Convegno "Ustica e le arti"

Teatro Masini, Faenza sabato 27 maggio 2006:

INTRODUZIONE DI DARIA BONFIETTI

 

 

 

Credo che davanti al davvero affascinante panorama di opere di alto valore artistico che oggi consideriamo e al rilievo delle partecipazioni a questo incontro io possa ragionevolmente pronunciare una sola parola:

grazie

grazie con la più grande convinzione

grazie con la più grande riconoscenza

Ma poi debbo proseguire, e allora voglio brevemente ricordare i fatti.

Questa tragica vicenda inizia da Bologna: dall'aeroporto Guglielmo Marconi parte il volo Itavia 870 per Palermo. Sono le 20.08, due ore dopo l'orario previsto; l'arrivo è programmato per le 21.15. Non ci sono problemi, il DC 9 viaggia regolarmente, sono a bordo 81 persone, 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i dodici e i due anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d'equipaggio. Durante il volo non è segnalato nessun problema, ma poco prima delle 21 del DC 9 si perdono le tracce radar.

La mattina dopo tutti i giornali riportano notizie della tragedia: l’aereo è precipitato, tutti i passeggeri sono deceduti. Si cominciano anche a fare le prime ipotesi sulle cause del disastro:

Nonostante questi inquietanti interrogativi, a poco a poco, la notizia scompare dai giornali e le indagini si adagiano sulla ipotesi più tranquillizzante: la "tragica ovvietà" che purtroppo gli aerei cadono.

Ma perché tutto si è assopito e per tanto tempo si è creduto che il DC 9 fosse caduto per una "tragica ovvietà"? Così ha voluto l'Aeronautica Militare! Lo denuncia la relazione finale della Commissione Parlamentari Stragi, presieduta dal senatore Gualtieri, approvata nella seduta del 14-15 aprile 92:

"L'orientamento del Sios (servizio segreto) Aeronautica andò nel senso di privilegiare la tesi del cedimento strutturale (...) a questo orientamento furono confermati tutti gli atti compiuti dall'Aeronautica militare in questa prima fase della inchiesta su Ustica, anche se sin dai giorni immediatamente successivi all'incidente, aveva a disposizione informazioni che avrebbero potuto indirizzare le indagini in tutt'altra direzione".

Con questo verdetto "di cedimento strutturale" già pronunciato, l'azione della magistratura è priva di ogni mordente, si perdono reperti, non si fanno svolgere perizie, non si interrogano i militari in servizio, non si ascoltano registrazioni.

Passano gli anni, della tragedia di Ustica non si parla più; i parenti rimangono soli con il dolore e con il desiderio di sapere. Qualche giornalista continua a cercare indizi, ma tutte le notizie, anche le più sconvolgenti ipotesi di attacco con missili, sono lasciate cadere nella assoluta indifferenza.

Si arriva fino al 1986, quando la società civile comincia a scuotersi. Un appello al Presidente della Repubblica viene inviato da Francesco Bonifacio, Francesco Ferrarotti, Antonio Giolitti, Pietro Ingrao, Adriano Ossicini, Pietro Scoppola e Stefano Rodotà in occasione del sesto anniversario della tragedia. Si chiede che "qualsiasi dubbio anche minimo, sull'eventualità di un'azione militare lesiva di vite umane e di interessi pubblici primari sia affrontato."

Nasce anche l'Associazione dei parenti della vittime della strage di Ustica.

Il primo collegio peritale, che era stato nominato nel novembre 84, il 16 marzo 89 consegna al giudice istruttore Bucarelli la sua relazione. I sei periti che compongono il collegio rilasciano alla stampa una breve dichiarazione: "Tutti gli elementi a disposizione fanno concordemente ritenere che l'incidente occorso al DC 9 sia stato causato da un missile esploso in prossimità della zona anteriore dell'aereo. Allo stato odierno mancano elementi sufficienti per precisarne il tipo, la provenienza e l'identità".

I periti ricevono dal giudice Bucarelli il compito di proseguire il loro impegno per arrivare alla identificazione del missile, ma le pressioni, come è prevedibile, sono forti e non c'è da stupirsi per un colpo di scena: due periti su sei non sono più certi del missile.

Poi il giudice Bucarelli (a causa di un clamoroso scontro con l’on. Giuliano Amato, che ha seguito la vicenda come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, su una serie di foto del relitto, scattate ancor prima del recupero, che quest'ultimo afferma essergli state mostrate) abbandona l'indagine che viene affidata al giudice Rosario Priore.

Il 15 maggio ’92 sono incriminati i vertici dell'Aeronautica all’epoca dei fatti (Bartolucci Lamberto, capo di Stato Maggiore, Ferri Franco, sotto capo di Stato Maggiore, Melillo Corrado, capo del 3 reparto - operazioni e addestramento dello Stato Maggiore, Tascio Zeno, capo del Sios Aeronautica ) per alto tradimento, "perché in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, impedivano l'esercizio delle attribuzioni del Governo della Repubblica, nelle parti relative alle determinazioni di politica interna ed esterna concernenti il disastro aereo del DC 9 Itavia, in quanto - dopo aver omesso di riferire alle Autorità politiche e a quella giudiziaria le informazioni concernenti la possibile presenza di traffico militare statunitense, la ricerca di mezzi aeronavali statunitensi a partire dal 27 giugno ’80, l'ipotesi di un'esplosione coinvolgente il velivolo e i risultati dell'analisi dei tracciati radar, abusando del proprio ufficio, fornivano alle Autorità politiche, che ne avevano fatto richiesta, informazioni errate."

Nuovi periti sono al lavoro. Siamo vicini alla verità? Sembrerebbe proprio, anche perché nei primi mesi del ’94 vengono resi noti i primi risultati delle perizie ordinate dal Giudice Priore. Tutte queste perizie parziali, che dovrebbero essere le fondamenta della perizia conclusiva, escludono che sul DC 9 sia esplosa una bomba. Non ci sono tracce di esplosione sui cadaveri, non ci sono segni di "strappi" da esplosione sui metalli, le analisi chimiche non danno spazio all'esplosione di una bomba e anche gli esperimenti e le simulazioni di scoppio danno gli stessi risultati negativi. Ed invece alla fine del luglio 1994 abbiamo un nuovo colpo di scena: i periti si pronunciano per la bomba, anche se poi non sanno dire come era fatta, né dove era collocata. Ma una bomba salva i responsabili di tanti anni di menzogne.

Questa volta però sono i PM Coiro, Salvi e Rosselli e poi il giudice Priore che non accettano questa soluzione. Affermano infatti che "il lavoro dei periti d'ufficio è affetto da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderlo inutilizzabile" ai fini della ricostruzione della verità.

Gli inquirenti continuano le indagini e si rivolge sempre più attenzione allo studio dello scenario radar per capire la vera situazione di un cielo che si vuole far credere vuoto da ogni presenza di aerei militari. A questo scopo, si ottiene, superando molte resistenze con un determinante intervento del governo Prodi-Veltroni, la collaborazione della Nato che metterà a disposizionie personale, attrezzature e informazioni.

E così, alla fine dell’agosto 1999, il Giudice Istruttore dottor Rosario Priore potrà chiudere la più lunga istruttoria della storia della nostra magistratura e con una sentenza-ordinanza ci affida la prima verità sulla tragedia di Ustica:

"l'incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto."

Questa conclusione coincide con le risultanze delle perizie sulla modalità di caduta dell’aereo e con il contenuto delle telefonate di quella tragica notte dalle quale emerge che gli operatori avevano chiarissima la percezione della presenza di aerei militari, specialmente Usa, fino al punto di rivolgersi direttamente alla ambasciata americana, con lettura dei dati radar che segnalano considerevole attività volatìva nel teatro dell’incidente.

A questa sentenza ordinanza del giudice Priore, che ci ha consegnato una descrizione di quanto è avvenuto nei cieli, hanno fatto seguito due processi per alto tradimento contro i generali ai vertici dell’Aeronautica Militare Italiana nel 1980: si trattava di considerare, al di là delle cause della tragedia, alla luce delle responsabilità personale soltanto alcuni episodi verificatisi a ridosso della notte del 27 giugno 1980. Si sono avute due sentenze di assoluzione, la prima per prescrizione e la seconda per insufficienza di prove.

Ma deve rimanere il fatto importante: oggi noi conosciamo a grandi linee le cause della tragedia.

È questa la storia alla quale dobbiamo collegare il fenomeno culturale complessivo che oggi esaminiamo nelle sue tante espressioni.

Un fenomeno che, per grandi linee, possiamo far iniziare con la realizzazione del Muro di Gomma di Marco Risi e con la sua presentazione al Festival del Cinema di Venezia nel 1990.

Poi abbiamo i teatri per la verità di Accademia Perduta, e non è retorica ringraziare ancora in questo teatro Ruggero Sintoni e tutti i suoi collaboratori.

Poi, via via, ci sono state tutte le realizzazioni per gli anniversari e l’incontro con la parola scritta -penso a Daniele del Giudice- che porta a spettacoli teatrali e a opere liriche.

Questo nostro convegno sarà ricco di contributi colti, ma di una cosa voglio ringraziare tutti gli artisti: di essere partiti dall’accettazione delle emozioni di noi parenti delle vittime.

A partire da questa accettazione e dalla espressione di queste emozioni hanno trovato le modalità per essere presenti sulla scena culturale e sociale.

Quindi il punto di vista costruito a partire dalle mozioni non è restato particolaristico e limitante, ma è diventato componente essenziale per la costruzione sociale della moralità.

Ma cosa abbiamo fatto insieme?

Permettetemi di seguire dei ragionamenti che sulla nostra vicenda aveva elaborato Ferrarotti.

Certamente tutti quelli che si sono mossi lo hanno fatto per solidarietà con i familiari delle vittime,

ma in primo luogo per solidarietà e per rispetto verso loro stessi, come cittadini, nell’interesse della democrazia. Perché nessuna democrazia può resistere con zone d’ombra, con cadaveri nell’armadio.

La democrazia ha bisogno essenziale di trasparenza.

In particolare non è ammissibile in un regime formalmente e sostanzialmente democratico, la duplicazione o sovrapposizione dei poteri pubblici, a causa della quale si finisca con l’avere coloro che, investiti del mandato degli elettori, discutono e decidono e poi altri che, che nell’ombra, decidono e comandano quelli che comandano.

Ustica è diventata il segno, la cifra della tragedia italiana

Segnala l’esistenza dei poteri occulti dei "corpi separati", conferma l’esistenza di forze riducono la democrazia a una democrazia di facciata, ineccepibile nelle forme e nei riti, inesistente quanto a sostanza. Il cittadino è alla mercé di queste forze sconosciute.

La democrazia è certamente una prassi, ma è nello stesso tempo un ideale, un concetto limite. La si afferma premendo dal basso. Non bisogna mai contentarsene, mai scambiare la situazione empirica raggiunta con quella desiderabile. Bisogna insistere, premere partecipare tendere alla democrazia come sostanza, non mera forma, contenuto ideale specifico e non solo insieme di tecniche procedurali.

Ustica, l’impegno per la verità su Ustica è stato uno dei momenti della grande novità del nostro tempo, è stata esempio dell’uscita della gente dagli scantinati della storia.

La storia dei pochi e per i pochi deve farsi storia di tutti. La trasparenza è essenziale.

Tutti debbono sapere, tutti debbono capire.

Ancora grazie per aver fatto insieme questo percorso.