Roma , 17/03/2008

Indagine conoscitiva sulle problematiche connesse alla riforma del secondo ciclo del sistema educativo nazionale di istruzione e di quello di istruzione e formazione professionale. (II parte)


di www.camera.it

 

VII Commissione Cultura della Camera - 13 marzo 2008

Indagine conoscitiva sulle problematiche connesse alla riforma del secondo ciclo del sistema educativo nazionale di istruzione e di quello di istruzione e formazione professionale.

DOCUMENTO CONCLUSIVO APPROVATO DALLA COMMISSIONE

I parte

II parte

4.5 La posizione dei rappresentanti di enti, istituti professionali e fondazioni.

Sono stati quindi auditi i rappresentanti di alcuni enti ed istituti professionali, i quali hanno sottoposto all'attenzione della Commissione alcune questioni di particolare rilevanza.

I rappresentanti di Forma, associazione che raggruppa enti di carattere confessionale e sindacale, hanno ricordato in particolare come in Italia esista un equilibrio non corretto tra la formazione generale, di tipo liceale o tecnico-liceale, e la formazione professionale in senso proprio; mentre, infatti, secondo un'indagine conoscitiva svolta dall'OCSE nel 1998 tale rapporto dovrebbe assestarsi intorno al 50 per cento, in Italia lo stesso si attesterebbe intorno al 25 per cento. È stato d'altro canto evidenziato come le riforme approvate nel corso degli anni hanno avuto l'obiettivo di rafforzare la formazione iniziale di base per poi rendere più flessibile ed articolata la formazione successiva, quella di tipo tecnico-professionale; una formazione di base solida rende poi più facile la formazione ulteriore, continua e permanente.

Sono stati, quindi, auditi, i rappresentanti della Fondazione Aldini Valeriani, specializzata nella formazione tecnica nel comparto industriale, i quali hanno sottolineato l'importanza di una collaborazione tra la scuola e la formazione professionale e la necessità di rendere maggiormente stabili i finanziamenti nel settore, ancora legati all'emanazione di bandi specifici, e, quindi, con carattere di instabilità. I rappresentanti del Centro italiano opere femminili salesiane (CIOFS/FP) hanno sottolineato invece l'importanza della formazione iniziale e la necessità di rafforzare la lotta alla dispersione scolastica, anche attraverso l'istituzione dell'anagrafe formativa, prevista dalla legge n. 144 del 1999, ma mai attuata in concreto. Analoghe considerazioni sono state quindi espresse dai rappresentanti del CNOS-FAP, Formazione e aggiornamento professionale, i quali hanno messo in risalto peraltro che i destinatari della formazione professionale rappresentano un numero irrisorio rispetto ai ragazzi che frequentano il sistema scolastico, mentre le regioni hanno previsto politiche differenziate in materia, rendendo difficile ricondurre ad unità tale settore. Hanno, inoltre, sottolineato come occorre avviare una nuova stagione di accreditamento delle strutture, di riqualificazione del personale insegnante e di definizione del quadro finanziario di sostegno. Il rappresentante dell'Ente nazionale Giuseppini del Murialdo (ENGIM) ha ricordato quindi come, da quando la formazione professionale è stata affidata alle regioni, le stesse, insieme agli istituti di formazione, hanno condotto numerose sfide: dapprima quella dell'innovazione, attraverso la dotazione di strutture e laboratori d'avanguardia, poi quelle della formazione nel lavoro, il legame con il territorio, lo stage, i corsi serali a qualifica, nonché la formazione continua e l'apprendistato.

La Commissione ha svolto quindi l'audizione di rappresentanti di alcune fondazioni private del settore. In particolare, sono stati convocati i rappresentanti dell'Accademia del mare, i quali hanno fornito una ricostruzione dell'esperienza formativa svolta. Sono stati, poi, auditi i rappresentanti della Fondazione IARD (Individuazione Assistenza Ragazzi Dotati), che hanno resi noti i dati della ricerca condotta nel 2005 dal titolo «Progettualità ed orientamento alle scelte». I risultati di tale ricerca hanno in particolare evidenziato che la scuola è percepita dai ragazzi coma spazio di crescita personale e di socializzazione; gli studenti non manifestano la necessità di essere guidati ed orientati nelle scelte; la motivazione allo studio non è un elemento intrinseco alla persona ma deriva prevalentemente dalle influenze della famiglia e della società; i dati registrano una scarsa conoscenza delle riforme scolastiche poste in essere; gli studenti ritengono che il momento più giusto per effettuare una scelta in ordine all'indirizzo scolastico prescelto sia 14 anni. È peraltro emerso nel corso dello studio condotto dalla Fondazione che la scuola, dal primo ciclo all'università, riesce a fornire competenze di base, ma non competenze per il mercato del lavoro.

Sono stati quindi auditi i rappresentanti della Fondazione per la sussidarietà che hanno fornito alcuni dati interessanti su un'indagine svolta in merito alle capacità dell'educazione e dell'istruzione di essere strumenti di riconoscimento e valorizzazione del singolo, delle formazioni sociali e delle piccole e medie imprese.

4.6. Il ruolo e l'orientamento delle associazioni professionali e dei sindacati.

Nel corso dell'audizione di rappresentanti delle associazioni professionali e dei sindacati della scuola e degli enti di formazione è emerso quindi un quadro estremamente differenziato in ordine alle politiche da attivare nel campo dell'istruzione e della formazione professionale.

In questo senso, i rappresentanti dell'Associazione docenti italiani hanno sottolineato come occorra attuare il Titolo V della Costituzione, decentrando le competenze in materia ed evitando una distinzione tra i due settori, sconosciuta nel resto dell'Europa. Hanno rilevato, inoltre, come sussista una enorme sottovalutazione dell'apprendistato ed un'incapacità di realizzare una riforma dell'istruzione tecnica superiore. I rappresentanti dell'Associazione maestri cattolici hanno sottolineato quindi come l'istruzione e la formazione professionale siano state da sempre considerate in Italia scelte di «serie B», occorrendo altresì fare chiarezza sul processo di attuazione del titolo V della Costituzione. Gli intervenuti in rappresentanza dell'Associazione nazionale presidi e direttori didattici hanno quindi sottolineato come gli eccessivi cambiamenti legislativi posti in essere negli ultimi anni abbiano determinato una situazione di stallo nel settore. Si sono quindi dichiarati convinti dell'opportunità di prevedere un sistema maggiormente flessibile, introducendo una riduzione del carico orario obbligatorio ed un ampliamento delle scelte individuali in ordine ai curricula. Per quanto riguarda l'inquadramento del personale scolastico, è stato invece distinto l'aspetto economico riguardante la retribuzione da quello professionale, ritenendo preferibile che questo ultimo rimanga di competenza statale.

I rappresentanti dell'Associazione professionale europea per la formazione, pur condividendo la necessità di definire la dipendenza funzionale del personale scolastico, hanno affermato che la creazione di un unico sistema di IFP nel quale scuole e centri IFP concorrono ad offrire percorsi di pari dignità, rappresenti una risposta innovativa, purché sia garantita la possibilità di osmosi da un sistema all'altro. Altri rappresentanti del Centro iniziativa democratica degli insegnanti hanno rilevato, invece, come dai primi dati emersi risulti che i corsi triennali hanno avuto scarso successo, raccogliendo prevalentemente figli di immigrati e, comunque, ragazzi espulsi dal sistema scolastico. Si è ritenuto necessario, in questo senso, agire in termini di lotta alla dispersione, rivedendo i curricula e sviluppando la progettualità e l'attività di laboratorio nelle scuole.

I rappresentanti dei dirigenti delle scuole autonome e libere hanno sottolineato invece l'importanza di politiche che garantiscano agli studenti e alle famiglie libertà di scelta della scuola e libertà in ordine all'individuazione dei percorsi formativi; in tal senso hanno manifestato la loro contrarietà agli indirizzi politici attuati nel corso dell'attuale legislatura. A nome poi del Movimento cooperazione educativa gli intervenuti all'audizione hanno ribadito la propria preferenza per una scuola inclusiva e di qualità, pur ritenendo necessario adottare una legge quadro nazionale che dia poi modo alle autonomie locali di muoversi all'interno di una cornice comprensibile e chiara.

I rappresentanti dell'Unione cattolica italiana degli insegnanti, dirigenti e formatori hanno posto invece in risalto l'importanza che il sistema dell'istruzione e della formazione professionale rimangano distinti e che si definisca un quadro normativo certo ed omogeneo in merito alle qualifiche rilasciate dagli istituti professionali, attualmente disciplinato in maniera eterogenea dalle singole regioni. I rappresentanti della FLC-CGIL, dopo aver sottolineato come l'Italia sia ancora molto lontana dal raggiungimento degli obiettivi fissati in ambito comunitario, hanno sottolineato poi come l'assolvimento dell'obbligo di istruzione debba essere effettuato all'interno del sistema scolastico. La dispersione registrata nei percorsi triennali è simile a quella della scuola, con un problema legato al finanziamento dei corsi, connesso a fondi comunitari instabili nella loro determinazione perché determinati di volta in volta. Il rappresentante della CISL scuola ha sottolineato invece come la criticità non risieda nei percorsi triennali in sé, ma nei livelli essenziali delle prestazioni, che devono essere identici per tutti i percorsi e le agenzie di formazione. Pertanto, il ripristino degli istituti tecnici è visto con favore, insieme con l'implementazione dei poli professionali sul territorio.

È stato quindi ricordato dal rappresentante della UIL scuola come occorra ricondurre ad unità una serie di strumenti già esistenti ma allo stato attuati in maniera disorganica e non omogenea. Si è inteso così fare riferimento allo sviluppo del modello dell'autonomia scolastica, alla definizione dei poli come strumento di integrazione tra istruzione e formazione professionale, all'apprendistato, ai percorsi triennali, all'istruzione tecnica superiore nonché all'istruzione e formazione degli adulti. La formazione professionale dovrebbe rimanere così di competenza della scuola, nella quale dovrebbero, comunque, essere sviluppate attività di formazione professionale, con stage e strumenti di alternanza scuola-lavoro. A tal fine, si è ritenuto molto importante lo sviluppo dell'alta formazione tecnica superiore e la definizione delle competenze in ordine al personale scolastico. Il rappresentante della CONFSAL (SNALS) ha evidenziato invece l'importanza di una scuola di qualità e la necessità di ricondurre ad unità i diversi sistemi regionali. Il rappresentante di GILDA UNAMS ha espresso quindi alcuni rilievi critici in ordine ai nuovi parametri europei in base ai quali si ritiene di poter costruire il nuovo sapere del futuro; in tal senso è stato rilevato come non debba essere del tutto abbandonata un'impostazione che educhi all'idea del pensiero critico. L'istruzioneprofessionale deve rimanere in capo alla scuola; inoltre, mentre è condivisa l'idea del riconoscimento dei titoli professionalizzanti, più difficile risulta accettare l'uniformità di valutazione dei contenuti culturali.

Infine, il rappresentante della CISAL ha posto in risalto come occorra rivedere il sistema sugli accreditamenti formativi.

5. Conclusioni

Dal complesso lavoro svolto dalla Commissione è possibile quindi trarre alcune considerazioni conclusive.

È necessario ricordare innanzitutto che il modello gentiliano, al quale la scuola italiana è ancora in buona parte informata, distingueva il «sapere» dal «fare».

Scuole del «sapere» erano i ginnasi-licei, scuole del «fare» erano i vecchi avviamenti professionali e, in misura minore, gli istituti tecnici e professionali. La separazione tra «sapere» e «fare» muoveva in larga parte dalla presa d'atto di una divisione in classi della società italiana che, inevitabilmente, si ripercuoteva anche sulla cultura generale degli alunni e degli studenti. Per il modello gentiliano, protrattosi anche successivamente alla nascita della Repubblica italiana, non era realistica né utile una scuola che modificasse lo status quo in senso inclusivo. È avvenuto così che, di fatto, si è creata una gerarchia tra i percorsi superiori: formare una classe dirigente - nei licei e poi nell'università -, una classe di tecnici - negli istituti tecnici-professionali - ed una classe di operai, partendo dall'idea dell'incomunicabilità tra tali classi. Tale divisione netta, con il tempo, si è andata allentando con una serie di riforme che hanno avvicinato i due ambiti. In primo luogo la scuola media unificata, obbligatoria per tutti, e in secondo luogo l'accesso all'istruzione universitaria per tutti i diplomati, compresi quelli degli istituti tecnici.

Queste riforme solo in parte hanno funzionato, riducendo, almeno negli anni dell'obbligo scolastico, la differenza di opportunità legate alla classe sociale di provenienza. Anche nel prosieguo del percorso di istruzione, l'apertura dell'Università ai diplomati degli istituti tecnici ha parzialmente agevolato la mobilità sociale fino ad allora esistente. Il valore di queste riforme è ancora oggi intatto. E, tuttavia, nel corso degli anni esse hanno mostrato la corda di fronte alle impetuose trasformazioni dell'economia e delle tecnologie che comunemente vanno sotto il nome di globalizzazione.

Il Consiglio europeo infatti, riunitosi a Lisbona nel marzo 2000, ha conferito all'Unione europea un nuovo ambizioso obiettivo: diventare entro il 2010 «l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo».

Differentemente dalla profezia della fine del lavoro, difatti, la facilità di comunicare immaterialmente ha prodotto la necessità di fare altrettanto materialmente. Di qui la crescita esponenziale dei trasporti. Parimenti, la necessità di sopperire a bisogni sempre più variegati e complessi dell'Occidente, ha generato non solo la delocalizzazione delle produzioni per inseguire costi del lavoro più bassi, ma anche un generalizzato ritorno del lavoro operaio (che sarebbe forse più corretto oggi definire genericamente lavoro manuale) che, nei paesi industrializzati, è in alcuni settori tornato a crescere anche grazie alla presenza di manodopera proveniente dall'Africa, dall'Europa dell'Est, dall'America latina e dall'Estremo Oriente. Già all'inizio degli anni Novanta era iniziato questo percorso di «crescita basata sulla conoscenza» nonché di «economia della conoscenza» nel senso di considerare il lavoro sempre meno come materiale, cioè fisico, e più invece come lavoro mentale; con riferimento non solo ai lavori intellettuali, ma a tutte le attività lavorative ivi incluso il lavoro cosiddetto operaio.

Si assiste nuovamente, allo stato attuale, al problema di dover separare, o meno - o eventualmente quanto -, il lavoro intellettuale da quello manuale, soprattutto in un Paese, come l'Italia, che nel contesto europeo non occupa posizioni di vertice, fatte salve alcune eccellenze. A questi processi si accompagnano i non
risolti problemi sociali, in particolare nel Mezzogiorno, ma anche in larghe zone del Nord Italia dopo la fine del «piccolo boom» degli anni Novanta. In queste parti del Paese la condizione generale di difficoltà si riverbera anche nell'istruzione scolastica. Basti pensare ai risultati dell'indice PISA che rilevano preoccupanti carenze nel Sud Italia rispetto alle conoscenze acquisite degli studenti. Non certo perché la scuola nel Mezzogiorno sia di qualità nettamente inferiore a quella nel Nord, ma piuttosto perché il contesto culturale e sociale rende più problematico acquisire conoscenze fuori dalla scuola. Fino a poco tempo fa si parlava delle «biblioteche familiari», così poco presenti nelle aree svantaggiate del Paese. Oggi a questo si aggiunge l'assenza o la carenza di connettività alle reti telematiche, fonte di conoscenza spesso liberamente disponibile, preclusa ad una parte dei bambini e dei ragazzi italiani dall'inefficacia del mercato nel sopperire a quello che è ormai un bisogno fondamentale per un paese moderno.

È necessario peraltro superare la logica per cui il percorso di formazione e istruzione professionale debba formare una volta e per sempre i futuri lavoratori.

È fondamentale piuttosto realizzare un effettivo percorso di apprendimento per tutto l'arco della vita, come d'altra parte più volte affermato in sede europea, dove con la Vocational Education and Training - VET si spingono le legislazioni nazionali degli Stati membri a preparare i cittadini dell'Unione con processi di qualificazione tecnico-scientifica elevata, nel rispetto del «quadro europeo delle qualifiche per l'apprendimento permanente» (EQF).

È quindi reale e non può essere disconosciuta la questione di calare i principi dell'istruzione per tutte e per tutti nei differenti contesti. L'abbandono scolastico è stato e continua ad essere la cartina tornasole per indagare sul grado di inclusione sociale e culturale. E ad esso si affianca, come detto, anche il livello di conoscenze acquisite da parte di chi invece è inserito nei percorsi di istruzione.

L'innalzamento dell'obbligo di istruzione almeno a sedici anni, in una prospettiva di diritto-dovere fino all'età di diciotto, è una possibile, seppur non esaustiva, risposta al problema. Esso difatti è divenuto una necessità sia sul piano della coesione socioculturale del paese, sia sul piano strettamente economico, poiché non si risponde in modo adeguato alle sfide della nuova economia se non si possiedono le conoscenze e gli strumenti ad esse collegati. Portare tutti al diploma o alla qualifica professionale è, sia pure con gradualità, una vera e propria priorità irrinunciabile. Ma da qui discende immediatamente il problema di come l'innalzamento dell'obbligo può essere realizzato, in particolare per chi invece ha difficoltà già nell'obbligo attuale. È un problema complesso che non si presta a una soluzione immediata. Da un lato, infatti, appare astratta l'idea di «diplomare tutti per decreto» senza tenere conto dell'oggettiva situazione individuale o del contesto sociale e culturale di provenienza. D'altra parte però, la scuola italiana non può e non deve tornare semplicemente a «prendere atto» delle differenze, ma porsi l'obiettivo costituzionale di rimuoverle, nello specifico attraverso l'istruzione ed una nuova istruzione e formazione professionale.

Le ipotesi che sono emerse nel corso dell'indagine sono sostanzialmente due. La prima è quella rappresentata dalla riforma cosiddetta Moratti, a cui si ispirano talune applicazioni regionali, come in parte quella della Regione Lombardia. In questa, l'obbligo di istruzione può essere adempiuto anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, che garantiscono l'acquisizione dei saperi considerati irrinunciabili in quanto corrispondenti a livelli essenziali di competenza. Questa innovazione, chiamata da alcuni «doppio canale» è un modo per rispondere al problema, integrando maggiormente il sistema di istruzione con le vocazioni del territorio e del relativo mondo produttivo. A questo si accompagna l'alternanza tra scuola e lavoro per gli studenti che hanno compiuto 15 anni e che hanno, così, l'occasione di alternare, appunto, periodi di studio nel canale di istruzione a periodi di lavoro in azienda, poi valutati a fini dell'acquisizione di crediti da computare per il raggiungimento del diploma conclusivo. L'intento è quello di creare percorsi personalizzati, in cui, preso atto della vocazione e delle attitudini del singolo studente, si valorizzano le esperienze del «saper fare» a diretto contatto con l'ambito produttivo. Nella riforma Moratti tale soluzione ha previsto anche l'innalzamento degli istituti tecnici al grado di licei mentre la sua abrogazione è stata accompagnata dall'accorpamento di tali istituti in poli comprendenti anche gli istituti professionali e la formazione professionale.

La seconda ipotesi, invece, è quella di una radicale trasformazione della scuola stessa che bandisca la separazione tra il «sapere» e il «fare» così da rimuovere, in radice, il problema stesso: ovvero il dover scegliere se percorrere l'istruzione «classica» oppure la formazione o l'alternanza scuola-lavoro. Per illustrare questa strada è utile pensare all'attuale insegnamento di alcune materie ricadenti nell'ambito umanistico, come la musica e l'arte. Nella maggioranza dei casi c'è un'evidente e paradossale dicotomia tra l'insegnamento teorico e quello pratico.

A conoscenze richieste piuttosto elevate sul piano teorico si contrappone invece la banalizzazione dell'apprendimento della pratica artistica o musicale. Eppure, mai come nella musica e nell'arte la pratica è parte della teoria.

Tale dicotomia è identica anche per le materie scientifiche. La fisica, scienza sperimentale per eccellenza, viene in molti casi insegnata senza laboratori, così da apparire per ciò che non è. Né la scuola valorizza lo stretto legame tra essa e la matematica, proponendo invece programmi il più delle volte sfasati tra le due discipline, immemore del fatto che alcune grandi acquisizioni della matematica (si pensi al calcolo infinitesimale) furono introdotte per risolvere quesiti della fisica, oppure al contrario teorie matematiche (ad esempio le geometrie non euclidee) si sono rivelate indispensabili a descrivere le scoperte della fisica (come la relatività generale). Questa dicotomia si è accentuata all'interno della scuola negli ultimi anni, a causa della riduzione dei fondi per l'istruzione, che hanno provocato la progressiva scomparsa di laboratori di fisica, di aule di disegno, di strumenti musicali e in generale delle attività applicative del sapere.

Questa seconda ipotesi si può definire una prospettiva di trasformazione in risposta al problema della dicotomia tra il sapere e il fare. Per essa l'obbligo di istruzione è essenzialmente obbligo scolastico, ma assolto in una scuola capace già al suo interno di valorizzare anche il «fare» oltre al sapere, in sintonia con alcune considerazioni di carattere teorico sull'apprendimento e la didattica. Per essa quindi non ha più senso parlare di scuola «teorica» e formazione «pratica», invece ha significato assumere il meglio degli strumenti didattici legati all'apprendimento di quelle che si potrebbero definire «conoscenze sperimentali» e «nozioni materiali». L'obiettivo di fondo è suscitare l'interesse dello studente - poco importa se in un liceo o in un istituto tecnico o professionale - alla conoscenza attraverso la dimostrazione della sua «realtà» e non solo con l'apprendimento teorico.

L'innalzamento dell'obbligo, quindi, non è visto come un problema da risolvere ma come un'occasione da cogliere per cambiare tutta la scuola. Nulla vieta, tuttavia, di accompagnare a questo anche la possibilità, in particolari situazioni, di usare i canali non di istruzione come esperienze in un contesto di apprendimento, sia per gli studenti con maggiore profitto che al fine di recuperare allo studio anche coloro che sono più lontani dai percorsi di istruzione. In tale ottica però queste ipotesi divengono parte di un più complessivo sistema di educazione permanente e, soprattutto, non sono sostitutive dell'obbligo (stavolta pienamente scolastico), ma di supporto.

È da considerare tuttavia che ci si muove in un contesto costituzionale, dopo la riforma del titolo V approvata nel 2001, assai contradditorio. Da un lato il nuovo articolo 117 richiama come competenze esclusive dello Stato, al fine di applicare l'articolo 9, che detta i principi fondamentali, e gli articoli 33 e 34 della prima parte della Costituzione che trattano i diritti e i doveri dei cittadini in questo ambito, le «norme generali dell'istruzione». Dall'altro lato, nella seconda parte del medesimo articolo 117, si fa riferimento come legislazione concorrente tra Stato e Regioni, all'«istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione dell'istruzione e della formazione professionale». Il legislatore fin qui non ha trovato un punto di equilibrio soddisfacente tra le esigenze diverse, e come detto parzialmente contradditorie, indicate nell'articolo 117.
Anche per ciò che riguarda questo aspetto si aprono due strade divergenti. La prima, muovendo dalla convinzione che le Regioni in base alla disciplina costituzionale vigente avrebbero competenze esclusive in materia di istruzione e formazione professionale, porta alla convinzione che nessun processo di riforma del settore potrà dirsi completo fino a quando gli organi competenti dello Stato e delle regioni non saranno pervenuti alla definizione di una proposta condivisa. A questo proposito è da ricordare che la Conferenza delle regioni e delle province autonome ha approvato nel luglio 2006 un documento di attuazione del Titolo V della Costituzione per il settore istruzione, rilevando in particolare che entro il 1o settembre 2009 dovranno essere individuate, a garanzia dell'unitarietà del sistema educativo, le norme generali ed i principi fondamentali di riferimento per la legislazione concorrente in materia di istruzione, nonché i livelli essenziali delle prestazioni per l'istruzione e formazione professionale di competenza esclusiva regionale.

La seconda strada, che alla fine richiede comunque la medesima volontà concertativa tra Stato e Regioni, è quella di definire meglio nell'articolo 117, seconda parte, l'istruzione e la formazione professionale come competenze concorrenti. In questo caso, l'istruzione e la formazione professionale sarebbero riportate anche nell'ambito della competenza dello Stato, così da poter accedere da essa anche all'istruzione accademica per i percorsi quinquennali.

Del resto, le recenti riforme volute dal Ministro della pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, relative agli istituti tecnici e professionali, nonché la creazione dei poli territoriali si muovono già in una direzione di forte collaborazione territoriale, anche con la società e col mondo del lavoro.

In conclusione, la scuola italiana ha bisogno di una radicale riforma del suo modo di operare. L'indagine svolta dalla VII Commissione cultura della Camera dei deputati ha individuato quindi, tra quelle possibili, in particolare due ipotesi volte a risolvere il problema-opportunità dell'innalzamento dell'obbligo di istruzione. È probabile che su questa materia sia necessario un coinvolgimento maggiore del mondo dell'istruzione e della formazione nei processi di riforma. In questi anni difatti è mancato proprio questo e le diverse riforme che si sono succedute hanno mancato di una interlocuzione profonda con la società e un'analisi delle sue mutazioni. Quale che sia la strada da seguire, essa non potrà prescindere dalla convinta adesione di quanti dovranno attuarla.

In ogni caso, per il pieno sviluppo ed integrazione della persona nel tessuto sociale appare necessario che i percorsi scolastici e formativi sappiano misurarsi con i rapidi cambiamenti della tecnologia e con la costante evoluzione del mondo del lavoro in un contesto mondiale che esige cultura dell'innovazione e dell'apprendimento continuo.Si rende necessario cioè un sistema dell'istruzione non subalterno alle leggi dell'economia, ma in grado di migliorare quelle leggi e la società.

Torna d'attualità la lezione di Don Lorenzo Milani. In modo forte, processato per i suoi metodi di insegnamento, arriva a dire ai giudici: «in un certo senso, la scuola è fuori del vostro ordinamento giuridico. Il maestro è in qualche modo fuori del vostro ordinamento e pure al suo servizio». In queste parole c'è un mirabile senso dello Stato unito alla ribellione, un ossimoro assolutamente lineare nella sua logica. Il maestro, l'educatore, l'insegnante devono indicare i valori, quelli richiamati nella nostra Costituzione programmatica. Devono formare chi farà le leggi domani, non limitarsi ad applicare passivamente quelle di oggi.

L'educazione civica - insomma - non è l'educazione alla mera osservanza delle leggi che esistono ma l'indicazione di quelle migliori e future.