DAL MURO DI GOMMA AL MURO DI SILENZIO

In un ‘diario del silenzio’ della presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Ustica, la sconcertante omertà politico-militare (e giornalistica) seguita alle conclusioni dell’istruttoria su di una strage avvenuta in uno scenario di guerra e coperta da istituzioni italiane ed estere.

DARIA BONFIETTI

Martedì 31 agosto

Cerco per telefono da casa mia, a Bologna, il giudice istruttore Rosario Priore a Roma. Non me lo passano. Nel suo ufficio sono cortesi, ma fermi. Non spiegano, ma accennano. Dicono: "Capisca…", e attaccano il telefono. Allora ci siamo, penso io. Davvero sta per concludersi quell’istruttoria che è durata quasi vent’anni, da quel giorno di estate del 1980 quando dal cielo limpido di Ustica precipitò in un mare senza onde il DC9 dell’Itavia che da Bologna andava a Palermo. C’era mio fratello là sopra, assieme ad altre 80 persone. Molti di loro, come mio fratello, non hanno mai potuto avere neppure una tomba.

Mi telefona un giornalista, o meglio un vero amico. È Andrea Purgatori, anche lui non ha mai mollato. Si occupò di Ustica nel 1980 e ancora non ha smesso. Secondo le indiscrezioni che ha raccolto, il giudice Priore avrebbe concluso la sua istruttoria sostenendo che il DC9 si trovò in mezzo a una battaglia aerea e che per questo cadde.

Salgo in macchina e decido di andare qua vicino, da un altro amico. È Ruggero Sintoni, abita a Bagnocavallo. Con lui rievoco il concerto che organizzò con noi: venne Fabrizio De André. Non volle niente. Quel concerto lo facemmo proprio a Lugo, perché là era nato Francesco Baracca. E io in quella occasione resi omaggio all’eroe dell’aeronautica militare, per sottolineare che il mio impegno era per la verità, non contro l’Arma dalle insegne azzurre. Mi viene in mente che generali messi sotto accusa proprio dopo Ustica per ipotesi gravissime di alto tradimento sono stati ricevuti con tutti gli onori, al momento del loro pensionamento, dai più alti gradi militari, dal generale Corcione, per esempio, dal generale Canino. Quegli ufficiali così omaggiati dai loro superiori si è scoperto, anzi lo ha scoperto la magistratura, già sapevano quel 28 giugno 1980 gran parte di quel che è stato possibile ricostruire tra mille fatiche in diciannove anni di indagini. Chissà se la Corte dei Conti è ora in grado di calcolare (e richiedere a ciascuno di loro) il costo di questa ricerca che, se loro avessero parlato subito, la comunità, cioè noi tutti, non avremmo dovuto affrontare.

 

Mercoledì 1° settembre

Sono in aereo, verso Roma. Guardo dal finestrino l’azzurro quasi accecante del cielo e mi fermo a pensare: "Cosa è successo veramente quel giorno sopra Ustica?". La risposta del giudice istruttore credo possa essere così sintetizzata: quel giorno ci fu guerra aerea nei nostri cieli. Quel DC9 su cui viaggiava mio fratello insieme ad altre 80 persone innocenti venne quasi subito affiancato da un altro velivolo che, postosi sulla sua scia, tentò così di nascondersi ai radar. Col DC9 incrociarono la loro rotta anche due aerei F104 pilotati da Ivo Nutarelli e Mario Naldini, piloti delle Frecce tricolori periti poi tragicamente a Ramstein: i due si accorsero di qualcosa di strano e trasmisero a terra un segnale di emergenza, mentre, contemporaneamente, uno sconosciuto Awacs, cioè un aereo radar, teneva sotto controllo quella che è rimasta una "missione" non identificata. Tutto questo avvenne mentre il DC9 sorvolava l’Appennino tosco-emiliano. Poi, come previsto, il DC9 si diresse sul mar Tirreno, in un cielo dove transitavano in quel momento (presenza ufficialmente sempre negata) aerei americani, francesi e inglesi, mentre nel Mediterraneo, centrale od occidentale, era presente una portaerei rimasta finora non identificata (qualcuno, autorevolmente, ha ipotizzato che fosse inglese). È in questo quadro affollatissimo che matura la tragedia: secondo il linguaggio degli esperti, l’incidente al DC9 è avvenuto a seguito di un intercettamento, verosimilmente nei confronti dell’aereo nascosto nella sua scia. L’aereo di linea, carico di 81 persone, è rimasto vittima fortuita di questa azione. A conferma di tutto ciò, pochi secondi dopo l’incidente, la rotta del DC9 fu attraversata da uno o due velivoli militari. Era l’assassino che si allontanava. Ottantuno morti, in un luccicante giorno d’estate. Così, senza un perché. Poco tempo dopo la strage, sulla Sila fu ritrovato un Mig libico che si può pensare fosse stato coinvolto in quella battaglia. Da allora colpevoli silenzi, una diffusa frenesia di menzogne, un cancellare sistematico di prove, indizi, documenti. Una strage che doveva restare senza più tracce.

Appena scendo a Fiumicino parlo con Claudio Bosco. Aveva sette anni quel giorno di Ustica e su quell’aereo c’era suo padre. Oggi ha deciso che i suoi risparmi non li utilizzerà più per comprarsi un motorino, ma per le spese di parte civile del processo. Nel pomeriggio riesco ad avere la parte del documento di chiusura dell’istruttoria che il giudice Priore effettivamente ha già depositato (i miei presentimenti e le indiscrezioni erano davvero fondate).

Proprio mentre sto leggendo le parole che il giudice ha dedicato a militari e gerarchie dell’aeronautica, mi telefona Purgatori. Anche lui ha letto con soddisfazione le prime conclusioni dell’istruttoria. Ma non c’è tempo per stare tranquilli, dice: "Al Corriere della Sera è arrivata una lettera del generale Mario Arpino, attuale capo di Stato maggiore della difesa che vuole smentire la ricostruzione fatta stamani dal giornale della sua audizione in commissione Stragi. Ricordo quella testimonianza, c’ero anch’io in commissione. Ritrovo gli atti e rileggo quel che ha scritto il Corriere. La ricostruzione è decisamente fedele. Non capisco la smentita. Nella notte della tragedia era o no responsabile del Cop, il Centro operativo di Pace? È mai possibile che non abbia saputo proprio niente di quel che veramente era successo? Un fatto comunque è certo: in tutti questi anni il generale, che pur ha ricoperto altri incarichi ancor più prestigiosi, non ha mai dato alcun contributo alle indagini. Io non so dimenticare che nel 1986, il 29 settembre, Arpino, insieme ai generali Zeno Tascio e Oreste Gargioli, incontrò l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, per illustrare le varie ipotesi del disastro e fornire elementi per le risposte da dare il giorno dopo alla Camera. Amato ha sempre dichiarato che in quell’occasione venne ingannato. Arpino è stato anche capo della nostra aeronautica e i giudici hanno avuto parole di apprezzamento per come si è comportato in quel ruolo. Io però non so dimenticare che anche sotto la sua gestione, fino all’intervento risolutore della Nato, risultano essere state celate notizie decisive. Quando il generale Arpino depose in parlamento c’ero anche io. A parere mio, ammise solo l’evidenza e non fece niente per dare soluzione a quel tremendo problema che i giudici così bene, secondo me, hanno descritto: "La vicenda dell’inchiesta sul disastro di Ustica è stata caratterizzata dalla mancanza di collaborazione militare e le documentazioni sono state ottenute solo a seguito dell’acquisizione da parte dei magistrati di informazioni specifiche circa la loro esistenza. A ogni richiesta di consegna di documenti e informazioni è stata data interpretazione restrittiva, tacendo l’esistenza di informazioni ulteriori e limitandosi alla più elementare delle interpretazioni. La raccolta faticosa delle informazioni è stata una caratteristica dell’intero procedimento, con punte in cui l’ottusità burocratica sconfinava nella reticenza". Ancora mi offende, nel profondo della coscienza, la conclusione del generale Arpino in commissione, il suo tentativo di minimizzare e addirittura di giustificare le tante bugie e reticenze dei militari: "Qualcuno", disse, "avrà cercato di nascondere marachelle personali, qualche altro di non dire che era montato in servizio al posto di un altro perché magari chissà cosa avrebbe detto alla moglie". Che indecenza, francamente.

E che gran brutta cosa fu per me vedere che addirittura l’Unità dette, il giorno dopo, positivo risalto a un simile exploit.

 

Giovedì 2 settembre

Sui giornali c’è la consueta bagarre. Si riparla di Ustica. Con i metodi di sempre, in gran parte caratteristici dell’informazione: pressappochismo, insufficienza di documentazione, diffusa superficialità. Si riporta qualche parte del lunghissimo documento del giudice Priore, si accatastano date, descrizioni mal digerite, e poi si intervistano gli imputati, senza contestare mai o quasi mai gli elementi a loro carico raccolti dalla magistratura. Che si viva in un paese garantista non mi dispiace proprio. Che si vada ad ascoltare anche gli imputati mi pare essenziale. Ma che non si replichi, insomma che gli si faccia passare, senza la minima contestazione, che solo loro possono capire le cose aeronautiche e che nessuno di loro ha dubbi sul fatto che il DC9 sia caduto per una bomba, tutto questo mi pare troppo e soprattutto non mi sembra evidenzi particolare professionalità in chi intervista. Ma se ci sono migliaia di pagine di istruttoria che distruggono questa impostazione, perché continuare come se niente fosse?

Comincio la giornata con un intervento per telefono alla trasmissione televisiva Uno mattina. Per l’ennesima volta mi trovo schierato contro un generale, di cognome Manca, che è adesso parlamentare di Forza Italia. Nemmeno l’evidenza gli consiglia oggi un poco di prudenza. Resto sorpresa. Nonostante la sentenza ordinanza, Manca risfodera, come sempre, l’assoluto e ostinato diniego di ogni evidenza derivante da documentazioni ormai accertate. Confido, subito dopo, ad amici la mia delusione: è vero che ognuno fa la sua parte, ma è anche vero, ritengo, che di fronte a una tragedia di dimensioni così terribili come Ustica anche ogni parte deve avere i suoi limiti.

Vado a rileggermi quel che ha scritto il giudice a proposito delle manovre di occultamento: "Il disegno è apparso con tutta chiarezza, dalle grandi linee ai particolari. Per anni si è sostenuto (nella più che probabile previsione e speranza) che mai l’inchiesta sarebbe addivenuta a cognizioni anche minime dei meccanismi di funzionamento dei sistemi radaristici e all’accertamento delle sparizioni senza numero di documenti – ai primi passi e per lungo cammino non si è avuta neppure contezza di quanti e quali fossero – e che bastasse per la ricostruzione quanto già agli atti. E da qui la convinzione che a sufficienza sarebbe risultato come nell’attimo e nel punto del disastro non vi fossero altri velivoli, la prova perciò che il DC9 non era stato abbattuto e che la causa del disastro dovesse essere ricercata altrove. Non solo: le critiche e gli attacchi violenti a quelle ipotesi che si proponevano indagini oltre il tempo e il luogo, di certo più che limitati, di caduta del velivolo. Chi guidava questi attacchi sicuramente era a conoscenza che non v’era quasi più possibilità di ricostruire il prima e il dopo come l’intorno spaziale dell’evento, essenziali per la comprensione dei fatti, perché tutto era stato distrutto o era scomparso. Distruzioni e sparizioni non casuali – non è più possibile sostenerlo – ma tutte in esecuzione di un preciso progetto di impedire ogni fondata e ragionevole ricostruzione dell’evento, dei fatti che lo avevano determinato e di quelli che ne erano conseguiti. Progetto – non è più possibile affermare il contrario né chiamarlo in altro modo – che prevedeva la sistematica distruzione di ogni prova dei prodromi e del seguito del fatto e che ha avuto un’altrettanto sistematica attuazione. Giacché in ogni sito dell’aeronautica militare è stato quasi alla perfezione adempiuto". Una ricostruzione precisa, documentata dei silenzi, delle cancellature, degli occultamenti, delle bugie che hanno accompagnato il percorso del DC9 prima dell’inabissamento. Apro un altro giornale. Trovo un’intervista del generale Tascio. Vorrei saltarla, ma non ci riesco. E resto, per l’ennesima volta, strabiliata. Questo generale era all’epoca di Ustica il capo del servizio segreto, il Sios, dell’aeronautica. Oggi dice di non aver mai saputo niente di Ustica. Leggo: "Quello del quale sono venuto a conoscenza lo apprendevo dai giornali". L’intervistatore tace, gli lascia passare una tale panzana. Ma come? Ma se dall’inchiesta giudiziaria è emerso nettamente che il Sios si attivò subito, la notte della strage, ebbe contatti con l’ambasciata americana a Roma, contatti che dettero origine a un vero e proprio working group. Il generale è accusato di aver fornito al magistrato inquirente il 23 dicembre 1980 un’informativa piena di notizie falsificate, nella quale si sosteneva che il DC9 era caduto per un cedimento strutturale. Ed era stato proprio il generale Tascio a gestire personalmente tutta la vicenda del Mig libico, che secondo le sue dichiarazioni al giudice sarebbe caduto in una data che è stata contraddetta da testi e documenti. A smentirlo c’è addirittura l’allora responsabile della Cia a Roma, tale mister Claridge e, ancor più clamorosamente, a smentirlo c’è addirittura il suo diario personale. Lui che ha sostenuto davanti al giudice che il Mig sarebbe caduto il 18 luglio 1980, in realtà nel diario, sequestrato a sua insaputa, si era annotato nella pagina del giorno 14 luglio, cioè quattro giorni prima rispetto alla data indicata davanti al magistrato: "Claridge, i Mig sono di molti tipi, vuole vederlo". E ancora nella pagina del 28 luglio 1980 aveva scritto, dopo aver incontrato un ufficiale del Sismi, cioè del servizio segreto militare: "Voci ad alto livello di tracce militari attorno al DC9 a Ponza". Ci vorranno anni al magistrato per verificare che questa annotazione corrisponde al vero: insomma, le tracce c’erano, ma riuscire ad acquisirne la prova costerà grande fatica e impegno. Com’è possibile che tutto ciò passi senza memoria, senza contestazioni, senza che i giornalisti si documentino e contrastino l’ennesimo tentativo di stravolgere la ricostruzione?

 

Venerdì 3 settembre

A Roma alle Botteghe Oscure, nella sede dei Democratici di sinistra, tengo una conferenza stampa, con il responsabile Giustizia del partito, Carlo Leoni. Mentre parlo capisco che devo incontrare al più presto possibile le massime autorità dello Stato, per chiedere di proseguire, di prendere atto di quel che ha ricostruito dopo diciannove anni di indagini il giudice Priore e di trarne le conseguenze. Dobbiamo distruggere per sempre i meccanismi di omertà, di menzogne invereconde, renderli innocui. Dentro il nostro Stato, negli altri paesi. E chiedere conto degli atteggiamenti fin qui tenuti da Stati esteri, che non hanno cooperato, dall’aeronautica militare. Penso di poter domandare se saranno presi provvedimenti nei confronti di tutti i militari i cui reati in istruttoria sono stati individuati ma che magari evitano un giudizio per decorrenza dei termini, per prescrizione, per amnistia o altro e non certo per non aver commesso il fatto. I cittadini, non solo i parenti delle vittime di Ustica, devono essere sicuri che l’aeronautica non è di coloro che "hanno dato risposte indecorose mostrando totale ignoranza del proprio mestiere o che hanno dato spiegazioni assurde, oltre il limite del lecito e del ridicolo, pur di ostacolare le indagini", ma che è quella del maresciallo Luciano Carico, che ha avuto stravolta la carriera e forse purtroppo anche l’integrità fisica per aver messo a disposizione della giustizia la parte di verità che conosceva.

Dopo la conferenza stampa mi telefona un esponente dei giovani di Alleanza nazionale. Vuole che vada a parlare di Ustica alla loro festa. Non ho il minimo dubbio ad accettare. Lo ringrazio. So che i temi della verità e della dignità nazionale sono davvero di tutti.
Sabato 4 settembre

Stamani non ho quasi fatto in tempo a svegliarmi nella mia città che ho saputo dell’adesione al progetto di Walter Vitali, di realizzare con i resti del DC9 il monumento alle vittime di Ustica, da parte del nuovo sindaco Giorgio Guazzaloca. Mi fa molto piacere. Mi metto presto in movimento stamani. Nel turbinio di questi giorni cerco una pausa. Con calma vado in Certosa, nel cimitero di Bologna, dove riposano i miei genitori e dove ricordo Alberto. È qui che spesso mi capita di rifugiarmi. Per raccontare. Per piangere, talvolta. Per trovare nuova forza.

Torno in città e qualcuno mi fa vedere una dichiarazione incredibile di Lelio Lagorio, l’esponente socialista che era ministro della Difesa ai tempi di Ustica: "Mi resta penoso e difficile", sono le sue parole riportate dai giornali, "immaginare che valenti ufficiali dell’aviazione che ho conosciuto e stimato come leali collaboratori possano essersi macchiati di alto tradimento". Ma si legga gli atti, perdinci, prima di parlare! Da un ministro ai tempi della strage – che oggi si ritrova imputati in vario modo sia il capo sia il vicecapo del suo gabinetto e dalla cui segreteria risultano spariti documenti su quella tragedia – non soltanto io, ma credo tutta l’opinione pubblica si sarebbe aspettata ben diversi discorsi.

 

Domenica 5 settembre

A Modena, alla festa nazionale dell’Unità, incontro il presidente del Consiglio. So che poche ore prima Massimo D’Alema ha già pubblicamente detto che "il governo italiano tornerà alla carica con i paesi alleati per chiedere notizie su Ustica". Ripete di aver chiaro che di fronte alla tesi che "l’aereo è stato colpito in uno scenario di guerra", né il governo né il parlamento "possono rimanere insensibili. Il governo raccoglierà gli aspetti fondamentali dell’ordinanza e li trasmetterà ai governi alleati e alla Nato, e accompagnerà questo con una richiesta perché da parte di questi governi venga ogni contributo e informazione senza alcun segreto che possa essere utile ad appurare la verità". C’è frastuono alla festa. Ma riesco a capire che D’Alema è schietto in quel che dice. Avverto la sua rabbia davanti alle responsabilità addebitate ai vertici militari. Mi fa intendere che è già iniziata la sua pressione sui governi alleati, che ha già fatto inviare cospicua documentazione alla Francia e agli Stati Uniti, che con ministri francesi ha già parlato a lungo. Con D’Alema non ho una grande confidenza, mi limito a ringraziarlo e a chiedergli di non mollare. Mi dice di sì.
Lunedì 6 settembre

Ho un appuntamento importante oggi: vado a Ravenna a fare gli auguri di compleanno ad Arrigo Boldrini, il partigiano Bulow, una medaglia d’oro, presidente dell’Associazione nazionale partigiani.

Mentre in auto vado a Ravenna, mi raggiunge una telefonata di Roberto Maroni, il parlamentare leghista che da ministro dell’Interno ha cercato in ogni modo di rimuovere ogni ostacolo alle indagini. Mi rinnova la sua disponibilità. Gli esprimo gratitudine, con sincerità.

Da Boldrini mi commuovo anche troppo e mi viene da chiedere se davvero il nostro paese corrisponde a quello per la cui costruzione tanti sono morti, tanti si sono battuti, tanti hanno sofferto. Un paese pulito, giusto, serio. Penso ai tanti che in questi anni, da dentro la pubblica amministrazione, si sono affannati per coprire, deviare, negare l’evidenza. Quando penso a questo, mi viene subito in mente la commissione Pratis (dal nome del suo presidente Carlo Maria Pratis, magistrato in pensione). A metterla in piedi fu il presidente del Consiglio (in quella occasione era Ciriaco De Mita, era il 1988), non appena si diffuse la sensazione che l’inchiesta giudiziaria, per effetto delle risposte dei periti, andasse orientandosi verso la tesi del DC9 abbattuto da un missile e non precipitato per un cedimento strutturale. La commissione concluse che l’ipotesi più probabile appariva quella di una bomba esplosa dentro l’aereo. Oggi la magistratura ha appurato che quella commissione letteralmente falsificò le carte per giungere a una tal conclusione che aveva un secondo, preciso scopo: quello di mettere in discussione l’importanza dei tracciati radar. Insomma, per farla breve, non interessava tanto la ricostruzione, interessava sminuire il valore della lettura dei tracciati radar, la cui esistenza era stata fino a quel momento ufficialmente negata con occultamenti e menzogne. Insomma, prima si nega che esistano dati radar e poi, quando vengono scoperti e si ha la prova che indicano la presenza di altri aerei in quel momento in cielo vicino al DC9, si cerca subito di dimostrare che quei tracciati non servono a niente, che possono essere sbagliati. Insomma, pur di ostacolare la ricostruzione della verità, si usa quella commissione. L’ho capito scartabellando tra le carte della commissione Stragi. In data 23 dicembre 1988, a un mese esatto dall’inizio dei lavori, un membro della commissione Pratis, il generale dell’aeronautica Emanuele Annoni, risulta che vada allo Stato maggiore e informi che "guardando i radar si vede effettivamente la traccia di un altro aereo" (la citazione è tratta dal diario di un altro militare, il generale Ferracuti). In quel momento, credo, partono le contromisure e si fanno esperimenti e simulazioni coi dati truccati per cercare di negare il contributo assolutamente determinante dei radar per la ricostruzione di quel terribile evento. Io non mi stanco di porre una domanda a cui non ho finora trovato una risposta convincente: ma perché un gruppo di alti funzionari, ancorché in pensione, ha accettato di non rispettare la verità? Sapevano quel che facevano oppure hanno solo capito che dovevano fare così, senza capire perché, prigionieri di un ovattato servilismo più forte delle regole della verità? E se non è per questo, perché l’hanno fatto?

Ho letto che stasera danno in televisione, su TeleMontecarlo, il film Il muro di gomma. Lo ritengo un buon segno. Lo riguardo anch’io sul piccolo schermo, in questa ennesima serata di crucci, quel film che mi ha accompagnato in tanti dibattiti su e giù per l’Italia. Lo guardo e di nuovo provo indignazione e dolore.

 

Mercoledì 8 settembre

Mi sono svegliata con una idea fissa. Neppure il caffè nero che come sempre ho bevuto appena alzata è riuscito ad allontanarla. Ma perché tutti gli uomini di governo che in questi lunghi anni sono stati turlupinati da tanti militari, ora tacciono? Perché non si indignano? Perché, davanti alle affermazioni ampiamente pubblicizzate del giudice Priore, non rassicurano noi cittadini garantendo che s’impegneranno per far pagare il giusto prezzo a chi li ha trattati con ormai documentata slealtà? Perché, per esempio, l’ex ministro della Difesa Valerio Zanone tace? Non si è ancora reso conto di essere stato ingannato dalla relazione che aveva affidato al generale Franco Pisano? Ha capito che, scambiando l’ora legale con quella solare, gli è stato nascosto il fatto che il DC9 era stato seguito da quei due F104 dei piloti poi morti a Ramstein che pur avevano lanciato un segnale di emergenza? Agli atti del processo ci sono pure le confidenze di amici dei due piloti, i quali hanno riferito come avessero raccontato che il DC9 era stato abbattuto. Io non capisco perché nessuno ha capito o voluto capire quel che nell’ordinanza di chiusura dell’istruttoria è scritto con grande chiarezza. E cioè che "nel corso dell’inchiesta lo Stato maggiore dell’aeronautica ha costantemente dato mostra di non avere particolari e diretti interessi alla vicenda DC9 Itavia, mentre in realtà più Stati maggiori succedutisi nel tempo hanno posto in essere comportamenti di chiaro interessamento e non rare volte di inequivocabile interferenza. (…) Emblematica la conversazione telefonica risalente al marzo 1989 (la cui registrazione è stata acquisita agli atti dell’istruttoria) tra il sottocapo di Stato maggiore generale Meloni e l’ingegnere Massimo Blasi, coordinatore dell’omonimo collegio peritale. Nella conversazione si colgono, oltre alla deferenza del coordinatore rispetto al suo interlocutore, giustificazioni e assicurazioni sulla condotta di un altro membro del collegio peritale, a seguito evidentemente di contestazioni del generale, con conseguente scarico di responsabilità su consulenti di parte civile collegati a giornalisti. (…) Appare quindi impressionante l’interferenza sulle attività del collegio Blasi, disturbato e inquinato dagli interventi di imputati e consulenti di parte dell’aeronautica militare, la cui azione proseguirà con più evidenza nei confronti del successivo collegio peritale Misiti al punto da costringere il giudice istruttore a emettere un provvedimento di revoca di due membri di questo collegio". Questo ha scritto il giudice. Perché gli ex ministri ora se ne stanno tutti zitti?

E francamente neppure ministri o sottosegretari con la delega per l’aeronautica, che pur facevano e fanno parte di governi a cui era andato e va anche il mio voto di fiducia in parlamento, hanno mostrato particolare frenesia nel ricercare la verità. È capitato addirittura che si siano appiattiti sorprendentemente sulle posizioni dei militari che minimizzavano tutto, che chiaramente mentivano, occultavano. È stato doloroso per me verificare come un parlamentare dell’esperienza del senatore Massimo Brutti, che pur in passato aveva avuto occasione di approfondire la questione di Ustica, una volta diventato sottosegretario con delega proprio all’aeronautica, niente abbia fatto dopo le conclusioni istruttorie. Capisco anch’io che governare non significa certo "buttare all’aria" tutto, ma richiede coerenze maggiori con le idee di fondo. Altrimenti, si va alla deriva e magari, in nome dell’Arma azzurra, ci si trova a commemorare, come è successo, addirittura Italo Balbo, che con gli aerei ci avrà anche saputo fare ma che resta pur sempre un ras fascista prepotente e violento, nemico della libertà. Penso a Boldrini, alla sua medaglia d’oro.

 

Venerdì 10 settembre

Mi fa proprio molto effetto sfogliare le cinquemila pagine o giù di lì della sentenza ordinanza del giudice Priore. Sono diciannove volumi. Per un caso il numero dei volumi corrisponde a quello degli anni dell’istruttoria. L’ho ritirata oggi a Roma e ora salto da un volume a un altro, da un foglio a un altro. Ogni pagina rappresenta una grande prova della magistratura. Non di tutta, si intende. Non voglio proprio generalizzare, perché ci sono stati, in questa istruttoria, tanti anni, quelli iniziali, di inadempienze, di inefficienze, di inattività. Non li dimentico no, gli anni buttati letteralmente via dai magistrati Santacroce e Bucarelli: il primo in cinque anni non nominò neppure una commissione di periti, il secondo si dimenticò addirittura di ascoltare le registrazioni audio di quella tragica notte. Anzi, fece ancora peggio: non solo non le ascoltò, ma le dimenticò in un cassetto.

In tutti questi anni nel paese si è tanto discusso del ruolo della magistratura. Mi sono chiesta tante volte perché mai la critica più feroce si rivolgesse contro chi era attaccato perché faceva troppo (il cosiddetto protagonismo della magistratura), mentre sempre ci si dimenticava di chi non aveva fatto niente, con ciò contravvenendo gravemente al suo dovere. Oggi mi resta la speranza che il Consiglio superiore della magistratura, rimasto finora inerte per non interferire su un’istruttoria ancora in corso, possa ora sentire il bisogno di aprire il capitolo dei tempi sprecati nella vicenda di Ustica.

Finalmente riesco a parlare con i professori del Politecnico di Torino che tanto ci hanno aiutato (come gli avvocati tutti e che troppo lungo sarebbe ricordare per nome). All’inizio della conversazione tento di scherzare: "Allora è vero che siete bravi, avevate proprio ragione", dico. Cerco inutilmente frasi sensate per testimoniare tutta la mia gratitudine per l’apporto decisivo e disinteressato dei professori Franco Algostino, Mario Pent e Mario Vadacchino, periti di parte civile per l’Associazione dei parenti delle vittime. È proprio il lungo documento firmato dal giudice Priore a riconoscere fino in fondo i loro meriti. Sono stati i nostri professori torinesi infatti a individuare per primi, era il 1992, la presenza nei tracciati radar di un aereo che si nascondeva sotto il DC9.

Mi metto a rileggere il passo dell’ordinanza del giudice Priore in cui si afferma che l’opera e la prontezza dei professori del Politecnico ha permesso di respingere gli "attacchi che hanno ostacolato per lustri il cammino dell’inchiesta e i rischi più volte di affossamenti anche per l’avallo di deboli se non compiacenti apporti peritali". È una bella pagina, contro la quale contrastano tanti altri brutti capitoli: come quelli scritti dai professori Antonio Castellani, ricercatore capo del Cnr presso il dipartimento aerospaziale dell’università di Roma La Sapienza, e Giovanni Picardi, ordinario di Sistemi di rilevamento e riconoscimento presso l’università di Roma La Sapienza e direttore del dipartimento di Scienza e tecnica dell’informazione e telecomunicazione della medesima università, che invece di porre la loro scienza e le loro conoscenze al servizio della giustizia, hanno operato sottobanco con gli imputati. Non credo sia da dimenticare il fatto che a coordinare i lavori di questa commissione sia stato il professor Misiti, preside della facoltà di Ingegneria della Sapienza, che non ha proprio svolto un lavoro positivo se prima i pubblici ministeri Coiro, Salvi e Rosselli e poi il giudice istruttore Priore non ne hanno accettato le conclusioni affermando che "il lavoro è affetto da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderlo inutilizzabile" per la ricostruzione della verità.

 

Mercoledì 15 settembre

Mi sono dimessa dalla commissione Stragi del parlamento. Ci ho pensato a lungo, poi mi sono detta che dopo la sentenza ordinanza del dottor Priore non ci sono più verità da cercare: la verità è lì, in quelle carte. Non tutti capiscono. C’è chi insiste perché rimanga. Scrivo una lettera, per me difficile. Vengo via dalla commissione, puntualizzo, perché per me "il deposito della sentenza ordinanza del giudice Priore è il raggiungimento di quella verità giudiziaria sulla tragedia di Ustica che l’opinione pubblica ha aspettato per diciannove lunghissimi anni e che in tanti, in ogni occasione, mi hanno esortato ad attendere come sola possibile verità. Oggi, personalmente, davanti a tale ordinanza che disvela le modalità del terribile fatto e porta alla luce l’impressionante catena dei depistaggi, indicandone i responsabili, non vedo formalmente ulteriori spazi per l’intervento della commissione Stragi. Mi sento di confessare che la mia esperienza di commissario è stata caratterizzata da una profonda sofferenza, dovuta all’aver incontrato perfino il più ostinato e tracotante diniego di ogni evidenza documentata e all’amarezza tutta personale di non essere riuscita a dare un maggiore e significativo contributo al lavoro dei giudici". Esco dalla commissione per impegnarmi soprattutto "nel cercare forme di collaborazione internazionale che possano portare altri elementi utili alla determinazione complessiva del tragico evento". Non ho più voglia di polemiche, spesso meschine, non voglio continuare a chiedermi perché ormai da tempo questa commissione non abbia più saputo scrivere pagine importanti di collaborazione con la giustizia, che pur in passato i precedenti commissari guidati dal compianto senatore Gualtieri erano riusciti a realizzare. Non ho più voglia di cercar di capire perché mai sono cadute nel vuoto tutte le argomentate denunce che lo stesso giudice Priore aveva fatto davanti a tutti noi, in seduta pubblica e in seduta segreta. Eppure il magistrato era arrivato a rivelarci che perfino a noi in parlamento era stata ufficialmente fornita documentazione che in realtà era falsificata. E tutto questo materiale non aveva trovato neppure un’adeguata sistemazione fisica, negli scaffali della commissione, col risultato che il suo utilizzo era diventato talmente faticoso da apparire quasi impossibile. Dico basta, oggi, anche a tante strumentalizzazioni alle quali pur ho dovuto assistere. La peggiore è stata la presentazione a quattro firme (Fragalà, Taradash, Manca e Mantica, tutti del Polo) di un testo in aperto sostegno alle tesi degli imputati, basato su elementi la cui falsità era già stata ampiamente dimostrata, documenti alla mano, anche in commissione.

 

Venerdì 17 settembre

Oggi, per la prima volta dopo la sentenza, vado nell’ufficio del giudice Rosario Priore. È indaffaratissimo. Ha ben poco da aggiungere alle tante parole che ha scritto. Lo ringrazio. Tutto si svolge, forse un po’ banalmente, ma certo senza alcuna enfasi. Do uno sguardo a quel ritratto di Ugo Foscolo che tante volte ho visto appeso su una parete dello studio: ripenso a una poesia della mia infanzia, che evoca "quello spirto guerrier ch’entro mi rugge". No, forse il giudice istruttore non ha avuto bisogno di tanto, è bastata (e non è davvero poco) l’onestà civile di chi fa a tutti i costi il proprio dovere e si intestardisce a respingere soprusi e a smascherare gli inganni, qualunque sia il potere di chi li organizza. Immagino quanto difficili siano stati, probabilmente proprio qui in questa stanza, gli interrogatori e le testimonianze di ufficiali reticenti, di generali che tentavano di cambiare le carte in tavola. Come quel generale Giuseppe D’Ambrosio, che era stato addirittura vicecapo operativo del Sismi, il servizio segreto militare, e che ha sempre negato di essersi occupato della strage, nonostante vi fossero montagne di documenti a provare il contrario. Gli deve essere costato molto, al giudice Priore, scrivere che il comportamento di quel generale gli è parso emblematico "perché le sue deposizioni non vanno ricordate per il contributo che hanno dato all’indagine, ma perché esse rappresentano uno spaccato di reticenza, di falsità, di totale assenza di spirito di collaborazione con l’autorità giudiziaria. E ciò è tanto più grave perché un siffatto atteggiamento di chiusura non proviene da un comune cittadino, che comunque ha l’obbligo di deporre conformemente al vero, ma proviene da un ufficiale generale che ha ricoperto alti incarichi in seno agli organismi istituzionali del Paese".

A Bologna mi hanno chiesto di dare al magistrato una bambola per sua figlia, segno, gli dico, sia del dolore per quei bambini che su quell’aereo hanno perso la vita oppure che per la perdita dei loro cari hanno avuto da quel giorno la vita drammaticamente mutata, sia della speranza mai sopita di chi nella verità e nella giustizia cocciutamente continua a credere, per costruire davvero una società migliore per loro, per i bambini di oggi. Chiedo al giudice Priore di cercare di spiegare tutto questo un giorno alla sua figlioletta, guardando questa bambola. È solo a questo punto, credo, che ci commuoviamo tutti e due, in uno scambio di riconoscenza.

 

Martedì 21 settembre

In questo primo giorno d’autunno salgo al Quirinale. Mi riceve il presidente della Repubblica. Come sempre, quando entro in quell’enorme palazzo, sono un po’ intimorita da tutte quelle corazze, dai marmi, dai velluti. Mi piace guardare in lontananza gli altri monumenti di Roma, al di là dei giardini, dietro le palme. Sono già stata qua altre volte, accompagnata dai corazzieri e dai commessi che sembrano quasi non toccare terra tanto sono alti. Ho parlato con Francesco Cossiga, la prima volta che sono venuta al Quirinale. Gli ho esternato i miei dubbi, i miei sospetti. Cossiga, che è sempre stato con me leale e della cui sincerità sono convinta, mi ha sempre assicurato di non aver mai saputo nulla, lui che all’epoca era presidente del Consiglio, di quel che era avvenuto nel cielo sopra Ustica e che se le mie ipotesi si fossero rivelate fondate, il primo a essere stato ingannato (per l’esattezza, secondo le sue parole, "ad essere fatto fesso") sarebbe stato proprio lui. Mentre salgo da Ciampi ripenso a quei colloqui e non mi spiego perché l’ex presidente della Repubblica ora taccia. Avrà saputo certamente anche lui quel che adesso ha scritto il giudice istruttore. Vorrei proprio che dicesse qualcosa, che spiegasse. Ripenso anche all’unico incontro che ho avuto con il presidente Scalfaro. Ricordo che in quella occasione gli espressi tutta la mia sorpresa e la mia rabbia per aver scoperto che non solo uomini e mezzi dell’aeronautica, con il generale Nardini capo di Stato maggiore, erano stati messi a disposizione della difesa privata degli ufficiali imputati con l’accusa di non aver fatto il loro dovere, ma che addirittura si era arrivati a spiare i magistrati che stavano conducendo l’inchiesta giudiziaria (ne erano prova alcune schede sequestrate presso lo Stato maggiore). Più che un incontro quella fu per me un’occasione di denuncia, che ritengo qualche effetto l’abbia pur avuto.

Sento nei corridoi del Quirinale un gran battere di tacchi. E mi viene da pensare che forse, tra i capi di Stato maggiore, l’unico che in questi anni si è comportato con grande correttezza è stato il generale Pillinini, il solo che spontaneamente ha consegnato ai magistrati documentazione utile per le indagini.

Mi trovo davanti a Ciampi. È cortese, comprensivo. Non conosce con esattezza, ed era inevitabile, tutto quel che è successo in questi diciannove anni. Gli dico che il mio impegno di cittadina, di esponente d’una Associazione di parenti di vittime di una strage, ora è terminato: siamo arrivati alla verità giudiziaria. Adesso tocca allo Stato difendere la propria dignità. Quello Stato che non ha saputo difendere le vite dei nostri cari. Ci vuole, scandisco, un grande sussulto di orgoglio e di dignità nazionale. Ho letto, e glielo dico, quel che il presidente ha detto dell’8 settembre, la sua indignazione di ufficiale allora abbandonato dai superiori e dallo Stato. Cerco di spiegare a Ciampi che anche questa vicenda di Ustica è pesantemente segnata dal tradimento di tanti militari o comunque appartenenti a organi dello Stato. Il presidente tace, si fa molto serio. Io insisto, forse con foga: dico che non debbono restare impuniti piccoli e grandi tradimenti. Non deve essere permesso che riesca a sfuggire alle proprie responsabilità chi, certo per nascondere altre verità, ha preferito tentare di cavarsela dicendo che in servizio sistematicamente leggeva il giornale (e che perciò quel giorno non si era accorto di nulla) oppure cercando di convincere il magistrato che lui davanti al radar sempre si limitava a giocare con il puntatore, senza mai preoccuparsi di osservare quel che davvero succedeva in cielo. È un dovere di pulizia morale che deve interessare anche il capo dello Stato, che è il massimo vertice non solo delle forze armate ma dell’intero paese.

Quando esco dal Quirinale, guardo i giardini. C’è un bel sole e un’aria quieta. Il cielo è di un azzurro che abbaglia. Anche quel 27 giugno del 1980 c’era uno splendido sole sopra Ustica. Fino a quegli attimi di guerra che cancellarono d’un colpo 69 adulti e 12 bambini. Chissà se davvero posso continuare a dire, con Guccini, "Fratello non temere, ho fatto il mio dovere". Chissà se in questi anni sono davvero riuscita a farmi capire da tutti. Per un momento mi par di sentire tutta la stanchezza di questi diciannove anni.

(a cura di Maurizio De Luca)