Gli dei virgiliani


 

Nell’Eneide la vita degli dei scorre parallelamente alla vita degli uomini: l’Olimpo virgiliano è infatti soltanto una proiezione ingrandita della condizione umana; gli dei vivono una vita molto più elevata di quella umana, per autorità, giustizia, e purezza immune da ogni vizio.

Gli dei virgiliani hanno perduto rispetto ad Omero, parte della loro vivezza antropomorfica.

Gli dei epici però non possono vantare superiorità nei confronti degli uomini, poichè non offrono loro modelli di vita da seguire. Gli dei infatti sono potenze individuali con volere e fini propri, essi inoltre si preoccupano di perseguire soltanto i propri scopi personali, e per farlo talvolta entrano in contrasto tra loro e le conseguenze ricadono sugli uomini.

A lui Giunone allora parlò così, supplichevole:
"Eolo, il padre dei numi e signori degli uomini ha dato
a te di calmar l’onde o d’alzarle col vento.
La gente che odio naviga il mare Tirreno,
Ilio portando in Italia e i vinti penati.
Spira violenza ai venti, sconvolgi le navi, sommergile,
o disperdili, inseguili, dissemina i corpi pel mare.
Sette e sette bellissime ninfe ho al mio seguito:
fra queste io Deiopea, che è la più bella,
con sacre nozze unirò a te, dirò tua, sicchè viva
tutta la vita con te, per tanto tuo merito,
e ti faccia esser padre di bellissimi figli".
Ed Eolo a lei:"Tua cura, regina, sapere
quello che vuoi: per me, sacra legge obbedirti.(...)

"Eneide, libro I, vv. 65-75

 

Così è Giunone, l’unica fra le divinità di Virgilio che conservi una traccia dell’antropomorfismo che faceva vivi gli dei di Omero: essa ha un chiaro ideale per cui lotta e che costituisce una seria ragione di opposizione al Fato.

Giunone(autrice l'alunna Sofia Bonvicini)

Il loro volere può spaziare fin dove vogliono, purchè non interferisca con quello degli altri dei; nell’Olimpo virgiliano compare una gradazione di potere: vi sono dei maggiori (Giunone, Venere-dea dell’amore-, Apollo, Nettuno, Vulcano...) e dei minori. Le divinità minori più vivaci e di minor impegno permettono alla fantasia del poeta di rappresentarle senza troppo rispetto verso gli schemi tradizionali. Perciò occupano spesso il centro di quadri poeticamente molto interessanti. Sono Cupido, la Fama, il Sonno, Mercurio ed Iris -divini messaggeri-, e la Furia Aletto.

Ares (autrice l'alunna Sofia Bonvicini) Mercurio (autrice l'alunna Sofia Bonvicini)

Tutti però, che siano maggiori o minori, sono coesistenti al Fato e devono obbedire ai suoi decreti.

Spesso il volere di Giove è superiore a quello degli altri dei, si identifica con i decreti del Fato e ne è forse l’autore o l’esecutore. Nel caso in cui gli dei siano tutti d’accordo e obbedienti al volere di Giove acquistano una potenza collettiva, ma quando i loro intenti sono in contrasto, allora gli effetti dell’azione divina non si può prevedere se saranno benevoli o malevoli.

Tutto è dettato dalla potenza del dio: il più potente come abbiamo già detto, è Giove, spesso però il controllo che egli esercita sugli altri dei non viene applicato, perchè è tollerante e a volte si scinde dal Fato ed entrano allora in scena a prendere le decisioni i suoi attributi personali. Il Giove virgiliano infatti non scaglia fulmini nè tuoni per la minima contrarietà, ma ama le creature innocenti, che la sorte avversa colpisce ciecamente.

Zeus (autrice l'alunna Sofia Bonvicini)

Virgilio deve fare capire che la "provvidenza" divina vive e opera nel mondo, e tale compito è assolto dal Fato, che acqiusta i caratteri della volontà divina e si fonde con il soprannaturale; il Fato è un insieme di leggi inalterabili ed eventi predestinati, che non possono essere cambiati dal volere degli dei o dalla preghiera degli uomini, nonostante ciò la trama del poema è libera.

Virgilio si serve degli dei come di un complicato congegno, una sorta di "deus ex machina" per strutturare la trama e le vicende umane.

Solo una volta il mondo degli dei e quello degli uomini si incontrano e rimangono stupiti di fronte all’incomprensibilità del Fato, al quale è sottoposto anche il mondo divino.

Pesanti le stragi uguagliava e le mutue uccisioni
Marte: alla pari uccidevano e alla pari cadevano
e vincitori e vinti, nè a questi nè a quelli era nota la fuga.
Gli dei nel palazzo di Giove avevan pietà della vana
ira d’entrambi e che tanto toccasse ai mortali patire.(...)

Eneide, libro X, vv. 755 ss.

 

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