sua voce leggera piena di pathos e di vita. C'è una
vita intera di piccoli palchi e di grandi canzoni dietro questa voce così
sapientemente "musicata". Ad ogni attacco, ad ogni virgola, ad ogni accento
risalta la sua grande esperienza di canto e il suo mestiere. Così
"jealous guy" di John Lennon, "Slave to love" di Brian Ferry, la costelliana
"Almost blue", "Nothing compares 2 V" di Pince/O'Connor sembrano uscite
dalla penna di Sir Duke. Anche la celebre "Holding back the years" dei
Simply Red ha il passo e il calore delle più grandi jazz ballds.
Di grande classe anche l'accompagnamento musicale e gli arrangiamenti blues-jazz
con il piano di Michael Kanan a farla da padrone. Da ascoltare avvolti
dal fumo, alla luce della notte. Una lunga dolce carezza per orecchie ed
anima. "Jimmy Scott ha la voce di un angelo" parole di Lou Reed. Grande,
grandissima passione.
Alì Farka Tourè. Niafunkè. World Circuit.
Il ritorno del gigante africano dopo 5 anni
è un capolavoro assoluto, l'essenza dello spirito del continente
nero. Musica che esce dal cuore nero dell'Africa. Originario del Malì,
Tourè ha passato questi anni a lavorare la terra, per strappare
un angolo di sabbia al deserto, a niafunkè il suo villaggio. Registrato
fra le grosse mura bianche di un granaio abbandonato, Tourè ha cantato
e suonato con lo sguardo appoggiato al deserto, alla sua gente, con la
sua gente, ed è riuscito a trasportare cuore e pensieri di chi lo
ascolta in questo angolo di deserto. Buona parte del merito di questa riuscita
è di Nick Gold, geniale e intraprendente produttore della World
Circuit (Buena Vista & Talkin' Timbuktu), che racconta delle grandi
difficoltà incontrate per allestire uno studio di registrazione
in questo angolo sperduto. Ma chiunque avrebbe voluto essere al suo posto
a catturare tutto il fascino che Tourè ha racchiuso in queste note.
E come il Mississippi per il blues, le acque del Niger diventano testimoni
e veicolo della grande tradizione della musica africana. Niafunkè
è un volo nel cuore nero, è un cumulo di nere emozioni; lo
sguardo incantato davanti alle infinite distese di sabbia è reso
dalla voce potente e penetrante, ipnotica e orgogliosa di Tourè,
assecondato da musicisti precisi e in completa sintonia con il leader.
Una grande conferma, la consacrazione del più grande musicista africano.
Ben
Harper. "Burn to shine". Virgin.
Era molto atteso il quarto album di Harper,
vuoi per la sua caratura artistica, vuoi per la diversità che ha
caratterizzato i lavori precedenti. "Welcome to the cruel world" è
un esordio che ben pochi musicisti possono vantare. Prevalentemente acustico,
sospeso fra blues, folk e melodie caraibiche, Ben Harper ha sfoggiato,
sin dal primo disco una voce unica e inimitabile per versatilità
e intensità espressiva. Il secondo "Fight your mind" lo consacra
stella di prima grandezza nel firmamento rock, la sua punta massima. Essenziale,
graffiante, ogni pezzo denota uno script geniale e un ricchissimo background.
Funky, blues, un gospel da accapponare la pelle, brani rock caratterizzati
da armonie vocali dal fascino infinito, reggae ... Definire questo disco
un capolavoro è il minimo. La band lo asseconda in ogni sfumatura,
dal tiro più funky, alle sfuriate psichedeliche, capeggiate dalla
"weissenborn" suonata a tratti in maniera selvaggia. "The will to live",
il terzo episodio, è una battuta di arresto. Registrato dal vivo
in studio, a parte un paio di grandi songs, non aggiunge niente ai lavori
precedenti. Ed ora abbiamo tra le mani questo "Burn to shine". Ancora accompagnato
dai fidi criminali innocenti, Ben Harper si rialza e firma un altro grande
disco, ancora più versatile dei precedenti. Da "Alone" che apre
le danze, classica Harper song, dall'incedere lento e solenne, cantata
con l'anima a nudo, a "The woman in you", in falsetto alla Lenny Kravitz,
con aperture psichedeliche anni '70, il disco è una rinascita assoluta.
L'abrasiva "Less" precede "Two hands for a prayer" lisergica e solenne,
diritta al cuore, quasi 8 minuti di commozione totale. La rockata "Please
bleed" nulla aggiunge, mentre "Suzie blue" stupisce: una vera New Orleans
Jazz Band accompagna il canto malinconico di Harper, geniale e retrò,
una vera sorpresa. La leggera "Steal my kisses" stempera la tensione emotiva
e diverte. La title track riattraversa praterie rock fra psichedelia e
rolling stones. "Sow me a little shame" è un grande soul adagiato
su un bellissimo organo ideale per i giochi vocali del nostro. La tensione
chitarristica di "Forgiven" precede la punta massima del disco: in "Beloved
one", introdotta da archi e piano, Ben Harper apre il cuore e ci accoglie
con calore. Commovente e sentita. Grandissima ballad che ci riporta all'intensità
di "Power of gospel" da "Fight for your mind". "In the Lord's arm" è
un malinconico saluto, la più classica delle "endsongs". Violino,
dobro e weissenborn si riallacciano a "Welcome to the cruel world", quasi
che Harper abbia voluto chiudere il cerchio e ribadire le sue origini.
Una conferma assoluta. Sicuramente un artista fondamentale, forse il più
grande di questi confusi anni 90 che stanno per chiudersi.
Odetta. "Blues everywhere I go".MC Records
Ve la ricordata Odetta? Negli anni sessanta era il contraltare nero di Dylan e della Baez e ci incantava con le sue ballate blues. Ora è una bella vecchia signora che si prende il lusso dopo ben quattordici ani di uscire sul mercato discografico con un lavoro che si presenta come uno dei più belli della stagione e pronto a lasciare in eredità al millennio che se ne va un giusto testamento di buon vecchio blues. Nata l'ultimo giorno del 1930 nella "nera" Alabama, Odetta è sempre stata un punto di riferimento per i giovani intellettuali bianchi che si dilettavano a suonare il blues, quasi una specie di Leabelly in gonnella ma con risvolti più profondi e colti, infatti la sua visione della musica afroamericana è sempre stata legata alle tradizione più che al blues elettrico o di Chicago. Se vi aspettate da "Blues Everywhere I go" un tipico blues degli anni '90 rimarrete di certo delusi in quanto il lavoro è una raffinata ricerca di riproporre dei vecchi classici ma reiventandoli e caricandoli di innovazioni stilistico musicali che rendono i singoli brani nuovi, freschi e soprattutto semplicemente belli. Qui il confine tra folk, blues e jazz e talmente labile ed incerto che uno non sa più dov'è e si lascia cullare dalla voce calda, alta e zeppa di modilazioni di Odetta e dalle note precise interpretate da sicuri professionisti tra cui spiccano il chitarrista Jimmy Viuvino, sempre capace di dare un preciso sound ad ogni pezzo e il sorprendente pianista Seth Farber che lascia stupiti per la bravura e sensibilità con cui interpreta ogni pezzo. Il cd è un continuo vagare fra la storia del blues: incontriamo lo spirito di Victoria Spivey, di Big Bill, di Sippie Wallace di Leadbetter, e i titoli se volete sono sempre gli stessi , ma suonati con una ricercatezza, un punto di vista così particolare che ci lasciano il gusto della sorpresa e del piacere dell'ascolto. Non si può comunque segnalare Please Send Me Someone to Love e soprattutto Oh Papa in compagnia del solo Doctor John e qui tutto diventa poesia. il fluire caldo del piano e della voce ci avvolgono nei misteri del blues. Lasciate il millennio in buona compagnia, ascoltate i "vecchi".
Billy Price. Can I Change my mind. Green Dolphin.
Fresco fresco ci giunge questo ultimo,lavoro di Billy Price che già avevamo apprezzato nel precedente "The Soul Collection". Il cantante di Pittisburgh questa volta fa le cose in grande, prodotto da quell'esperto e navigato Jerry Williams (più famoso con il soprannome di Swamp Dogg) il disco è stato registrato negli Sunnyside Studios di Los Angeles con una band di prim'ordine e di musicisti capaci di creare un sound moderno e convincente. Billy è senz'altro uno dei cantanti di blues più interessanti e convincenti di soul degli ultimi anni: la sua voce calda e pastosa è capace di passare con disinvoltura attraverso registri diversi, dal passionale al frenetico lasciandoci sempre incantati dal modo personale e caldo con cui interpreta le canzoni, quasi tutte scritte appositamente per lui dallo stesso Jerry Williams. Questo " Can I Change My Mind" è proprio un bel disco di soul carico ma nello stesso tempo raffinato e mai banale e ad un ascolto più attento senti tra le righe delle vere e proprie chicche musicali soprattutto negli arrangiamenti e nella giusta caratura data alla band dove si è creata una perfetta sintonia. Ogni canzone ha un suo tappeto sonoro particolare creato dalla professionalità e dalla fantasia della band: la canzone introduttiva "Crack Crack (When Are you coming Back) ci introduce all'anima del disco fatta di ritmo e linee melodiche riconoscibili e aperte. Si continua con lo swingante "Mine all Mine Sall Mine" per arrivare ad uno dei pezzi più belli dell'album quel "What's Love" un lento arioso e curato che si sviluppa sun tappeto d'archi che mette in luce le capacità vocali di Price qui sicuramente in uno dei suoi momenti più belli: ma come non ricordare ancora "Can I Change My Mind" o " Pass The Sugar" che strizzano l'occhio al r&b di qualità. Volete lasciare il millennio con ritmo?, allora ecco Billy Price.
Tab Benoit. The Blues Are All Mine. Vanguard.
Ex istruttore di volo, Tab Benoit ha lasciato le prodezze aeree per le escursioni tra le corde della sua chitarra elettrica; è giunto ormai al quarto album e dimostra di aver raggiunto un suono maturo e corposo che non lo fa di certo rimpiangere di aver lasciato i panni del pilota. Nato nella profonda Louisiana una trentina d'anni fa, Tab costruisce la sua musica tra un misto di calore dell'estremo Delta mescolato dall'influenza , come lui stesso ammette, di Alberta Collina che lo ha portato ad un suono chitarristico cristallino e variegato, ma sempre puntuale ed incisivo nel fraseggiare con cura l'andamento melodico dei brani. Il cd scorre piacevolmente tra un blues un soul o un boogie con il nostro, vero pilastro dell'impianto sonoro, che si muove sicuro ed esperto supportato da una band ridotta all'osso che meglio risalta, rispetto ai precedenti lavori in cui partecipa una big band, la bravura del cantante -chitarrista. Il disco si apre con un brano dello stesso Benoit e subito entriamo in tema: ritmo pulsante, organo swing, batteria e basso da locomotiva il tutto avvolto da un suono che ci ricorda il caldo vinile. Si continua con omaggi ad Albert Collins, in particolar nel notevole "Lights Are On, But Nobody's Home" per arrivare al "classico" e sempre piacevole "Jambalaya" e via tra le strade della Louisiana. Grafica elegante, suono avvolgente, casa discografica di qualità: cosa volete di più?
Mike Henderson & The Bluebloods. Thicker Than water. Dead Recording.
Non è proprio recente questo "Thicher Than Water" di Mike Henderson con i suoi "sangue blu", ma, "mea culpa" l'abbiamo avuto tra le mani solo poco tempo fa e siamo rimasti stupiti dalla potenza sonora, e dal linguaggio secco e dalla grinta che esce dai solchi del c.d. Mike Henderson l'avevamo già sentito e apprezzato nei lavori di quel raffinato songwriter che è David Onley e ci aveva colpito soprattutto per il gusto con cui arricchiva con lo slide le canzoni del cantante di Nashville.Qui in veste di solista, supportato da una band precisa ed essenziale in cui spicca il suono caldo e pastoso del contrabbasso (scelta sempre vincente), mette in luce il suo amore per il blues sincopato e pulsante dimostrando di essere, oltre che un valente chitarrista un ricercato compositore.Tra i brani segnaliamo l'introduttiva "Keep You've Got" con il leader anche all'armonica, la passionale "Tears Like a River" e la poderosa riproposta di My Country Sugar Mama, un classico di Chester Burnett. Se credete che Nashville sia soltanto cappelli da cowboy e pettinature country ascoltate questi "Mike Henderson &The Bluebloods e cambierete idea.
Phil Guy & Dario Lombardo Blues Gang. Working Togheter. Il Popolo del Blues.
E bravo Dario: avevamo ancora nelle orecchie i suoni del precedente "I Don't Want 2 Lose" che all'improvviso, ma dopo tanto aspettare, esce questo "Working Togheter" di cui Dario mi aveva già parlato, ma che per alcuni disguidi, rischiava di diventare la tela di Penelope. Registrato nel 1992 in Francia, a Lyon e dal vivo al mitico Passage du Nord di Parigi, durante un esaltante tour europeo insieme a Phil Guy, "Working Togheter" suggella l'amicizia umana e sonora del chitarrista torinese con Phil nata e maturata già ai tempi della non dimenticata Model T Boogie. Conoscendo Dario non dubitavo della bontà del prodotto, ma l'ascolto mi ha lasciato ancora più sorpreso di come si possa presentare un disco di blues "tirato"e fiammeggiante partendo da due mondi culturali diversi. Si sente tra i solchi l'immediatezza, la professionalità e il soul che traspare soprattutto nelle incisioni live che confermano ancora di più la capacità scenica e l'impatto di Dario e della sua band che si dimostra particolarmente in forma e compatta. Il disco è fresco e grintoso e il sound che esce dalle 12 tracce chiede solo di essere centellinato con gusto lasciandosi prendere dal blues nelle sue diverse espressioni: andiamo dal Chicago Shuffle di Oh Darling al funky di"I Feel Sexy "o al classico "Same Thing" di Willie Dixon dove Dario ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, di saperci fare, eccome, con la chitarra e, se lo mettiamo insieme al mestiere di Phil Guy immaginatevi che musica. Un'ultima chicca ci è data da "Trouble" un pezzo originale di Lombardo che anticipa nella struttura e nella musicalità il mondo sonoro di "I Don't Want 2 Lose"
Bill Frisell."The sweetest punch". Decca Records
"Painted from memory" uscito nel '98, è un capolavoro di melodia e composizione, scaturito dal magico incontro fra Elvis Costello e Burt Bacharach. Bill Frisell non è rimasto insensibile al richiamo. Tanta bellezza andava assolutamente interpretata e fatta propria. Con un manipolo di talentosi musicisti ha abbracciato il progetto con rispetto e passione. Cassandra Wilson dà voce a "Painted from memory" e "I still have the other fire". Don Byron macchia tutto il disco con il suo caldo clarino. Il fido Viktor Krauss al basso, Brian Blade dietro ai tamburi, Billy Drewes al sax, Curtis Fowlkes al trombone e Ron Miles alla tromba formano il nucleo degli accompagnatori. Il risultato è un sigillo di ceralacca posto con accortezza ed eleganza. La raffinatezza pop di "Painted from memory" lascia posto al minimalismo jazz così sfumato di "Sweetest punch". A questo passaggio di consegne partecipa anche lui, Elvis Costello, a reinterpretare "Toledo" e nell'emozionante duetto con la Wilson in "I still have that other girl". Con questo disco, Frisell, conferma la sua nuova strada intrapresa da qualche anno, attraversando territori dispersi fra radici folk americane, country ed ora il pop d'autore, quello di Bacharach. Il filo che unisce tutti i suoi progetti continua ad essere quello della qualità assoluta, cristallina, della sua musica, vera arte per cuore e cervello.
Cheikh N'Digel Lo. "Bambay Gueej". World circuit.
Bambay Gueej è il ritorno discografico di Cheikh N'Digel Lo dopo l'acclamato debutto "Ne la thiass". Nato in Burkina Faso da genitori senegalesi, ha vissuto tra Senegal, Mali e Parigi. L'anima cosmopolita di Cheikh N'Digel Lo si rispecchia nella sua musica, un agglomerato di suoni che vanno dalla balax senegalese al soukous zairese, dall'afro-beat nigeriano, alla Fela Kuti, alla guajira cubana, dal reggae al griot maliano. Registrato a Dakar, il disco gode della prestigiosa presenza di Pee Wee Ellis, glorioso sax della sex machine di James Brown e da anni alla corte di sua maestà Van Morrison. Suoi gli arrangiamenti dei fiati, che tingono profondamente di funky ogni composizione. Su tutte l'iniziale "M'beddeni" che si spinge al di là dei confini tracciati dalle contaminazioni prodotte sin qui da progetti pur interessanti e ben riusciti (Ry Cooder e Taj Mahal). Il brano, versione di un classico del cubano Portabales, si svolge su un perfetto equilibrio ritmico-emotivo, esemplificazione di fusione perfetta dei colori di terre così lontane ma dello stesso calore. La voce di Cheikh N'Digel Lo è alta e coinvolgente. La ritmica e l'eleganza degli assoli sposa l'ipnotica percussività dei ritmi africani. "Jeunesse senegal" ribadisce le radici del funky nel cuore del continente nero. E' un grido di speranza nella gioventù senegalese; è un afro-funky pieno, il canto, strumento ritmico, rimbalzante e sinuoso. E' forte l'influenza di Youssou N'Dour alla produzione, nei brani più tradizionalmente senegalesi. Risultato che diventa più originale quando incontra altre fonti sonore, quali il reggae, il jazz o il vicino griot del Mali. Canzoni dallo script originale e ricercato, raffinato, pieno di ritmo, coinvolgenti, in un perfetto equilibrio fra radici e modernità. Un gran bel disco di nuova musica africana, ancorato saldamente alle radici. Con questo episodio, le perle di Nick Gold e della sua "sacra" world circuit si arricchiscono di questo ennesimo manifesto della musica. Il futuro della musica stessa è disegnato all'incrocio di queste note.
Shaver. "Electric Shaker". New West Records.
Se caso mai vi capitasse di viaggiare negli stati del South e vi fermaste in una qualche roadhouse quasi sicuramente trovereste nel juke box del locale questo Electric Shave che sta andando. Sì perché è proprio un bel disco di roots-music "roccioso" e piacevole, ma soprattutto suonato con gusto e calore. Billy Joe Shaver, da anni conosciuto come uno dei più prolifici e famosi songwriter texani che ha prestato le sue canzoni ad una miriade di cantanti e gruppi, e suo figlio Eddy hanno messo insieme, sotto la supervisione di Steve Earle, questo disco registrato a Nashville in cui il canto tipicamente country del padre si scontra con il chitarrismo potente e duro del figlio in una miscela esplosiva di musica che passa dal blues di "Leanin' Toward The Blues" al più tradizionale "She Can Dance". Il canto di Billy Joe brilla per la peculiare capacità di stare in ogni posto senza perdere la sua identità così il fraseggio del figlio è intrigante e personale capace di passare dai suoni crudi a quelli più morbidi della chitarra acustica. Il disco si apre con un entusiasmante "Thunderbird" che raccoglie suoni acidi insieme a certi esperimenti sonori e ritmici dei mitici Shadows degli anni sessanta. Si passa poi ad un "Try and Try Again" in pieno southern-style per arrivare alla sofisticata ballad "New York City" fino alla poetica e lirica "Shake at the Feet of the Queen e si
continua.... Beh se non ce la fate ad essere in una roadhouse texana ascoltate questo cd.