(1800 - 1900)

JAMES JOYCE, Eveline
Eveline è una ragazza in conflitto con il mondo, ma ancor prima con se stessa. Joyce non ne descrive il carattere o laspetto fisico, ma la delinea attraverso il racconto delle sue vicende. Eveline è stanca, ormai, di tutto ciò che le è abituale. «...Sentiva nelle narici lodore del cretonne polveroso...», lodore di qualcosa che è ormai vecchio, monotono. Eveline desidera una nuova vita, al fianco delluomo che ama, Frank; «...era buono e forte, Frank, e di cuore generoso...».
"Seduta alla finestra guardava la sera invadere il viale.
Teneva la testa appoggiata contro le tendine e sentiva nelle narici lodore del
cretonne polveroso. Era stanca.
Poca gente per strada. Passò linquilino della casa di fondo che rientrava. Sentì i
passi risuonare sul marciapiede di cemento, poi lo scricchiolio della ghiaia sul sentiero
dinanzi alla fila di costruzioni nuove, color mattone. Un tempo cera un campo
laggiù e loro solevano giocarci ogni sera, insieme agli altri ragazzi del quartiere.
[...]
Molti anni erano passati da allora: adesso lei e i suoi fratelli e sorelle serano
fatti grandi e la mamma era morta. Anche Tizzie Dunn era morto e i Water erano tornati in
Inghilterra. Come tutto cambia! Toccava a lei ora dandarsene come gli altri,
lasciare la casa.
La sua casa![...] Forse non li avrebbe più rivisti quegli oggetti, dai quali mai aveva
immaginato di doversi separare un giorno. [...] Sì, aveva acconsentito ad andarsene, a
lasciare la casa. Ma era ragionevole da parte sua? Si sforzava di prendere in
considerazione ogni lato del problema. Lì almeno non le sarebbero mai mancati cibo e
alloggio; né, quel che più conta, le persone che era avvezza a vedersi intorno sin dalla
nascita. [...] Nella casa nuova, però, in un paese lontano e sconosciuto, non sarebbe
andata così. Sarebbe stata una donna maritata lei, Eveline, e la gente le avrebbe usato
rispetto. Non si sarebbe lasciata trattare come sua madre, no. Ancora adesso, per quanto
avesse già diciannove anni compiuti, le avveniva a volte di temere la violenza paterna.
[...] Cerano poi le eterne discussioni per i soldi, il sabato sera; discussioni che
la sfinivano. Dava lo stipendio intero in famiglia - sette scellini alla settimana - e
Harry mandava quanto poteva; ma il guaio era cavarli al padre, i quattrini. Era una
spendacciona, le diceva, una scervellata e non se la sentiva lui di darle i soldi
guadagnati con tanta fatica per vederli buttare dalla finestra; questo e altro le diceva,
perchè era sempre di cattivo umore il sabato sera. Alla fine però glieli dava e le
chiedeva se non aveva per caso lintenzione di comperare qualcosa per il pranzo della
domenica. [...] Un lavoro duro, sì, una vitaccia; eppure, ora che stava per lasciarla,
già non la trovava più così insopportabile.
Ne avrebbe cominciata unaltra, adesso, con Frank. Era buono e forte Frank, e di
cuore generoso. Sarebbe andata via con lui quella sera, col piroscafo della notte. Sarebbe
andata via per diventare sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires nella casa che
laspettava. [...] Naturalmente il padre era venuto a saperlo e le aveva proibito
davere a che fare con lui.
«...Li conosco, va là, questi marinai!...» aveva detto.
Un giorno avevano litigato, Frank e il padre, e da allora avevano dovuto vedersi di
nascosto. [...] Il tempo passava ma lei rimaneva lì seduta presso la finestra, la testa
appoggiata contro le tendine e lodore polveroso del cretonne nelle narici. Giù dal
viale saliva il suono di un organetto. Lo conosceva quel motivo. Strano che venisse
proprio quella sera a rammentarle la promessa fatta alla madre, la promessa di tenere
insieme la famiglia fintanto che avesse potuto. [...] E mentre stava lì a meditare, la
penosa visione della vita della madre operava nel più profondo del suo essere una specie
di maleficio; una vita di sacrifici meschini conclusasi nella pazzia finale. [...]
Salzò di scatto. Fuggire! Fuggire doveva! Frank lavrebbe salvata. Le avrebbe
dato vita e forse anche amore. E voleva vivere lei! Perchè avrebbe dovuto essere
infelice? Anche lei aveva diritto alla felicità. [...] Era alla stazione di North Wall,
in mezzo alla folla ondeggiante. [...] Se partiva, domani si sarebbe trovata in alto mare,
con Frank, diretta a Buenos Aires. Avevano già fissato i posti. Come poteva tirarsi
indietro dopo tutto quel che aveva fatto per lei? [...] Una campana le rintoccò sul
cuore. Sentì chegli lafferrava per mano. [...] Tutti i mari del mondo le
sinfrangevano sul cuore. E lui la trascinava dentro, la voleva annegare. Con ambo le
mani saggrappò alla cancellata. [...] No! No! No! Era impossibile. Le mani
strinsero freneticamente le sbarre. [...] Lo vide correre al di là dei cancelli,
chiamandola perchè lo seguisse. [...] Volse allora gli occhi verso di lui la faccia
pallida, passiva, come un povero animale impotente, e i suoi occhi non gli diedero alcun
segno damore o di addio o di riconoscimento".
Eveline ricorda il giorno della morte della madre: lo ricorda non attraverso associazioni logiche, ma mediante sollecitazioni esterne, come il suono dellorganetto, che Eveline sente allesterno della casa la sera della sua partenza. «Si rivide nella stanza buia, chiusa, in fondo al corridoio: da fuori giungeva il melanconico suono dellorganetto...», la sera della morte di sua madre, e da questo le tornano in mente le liti tra i suoi genitori, il modo in cui suo padre trattava sua madre, modo in cui lei non permetterà a nessuno di trattarla («...non si sarebbe lasciata trattare come sua madre...»).
Il personaggio di Eveline è complesso, multiforme, e non si può certo semplificare la complessa mentalità della ragazza. E influenzata dal mondo esterno a tal punto che non riesce ad ascoltare se stessa, si preoccupa degli altri ma non di lei, se non quando è sfinita da una vita che non è mai stata felice per lei.
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JAMES JOYCE
Nacque nel 1882 a Dublino, in Irlanda, da una famiglia borghese. Studiò nei migliori collegi cattolici e assorbì un'educazione fortemente impregnata di moralità religiosa cui, negli anni successivi, si ribellò. Dopo essersi laureato in lettere, nel 1904, lasciò l'Irlanda, di cui non sopportava il provincialismo culturale, e si trasferì in volontario "esilio" nel continente, dove sarebbe rimasto quasi sempre e dove avviò fin dall'inizio proficui contatti intellettuali con i principali esponenti della cultura europea. Fu così a Zurigo, dove tentò invano di ottenere un posto di insegnante, poi a Pola e a Trieste. Qui visse dal 1905 al 1915, dando lezioni di inglese e stringendo amicizia con lo scrittore Italo Svevo. Allo scoppio della guerra si trasferì a Zurigo, dove conobbe Ezra Pound e, alla fine del conflitto, si stabilì a Parigi, dove frequentò Eluard, Aragon, Eliot, Hemingway e Beckett. Nel 1922, la pubblicazione del suo capolavoro, Ulisse, gli conferì grande notorietà, ma suscitò anche vaste polemiche.
Negli ultimi anni si dedicò alla stesura e alla faticosa revisione del romanzo La veglia di Finnegan. Sofferente di gravi disturbi alla vista, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si stabilì a Zurigo, dove morì nel 1941. Tra le sue opere ricordiamo, oltre ai suddetti romanzi, la raccolta di racconti Gente di Dublino (The Dubliners, 1914), il romanzo Dedalus (1916) e le raccolte di liriche Musica da camera (1907) e Poesie da un soldo (1927).
Personalità singolare e complessa, anche per i rapporti che lo legarono alle diverse culture europee, Joyce ha rivoluzionato radicalmente le tecniche e i modi della narrativa occidentale. La sua opera più nota e più importante, il romanzo Ulisse, è uno dei libri fondamentali della letteratura contemporanea. In esso, Joyce rappresenta la realtà esasperando l'analisi introspettiva dell'io e registrando, in un ordine stilistico volutamente incomprensibile il libero "flusso" dei ricordi, delle emozioni e dei sentimenti, sulla base di una tecnica estremamente suggestiva, anche se non sempre apprezzabile in termini chiari, in cui è possibile individuare l'influenza di disparate correnti culturali, dal Naturalismo alla psicanalisi, allo sperimentalismo più acceso e antiaccademico.
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