(pubblicato
su L’Unità ed. Nazionale del 30 dicembre 2005)
di
Daria Bonfietti
Al finire di quest’anno abbiamo avuto
la sentenza del processo ai vertici dell’aeronautica militare italiana in
carica al tempo della strage di Ustica: i generali Bartolucci e Ferri sono
stati assolti per insufficienza di prove dall’accusa di alto tradimento per
aver nascosto al Governo quanto sapevano, nell’immediatezza dell’evento, sulle
cause della tragedia. Una sentenza che ha lasciato sconcertati e delusi,
inaccettabile soprattutto per il metodo, a
conclusione di un processo affrettato, di poche udienze, senza dibattito, senza acquisizione di nuova
documentazione. Giustizia se non sommaria, certamente sbrigativa.
Ora bisogna fare i conti con la realtà
e avere subito la forza per affermare che il 2005, l’anno in cui abbiamo
celebrato il XXV° anniversario della tragedia,
non può assolutamente essere
l’anno della fine dell’impegno per la verità su Ustica. Questa non deve essere
una affermazione retorica, ma un impegno che nasce dalla lettura precisa dei
fatti.
Bisogna ricordare che gli episodi
contestati come reati ai generali erano gli stessi che aveva evidenziato la
Commissione stragi del presidente Gualtieri: la mattina successiva alla
tragedia i tracciati radar, che erano strati visti e studiati dai responsabili
militari di Ciampino, portavano segni inequivocabili delle presenza di un altro
aereo in manovra d’attacco contro il Dc9.
Chiaro che venticinque anni dopo,
ripeto solo se si vuol giudicare l’episodio in
sé
senza dibattito e soprattutto senza voler gettare lo sguardo sul contesto,
diventa difficile provare con certezza assoluta che quella notizia così
importante abbia raggiunto gerarchicamente il vertice dell’Aeronautica- soprattutto
quando tutti gli interessati si rifiutano di testimoniare- e personalmente gli
imputati: così si arriva all’assoluzione per insufficienza di prove.
Assoluzione che non cancella il fatto che il reato è stato effettivamente
commesso. Se invece si guarda al “panorama”complessivo, se si leggono con
completezza le attività militari di quei giorni e di molti giorni successivi si
ha chiara la consapevolezza che la notizia è arrivata al vertice e che tutti i
comportamenti dell’Aeronautica successivi siano dettati da profonda
preoccupazione per quello che era accaduto. La motivazione della sentenza, che
spero ci siano consegnate con la stessa celerità con la quale è stato celebrato
il processo, ci spiegherà perché non sia certa la responsabilità personale degli
imputati.
Noi
fino da ora possiamo e dobbiamo ribadire con forza che i fatti rimangono:
l’alto tradimento c’è stato. Paradossalmente ce lo conferma il comportamento
stesso degli imputati che, nell’esultanza per essere passati da una assoluzione
per prescrizione ad una assoluzione per insufficienza di prove, hanno asserito
di non aver tradito né il Governo né la verità informando che il Dc9 Itavia era
caduto per cedimento strutturale, per sostenere nello stesso tempo che la causa
della tragedia è stata l’esplosione di una bomba a bordo. Vedere, per credere,
le dichiarazioni rese al quotidiano Il Giornale! E intanto mi aspetterei un
sussulto di indignazione da quanti- penso ai governanti dell’epoca- sono stati
“fatti fessi” da questi comportamenti.
Comunque anche dopo questa sentenza
rimane certo quello che è accaduto la
sera del 27 giugno ’80 e nei giorni
immediatamente successivi: il Dc9 è stato abbattuto, -come ci hanno dimostrato le conclusioni del Giudice Priore, che
neppure in questa occasione vengono messe in discussione- e già
nell’immediatezza dell’evento c’erano elementi utili per raggiungere la verità
che non furono portati alla conoscenza di chi di dovere.
Oggi bisogna però anche dire che, a
venticinque anni dalla Strage, con tante evidenze già affiorate, non è
pensabile di poter delegare tutta la ricerca della verità alla sola
Magistratura, ai suoi riti e ai suoi limiti. Si è affievolita sulla tragedia
l’attenzione del Parlamento, che dopo aver scritto pagine importanti
soprattutto con la Commissione Stragi
del Presidente Gualtieri, non sempre più recentemente ha saputo ripensare a
Ustica con determinazione. E in gran parte è stata carente l’azione del potere
esecutivo, fino al totale disinteresse dell’attuale Governo. Sono troppi gli stati
amici e alleati, penso a Usa, Francia, Gran Bretagna e Libia, che non hanno
messo a disposizione tutti gli elementi che oggettivamente debbono avere. Su di
loro si è allentata ogni azione diplomatica. E non si sono neppure affrontati
gli evidenti problemi in ambito militare se è vero , per citare solo gli esempi
più eclatanti, che non esiste nei centri dell’Aeronautica un diario ufficiale
con la pagina integra in data 27 giugno 80, non si contano cancellature,
strappi, soppressioni, come sono clamorosamente monchi i dati radar dei siti
che seguivano il volo del Dc9. Sono stati custoditi ma non consegnati alla
magistratura fino al 1995 i nominativi
degli avieri in servizio. Sono invece
continuate le promozioni di quegli ufficiali che il giudice aveva indicato come
beneficiari di “carriere in riscossione” proprio dell’impegno contro la verità
Chiudendo il 2005 e avvicinandosi il nuovo anno con i suoi appuntamenti bisogna ribadire che ci sono dei fatti che non possono essere cancellati, debbono rimanere vivi nella coscienza democratica di questo nostro Paese, perché non si può dimenticare e bisogna continuare a chiedere verità e giustizia. Ma non dobbiamo chiedere solo alla Magistratura, deve tornare in campo la politica, quella vera ed alta.. Ustica non deve essere letto come un episodio doloroso, deve rimanere una pagina importante della nostra Storia recente. C’è una questione di dignità nazionale: ci è stato abbattuto un aereo civile in tempo di pace e nessuno ci ha dato spiegazioni, c’è una questione di rapporti tra potere esecutivo e apparati militari: sono questioni che non possono essere eluse.