SCOLARIZZAZIONE, OBBLIGO SCOLASTICO E UNITA’ DEL SISTEMA SCOLASTICO.

Pino Patroncini

 

L’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni è all’ordine del giorno in tutta l’Europa. Anche in Italia, sebbene il nostro governo cerchi di aggirare l’ostacolo con formule levantine come il diritto-dovere, declinato all’occorrenza: in obbligo quando c’è da far vedere che si sta al passo con l’Europa, in labile possibilità quando c’è da intervenire concretamente.

Comunque: è un caso che tutti i governi si stiano ponendo lo stesso problema?

Evidentemente no: tutti governi europei si stanno ponendo un problema che è in stretta relazione con la futuro culturale, ma anche economico, del proprio paese. Anzi, del proprio continente. Se così si può dire, tutti, con più o meno consapevolezza, si stanno ponendo il problema di quale nuovo zoccolo culturale occorre che tutti i cittadini possiedano all’alba di questo nuovo millennio che dovrebbe segnare l’ingresso nella società della conoscenza.

 

Scolarizzazione e obbligo scolastico

Ma se le cose stanno così è evidente che l’Italia, oltre a quello dei levantinismi governativi, ha un altro handicap. Mentre gli altri paesi si pongono il problema di innalzare l’obbligo dai 16 ai 18 anni, noi abbiamo all’ordine del giorno quello di passare dai 14 ai 18.

E  non è un problema di numeri, è un problema di fasi storiche. I tempi dell’innalzamento dell’obbligo a 16 anni erano altri tempi. Erano gli anni sessanta o settanta. Quasi tutte le nazioni che hanno fatto questa scelta l’hanno fatta in quegli anni. Erano anni in cui le classi dirigenti erano ancora protese verso l’integrazione sociale e la scuola ne era uno strumento fondamentale.

E’ evidente che se si innalza l’obbligo lo si fa per innalzare la scolarizzazione complessiva. Si può dire ciò che si vuole, magari anche passare per duri statalisti di fronte a un governo che spaccia per rispetto del diritto la descolarizzazione progressiva a cui sta condannando il paese, ma è sull’avanzamento dell’obbligo scolastico che i processi di scolarizzazione sono avanzati. E non solo in termini numerici. Per fare un esempio: è il mancato adeguamento del passo scolastico nei tempi dovuti che ricade su aspetti come la dispersione scolastica. Non viceversa come spesso ci si vuol far credere. Basta vedere i paesi vicini a noi. In Francia, dove l’obbligo a 16 anni risale al 1967, c’è nella secondaria una selezione più alta dell’Italia ma una dispersione minore: perché è diverso il senso della scuola. In Inghilterra la dispersione si registra solo dopo i 16 anni di obbligo, nella forma della frequenza scolastica a tempo parziale ( corsi limitati ad alcune discipline) e arriva fino al 62%.  Non si vuol negare che esistano su questi aspetti del problema anche questioni di organizzazione didattica, di metodologia, di cultura della formazione, ma sono false le idee che vogliono combattere la dispersione scolastica con misure organizzative come la separazione più o meno precoce dei percorsi.

Il primo elemento che frena la dispersione è l’obbligo scolastico, l’abitudine ad andare a scuola, quella che fa del diritto non una affermazione di principio ma una consuetudine nella cultura di un intero popolo. In altre parole sappiamo che l‘espansione quantitativa in sé non risolve tutti i problemi, anzi ne pone di nuovi, ma allo stesso modo fermando o deviando questa espansione si ottiene solo il risultato di fermare la scolarizzazione.

 

Scolarizzazione e unitarietà: il caso della scuola media italiana

Il fatto è che negli anni sessanta e settanta tutto lasciava credere a un’evoluzione a tappe di un modello inclusivo e integrazionista. Ancora negli anni ottanta si poteva pensare così. Poi tutto è cambiato. Neoliberismo e pensiero unico hanno imposto un’altra musica. Hanno prodotto un revival di modelli scolastici organizzati per ordini e non più per gradi. Da noi oggi si vorrebbero addirittura imporre sistemi separati: uno per la preparazione preuniversitaria e uno per quella professionale.

Ma l’avanzamento per gradi scolastici, non quello per ordini, è l’aspetto su cui si è incentrata tutta la crescita della scolarizzazione.

Si può dire piuttosto che ovunque non è esistito innalzamento di obbligo e scolarità senza che questo fosse accompagnato prima o dopo o contemporaneamente da processi di unificazione. E’ stato così in quasi tutta l’Europa. E dove non è stato così è stata l’utenza che ha fatto le sue scelte: in Germania dove negli anni cinquanta il 75% frequentava il percorso professionale, oggi questo è ridotto al 25%, mentre la maggioranza dell’utenza sceglie Realschule o Gesamtschule (scuole tecniche o comprensive).

Il caso italiano è evidentissimo: nominalmente l’obbligo fino a 14 anni di età esisteva dalla riforma Gentile del 1924, l’Italia aveva aderito al protocollo del 1919 che lo prevedeva, era scritto persino nella Costituzione del 1948 (“almeno otto anni”!) ma nella realtà esso è rimasto lettera morta fino all’unificazione della scuola media del 1962.

In quell’anno 1962, mentre mezza Italia polemizzava sull’abolizione dell’avviamento, su latino sì e latino no, su educazione tecnica e quant’altro, i quattordicenni che arrivavano a terminare gli studi secondari inferiori erano appena il 35,62%  (persino la scuola elementare non copriva il 100%: era all’80,57%). L’abolizione dell’esame di ammissione alla scuola media permise che tre anni dopo (o anche quattro o cinque: allora la selezione era piuttosto alta) arrivassero alla licenza media circa il 50% dei ragazzi italiani (49,92% dei nati nel 1950, i primi che “evitarono” l’esame di ammissione).

La classe dei nati nel 1952, la prima che usufruì della nuova legge della “scuola media unica”, come veniva chiamata allora, portò il dato al 61,82%. Quasi un raddoppio rispetto a pochi anni prima, ma ancora si disperdeva quasi il 40%. E si trattava della media inferiore.

All’incirca dieci anni dopo la classe del 1962, la prima che aveva raggiunto il 100% di scolarizzazione fino al conseguimento della licenza elementare, sfiorava l’88%. Ancora un 12% di dispersione ed eravamo già nel 1976 ed oltre: c’era già stato il Sessantotto, la lezione di don Milani, i decreti delegati, lo studio sussidiario, le Lac (chi se le ricorda?) .

Dopo quella data vanno in vigore i nuovi programmi della scuola media, si iniziano le esperienze di scuola integrata, nasce il tempo prolungato. Le prime classi che sfiorano e raggiungono il 100% di scolarizzazione media inferiore fino al conseguimento della licenza media sono quelle dei nati nel 1975 (97,53%) e del 1976 (100,09%)   e grosso modo siamo alle soglie degli anni Novanta.

 

La scolarizzazione nella secondaria superiore

Negli stessi anni, alla metà degli anni settanta, coloro che raggiungono il diploma nella secondaria superiore superano di poco il 50%, comprendendovi anche i diplomati dell’istituto magistrale che si diplomano a 18 anni, un anno prima degli altri. Un altro 11% raggiunge una qualifica professionale triennale. Prima dell’unificazione della scuola media questi tre dati messi insieme non raggiungevano il 35% e prima dell’abolizione dell’esame di ammissione neppure il 30% (28,46% dei nati nel 1949, di cui appena il 22% con un diploma di maturità).

In altre parole in poco tempo una maggior continuità elementare-media (abolizione dell’esame di ammissione), una maggior unitarietà degli studi e l’innalzamento reale dell’obbligo scolastico hanno prodotto un trascinamento sulla secondaria superiore ed hanno posto all’ordine del giorno quella tappa dell’obbligo ad almeno  16 anni che ancora, di fatto, non si è raggiunta.

Date queste premesse non c’è da meravigliarsi se l’Italia è ancora oggi agli ultimi posti nell’Unione Europea e nel contesto delle nazioni sviluppate a livello mondiale con appena il 42% della popolazione adulta (25-64 anni) che ha conseguito un diploma di scuola secondaria superiore.

Un dato che ci pone in una condizione di minorità rispetto a paesi che hanno una percentuale di diplomati pari all’81% (Germania) e al 62% (Francia e Gran Bretagna) e a una media europea del 59%. Si tratta di uno scarto che l’Italia non recupera neppure nella popolazione più giovane (25-34 anni), sebbene qui il numero dei diplomati si attesti intorno al 55%, dal momento che ha la stessa crescita di diplomati degli altri paesi europei che pure partivano da tassi assai più vicini alla saturazione.

Nondimeno la popolazione scolastica nella secondaria superiore rispetto alla fascia di età corrispondente (14-18 anni) è cresciuta dal 70,3% del 1991-92 all’84,1% del 1999-2000: in 10 anni un 14% in più che, seppur “aiutato” dal “piccolo” innalzamento dell’obbligo scolastico a 15 anni voluto da Berlinguer ( e dismesso dalla Moratti),  suona da solo come un auto-innalzamento operato dalle famiglie.

Gli ultimi dati Censis sono persino più radicali: il numero di iscritti in rapporto alle diverse leve che comporrebbero la scuola secondaria superiore sarebbe arrivato ultimamente al 94%, comprensivo anche di anticipi e ripetenze.

 

 

2000-2001

2001-2002

2002-2003

2003-2004

Infanzia

97,9

102,2

103,1

103,7

Primaria

100,6

101,9

102,4

102,8

Secondaria di I grado

103,9

105,5

105,1

105,5

Secondaria di II grado

86,0

89,8

91,5

94,0

Fonte Censis su dati Miur. Tassi di scolarità 2000-2004

 

 

E’ vero che circa un 20% di questo fenomeno si disperde prima di aver raggiunto il diploma (e non giovano a questa contabilità i corsi brevi come le qualifiche che liquidano l’alunno a 17 anni e alla cui moltiplicazione si vorrebbe ricorrere per risolvere, ma sarebbe meglio dire mascherare, la dispersione),  tuttavia, senza innalzamento dell’obbligo a 16 anni e tanto meno a 18, abbiamo oggi nella secondaria superiore il doppio dei ragazzi che uscivano dalla scuola media alla vigilia della sua trasformazione in media unica e la stessa percentuale di quelli che ne uscivano dopo sette anni di riforma.

C’è bisogno di perdere altro tempo?  

 

( I dati sono tratti da 38° Rapporto Censis 2004 ed F.Angeli 2004; Scuola italiana, scuola europea. Quaderno n.1 della Fondazione Treelle maggio 2002; L’istruzione in Italia: solo un pezzo di carta? A cura di N.Rossi ed. il Mulino 1997)