Selene Centro Studi - Eko
Scuola di Judo Educazione
metodo educativo
originale del
prof. Jigoro Kano
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"il
migliore impego delle energie" |
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"tutti
insieme per crescere e progredire" |
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Cos'è il judo?
Infine
c'è lo Sport, perchè la conoscenza richiede una comprensione che si
realizza nell'unione del cuore (spirito), della mente e del corpo, e
quest'ultimo richiede più tempo e più cure per coordinarsi agli altri due
elementi così che vale la pena iniziare a praticare il principio morale con il
corpo per non incorrere nello squilibrio di aver capito (con il cuore e la
mente), ma non riuscire a comprendere totalmente perchè il corpo non segue.
Il
Sig. Kano ha proposto un'educazione universale secondo tre culture: fisica
(Tai=corpo), mentale (Gi= mente) e morale (Shin=spirito). Ricercando nella saggezza del passato
quale potesse essere il principio universale che unisce tutta l'umanità egli
giunse a formularlo in un aforisma "tutti insieme per progredire con il
miglior impiego dell'energia (cioè intelligentemente)".
Nella pratica il judo prende l'aspetto di una lotta
in cui i contendenti indossano un robusto costume bianco, composto di pantaloni
e giacca stretta da una cintura; l'insieme evoca l'abbigliamento dei pescatori
orientali, ampio e corto di manica e gamba, per essere comodo nel movimento.
A seconda delle finalità possiamo distinguere tre
livelli di judo:
Il
signor Kano chiama 'judo inferiore' quello che è animato dal complesso egoico
di vincere, d’essere più forte, o anche di “mantenere la linea”, motivazioni
ispirate dal desiderio. L'unico desiderio lecito e giustificato nel judo medio
e superiore è di crescere, secondo la massima: 'dare per crescere e crescere
per dare di più'.
"Il tema del judo superiore è appunto di servire la Società, cioè
impiegare nel modo più efficace la capacità fisica e mentale ottenuta nelle
fasi precedenti. … Finché l'essere umano è convinto della sua azione, di aver
utilizzato l'energia nel modo più efficace, non prova sentimenti di sconforto o
di turbamento, in quanto il fatto di impiegare al massimo la sua energia è
un'impresa che non lascia adito ad altre considerazioni. I rimorsi e le angosce
sono difatti lo stato mentale dovuto all'irresolutezza, oppure al pensiero di
non aver compiuto ciò che doveva essere fatto" (J. Kano).
Judo e scuola
Un'allegoria
del signor Kano dice che la costruzione judoistica ha fondamenta nel
combattimento (per affrontare le negatività del mondo), da cui s'innalzano mura
di educazione fisica (essere sani per essere utili), e il tetto che tutto
ricopre è il principio morale (il miglior impiego dell'energia). Aggiunge che
la comprensione del principio avviene nella coordinazione di corpo, mente e
cuore. E mentre quest'ultimo con le sue ragioni misteriose può realizzare in un
attimo, la mente impiega giorni o settimane, e il corpo mesi o anni. Occorre
dunque cominciare col corpo e diffidare della comprensione esclusivamente
mentale.
Per
questo motivo l'insegnamento del judo, inteso come principio morale, va
affidato a insegnanti di educazione fisica e istruttori sportivi, che si
rivolgono direttamente al corpo, esonerandone i professori di materie
intellettuali che parlano da dietro la cattedra (in Oriente discipline
spirituali come lo zen e lo yoga iniziano l'insegnamento dal corpo). (Il Prof.
Kano, come
direttore dell'Education Bureau del Ministero, vinse la battaglia (1902-11)
per la laurea in Educazione Fisica "perché questi insegnanti, a
causa del loro livello scolastico mediamente basso, erano poco considerati e
ciò ostacolava la loro azione, inibendo i benefici del loro insegnamento";
quasi un secolo prima che venisse istituita in Italia)
La
didattica del judo si riassume nell'espressione: 'kata e randori'. E questa
sintesi deriva dalla visione 'inn e yo'. Kata è l'esercizio formale e randori
la pratica libera, ma nella didattica questi concetti si dilatano e di volta in
volta vengono espressi come 'forma e non forma' (modello e creatività), come
'teoria e pratica' (entrambe vissute col corpo) e nell'analogia con lo studio
di una lingua 'sintassi e componimento libero'.
'Kata' è la forma dei 'fondamentali' (saluto,
posizione, spostamenti, cadute, distanza, presa, spingere e tirare, abbassarsi
e alzarsi), delle tecniche (colpi, proiezioni, leve articolari e controlli), e
dei principi di azione (ve ne sono diversi livelli che diventa prolisso
elencare). E' la grande lezione che ci giunge dai Maestri del passato.
'Randori' ne è l'interpretazione soggettiva.
'Kata' è come imparare a scrivere in un ostentato
tondo corsivo; 'randori' è la nostra firma; continuare, da adulti, a scrivere
secondo la forma che ci hanno insegnato nei primi anni di scuola sarebbe
perlomeno curioso, eppure per insegnare ad un bambino si deve ricorrere alla
forma.
Ma come
il bambino impara a parlare empiricamente dalla madre e solo successivamente
affronta grammatica e sintassi, così nel judo i giovanissimi imparano prima a
fare ed applicare, e solo quando raggiungono sufficiente esperienza affrontano
la forma dell'esercizio. Il binomio 'kata e randori', valido per gli adulti, si
inverte per i giovani. All'origine dell'essere umano era il corpo (quindi la
necessità di sperimentare praticamente), poi vennero la ragione e la
trasmissione dell'esperienza (prima facemmo randori e poi kata). Invece
all'adulto che impara una lingua si prospettano quasi subito le declinazioni e
la costruzione delle frasi (prima kata e poi randori).
Praticare solo le forme
inibisce lo sviluppo della personalità, mentre incoraggiare troppo la
creatività allontana la visione sociale. L'equilibrio tra forma e creatività
produce "un risultato superiore alla somma degli addendi" (psicologia della Gestalt).
Se la realtà urbana gli
nega prati, rocce, fossi, alberi da frutta e rane, che costruiscono le
circostanze dell'educazione fisica a quell'età, il bambino (lo scolaro fra 7 e
11 anni) può 'giocare al judo' come surrogato. Allora l'insegnante si accerta
che il piccolo abbia cominciato a considerare spazio e tempo, materia e
energia, e che la mamma l'abbia incoraggiato a comunicare (se non segnala che
ha male di pancia, che almeno glielo si legga in volto).
Per fare un esempio di
valutazione del senso dello spazio, una classe di scolari viene invitata a
eseguire le tecniche di controllo di caduta partendo confusamente da
un'estremità del tatami ('materassina', superficie di pratica); i bambini
devono avvicinarsi ad una linea prestabilita man mano che intravedano lo spazio
per eseguire l'esercizio.
Soprattutto i più piccoli
hanno difficoltà a farlo e non si preoccupano di buttarsi sulle gambe di un
compagno. Questo può essere un indice della loro attenzione verso lo spazio e
permette di ottenere collaborazione nel valutare lo spazio necessario
all'azione. Ottenuto il risultato in palestra, si fa leva sull'orgoglio di
judoista per valutare lo spazio necessario a qualsiasi attività, che sia il
disegnare o l'attraversare la strada.
"Dopo la sconfitta
delle malattie esogene, la causa principale di mortalità infantile è
l'incidente stradale" (Marcello
Bernardi; Corpo, Mente e Cuore, 1998).
Se in tal senso la
situazione è soddisfacente, ci si può occupare della coordinazione nel movimento,
del rispetto dell'altro e di esercitare l'attenzione, con la scusa della lotta.
Giocare al judo significa
praticare cadute, tecniche, allenamenti e combattimenti adattati. E giocare
all'arbitraggio, a fare lezione, a istituire un tribunale alla Korczak (pedagogo
polacco) per giudicare le prepotenze.
I piccoli, ma anche i
ragazzi, non riescono ad arbitrare o giudicare imparzialmente, ma ci riflettono
sopra. Non si propone il comportamento degli adulti, mettendo in palio medaglie
conferite sul podio, con inno, bandiera e lacrime di commozione del vincitore,
a meno che siano gli stessi bimbi a organizzarlo per gioco.
Nella visione del miglior impiego dell'energia il
piccolo osserva il mondo circostante, gioca a riprodurne la forma, attendendo
di viverne le motivazioni sulla base del presupposto morale. E non ha il
diritto di giocare solo per giocare, per passare il tempo, per non intralciare
i grandi che hanno da fare; ma ha diritto di darsi all'apprendimento
giocosamente, perché questa è la sua natura. Il processo educativo ignora il
gioco puro e tutto ciò che viene proposto è finalizzato a crescere e progredire
col miglior impiego dell'energia.
Il judo dei ragazzi
Per gli studenti delle classi medie si tratta di
'iniziazione al judo'. Il gioco si tinge di avventura, e la tecnica non è più
adattata, ma vissuta nella sua integrità. Il rispetto dell'altro diventa
impellente perché le differenze fisiche e psicologiche dell'età adolescenziale
sono notevoli e non si può autorizzare la violenza e la forza bruta (gradualmente
il maschio diventa molto più forte della femmina). Ora si chiede di gestire
tempo spazio energia e materia, distinguendo tra l'iniziativa e la
contro-iniziativa (provocare l'opportunità o attenderla passivamente;
combinazione di attacchi in diverse direzioni o contrattacco, secondo
un'astuzia che non è della mente, ma del corpo), permettendo (con debita
prudenza) che si confrontino tattiche differenti. Le gare amichevoli possono
tingersi dello spirito di gruppo, purché si mantenga uno stile di comportamento.
La partecipazione ad un avvenimento di gara, sia
pure adeguato al livello dei partecipanti, non può essere estesa a tutti,
perché questa fascia di età chiede riguardo, e solo quelli che sono preparati
possono affrontare l'emozione e la scarica di adrenalina che l'avvenimento
comporta, sotto pena di 'bruciarsi'. Per tutti anche solo collaborare e
assistere all'organizzazione (come ospiti o accompagnatori) costituisce una
preparazione alla gara.
Il clima del gruppo è creato dall'interazione tra la
personalità dell'insegnante e la psicologia degli adolescenti. Mentre questi
ultimi sono come capitano, il Maestro può prepararsi al suo compito.
Il combattimento chiede di usare quell'energia
vitale di cui, nel pericolo, tutte le persone sane dispongono, ma che pochi
hanno coscienza di avere. Per impiegare il 'ki' (energia, che i cinesi chiamano
'chi' e gli indiani 'prana') senza ferire, bisogna insegnare al corpo una
tecnica minuziosa attraverso un 'duro allenamento'. L'azione che l'arbitro
valuta per attribuire la vittoria in gara esprime il ki attraverso una forma
tecnica perfetta. Per arrivare a questo è necessaria una determinazione
estrema, il controllo dell'istinto di conservazione, e uno stato dell'essere
definito: 'tempo presente'.
Quest'ultimo (mu-shin, 'mente vuota') significa
assenza del desiderio (di vincere, che è una proiezione di se stessi nel
futuro) e ugualmente della paura (di perdere, che rappresenta invece il legame
con esperienze passate). Lo stato di mushin rappresenta il massimo risultato
del judo inferiore.
Educare è “insegnare ad
affrontare la realtà”. Quest’ultima è la realtà assoluta della vita nel suo
rapporto con l’Universo, ben oltre al problema culturale (cultura come “saper
fare”) che affina il sentire, insegna nozioni, e abilita al mestiere che ci
integra nella Società. Ognuno riconosce questa realtà al proprio livello,
perché gli esseri umani piuttosto che tutti uguali sono tutti diversi
Per sua natura l'educazione
non è impartita direttamente, ma assume una forma che può essere un fare, o lo
sviluppo di un'abilità, nascondendo sotto quest'apparenza “l'insegnamento
silenzioso” del principio morale inteso come sintesi della conoscenza.
Se formiamo il corpo
dell'allievo con l'allenamento mentre con l'agonismo gli costruiamo la volontà
di vincere, trascurando di dargli un ideale al servizio della Società, abbiamo
educato un individuo che userà le sue grandi capacità per soddisfare l'ego, e
sarà poco propenso ad assumere responsabilità sociali. La Società non necessita
di queste persone.
L’insegnante educa il
giovane, che giunge di solito al judo con la motivazione del “judo inferiore”,
portandolo al “judo medio”, cioè facendogli apprezzare la disciplina come preparazione
ai più importanti avvenimenti della vita. Questo livello non autorizza a
impegnare qualsivoglia tecnica nel combattimento.
Maturando ancora al “judo
superiore” si arriva a padroneggiare nell'unità di corpo-mente-cuore lo
“spirito del rispetto”, che permette di combattere usando anche le tecniche che
precedentemente potevano risultare pericolose
Così esistono due diverse
visioni di gara: una che non bada a chi vince e l'altra che persegue la
formazione della persona in vista della sua efficacia nella vita; esse
richiedono motivazioni, ambiente e anche gestione diversa.