16 gennaio 2008
Papa e Sapienza, Fede e Ragione
L’estrapolazione
tendenziosa di frammenti documentali, nel caso di papa Benedetto XVI, è assurta
a strumento principe della campagna di discredito intellettuale che, presso
aree culturali ben precise, Joseph Ratzinger ha suscitato fin dalla sua
elezione al soglio petrino. La sintesi brutale di prolusioni molto articolate,
con relativo spin mediatico, ha messo la vittima designata nella
posizione di dover scegliere tra due alternative parimenti sfavorevoli:
accettare il contraddittorio nei termini definiti dai detrattori del momento –
ponendosi di volta in volta come avvocato della “superstizione religiosa”
(quando a chiamarlo in causa sono i laici) o del primato cristiano cattolico
(laddove sorgono problemi di dialogo interreligioso) – oppure farsi da parte –
prestando il fianco all’accusa (fondata, come dirò nel seguito) di vittimismo.
Prendi il polverone sollevato dalla lectio di Ratisbona. In
quell’occasione la stampa affibbiò al pontefice il poco ecumenico pensiero del
Paleologo – che riassumo sbrigativamente a mia volta: nell’Islam ci fu del
buono e del nuovo, ma il buono non era nuovo e il nuovo non era buono, ovvero:
molti cristiani sono malvagi nonostante il Vangelo e molti musulmani sono buoni
nonostante il Corano – senza fornire ad esso il corredo argomentativo del caso.
Cioè che da un punto di vista razionale si ha gioco facile a mettere con le
spalle al muro un Dio come quello islamico, così arcigno e monista, in base
alla banale constatazione che “al di fuori di chi adora un Dio inchiodato
nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo
Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui” (Messori).
Detto altrimenti: il Dio amato e pregato per fede non esclude il Dio necessario
postulato razionale, e viceversa, purché le sue “credenziali” forniscano un
riferimento coerente sotto entrambi quegli aspetti.
Nella controversia sorta in vista della visita papale all’inaugurazione
accademica della Sapienza si rimescolano, su un piano più strettamente
epistemologico, analoghi ingredienti teoretici. In uno scritto pubblicato nel 1992, l’allora prefetto dell’ex
Sant’Uffizio esaminava “la crisi della fede nella scienza” rifacendosi alle
considerazioni di due filosofi come Bloch (marxista) e Feyerabend (anarchico).
Il primo, da buon materialista dialettico, vede negli assetti e nelle brame di
potere l’unico motore dei processi storici, per cui legge il caso Galileo alla
luce di questa assunzione ideologica. Il secondo, invece, critica le tesi
dell’astronomo pisano partendo da premesse di tipo relativista-idealista.
Quindi, in buona sostanza, prende le distanze dal cosiddetto “scientismo”,
ossia della dottrina che considera la scienza l’officina permanente della
verità. Chiosa il futuro papa: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di
queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire
dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale
affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...]
Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il
dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica”.
Ciò significa che il rapporto tra fede e ragione si può intendere come
l’appartenenza di una ragione ristretta, analitica e computazionale, al
più ampio insieme della ragione estesa, nel cui ambito l’intuizione e la
fiducia sono meccanismi gnoseologici imprescindibili. Negare che le facoltà
intellettive si possano segmentare e classificare secondo scopi indipendenti
dalla Grazia (come fa l’Islam) equivale a sovrapporre in toto immanenza e
trascendenza ma, per converso, assolutizzare la razionalità “geometrica” (alla
maniera di certi laiconi) mette in campo tronfi riduzionismi come appunto lo
scientismo e il relativismo (caso da manuale di opposti simpatetici) e scade nella mediocre metafisica
utilitarista delle “leggi storiche” (di cui la caduta tendenziale del saggio di profitto o il ristagno secolare sono solo i due esempi più
eclatanti).
Detto tutto questo, Benedetto XVI dovrebbe avere il coraggio di affrontare e di
rettificare i dibattiti di massa sollevati dalla sua parola. Si possono
comprendere le preoccupazioni della Santa Sede in merito alle sorti dei
cristiani in terra ostile, che aiutano a spiegare l’atteggiamento rinunciatario
della diplomazia vaticana in circostanze come quelle post-Regensburg, ma la
defezione papale di cui si è avuta notizia ieri è un gesto effettivamente
ambiguo ed equivocabile.
Ambiguo perché il pontefice, nella sua veste di autorità intellettuale,
dovrebbe rispondere alle contestazioni specifiche con i dovuti rilievi: nel
caso di Galileo Galilei, Ratzinger parli di etica. Al di là del giudizio di
“laicità” per il cardinale Bellarmino, che giustamente invitava l’inquisito a
difendere una tesi e non a proclamare una verità inconfutabile, il papa dica
cioè se il relativismo storico (con cui si “contestualizzano” gli avvenimenti
del passato) può fare il paio con il relativismo etico. Vogliamo giustificare
l’irrogazione dell’abiura a Galileo e, sulla stessa falsariga, i crimini
dell’Inquisizione e la cacciata degli ebrei dalla Spagna solo sotto il profilo
contestuale o anche sotto quello morale? Nel secondo caso, inciamperemmo in uno
storicismo etico madornale, per l’istituzione che tanto si spende in difesa del
“fatto” morale, della permanenza del Bene.
Equivocabile in ragione del messaggio che rischia di far passare, vale a dire
che far cagnara paga. Con una struttura come quella ecclesiastica alle sue
spalle, B16 è in grado di far fronte a simili contrattempi in modo tutto
sommato agevole, per non dire vantaggioso. Ma che fine faranno, se bastano le
proteste dei facinorosi organizzati, le iniziative di sensibilizzazione assunte
dalle associazioni di tendenza indipendenti come movimenti d’opinione e
similari? Gli incontri con autori scomodi patrocinati dai Comuni, le conferenze
con invitati ingombranti nelle università (oltre che ai papi, capitano in sorte
anche ad ambasciatori israeliani o a studiosi controcorrente)...basta un po’ di
chiasso e salta tutto per “ragioni di opportunità”?
Chiudo con una nota di biasimo per il maldestro rettore della Sapienza. La sua
inerzia nel gestire il dissenso degli sparuti collettivi studenteschi di
Fisica, con i due mesi di preavviso che la lettera di Marcello Cini gli ha messo a disposizione, è
davvero imperdonabile. Trattandosi di una cerimonia di inaugurazione, forse un dibattito
con l’uditorio sarebbe stato poco appropriato, ma si sarebbe potuta organizzare
una tavola rotonda in separata sede, magari poco dopo il termine dell’evento.
No?