, 25/05/2008

Pedate a chi?


di Sandra Coronella

 

Sono stupita e preoccupata delle scarsissime e blandissime reazioni alle prese di posizione del ministro Brunetta riguardo ai pubblici dipendenti.
L’unica un po’ decisa l’ho trovata per ora (e meno male) nel sito del mio sindacato

La novità più raccontata sui giornali di oggi è la pubblicazione nell'apposito sito degli stipendi dei dirigenti – cosa che mi ha lasciato del tutto indifferente –e delle tabelle dei giorni di assenza dei dipendenti del dipartimento funzione pubblica, suddivisi per uffici.

Una campagna che fa un po’ il paio con quella dei “professori fannulloni” di pochi mesi fa; un analogo e (a parer mio) altrettanto scorretto modo di affrontare le questioni .

Intanto sarebbe carino capire cosa si intende per assenteismo. Nel sito del ministro Brunetta ho trovato tabelle riferite a giorni di assenza: 53 in media per dipendente, da cui ne vanno detratti 31 di ferie (solo 31? Mi pare strano che quei dipendenti non usufruiscano delle cosiddette “festività soppresse” che sono poi ferie a tutti gli effetti). Restano comunque un certo numero di giorni, 22 o magari 18 in media, che sono riferiti a “malattia, permessi retribuiti, legge 104, congedi parentali, permessi amministratori locali”.
Vorrei far notare che si tratta di tipologie di assenze tutte previste da specifiche norme di legge.
Si ritiene che quelle leggi siano sbagliate? Le si vuol revocare? Cominciamo a dirlo. A dirlo al Parlamento, nel caso. Ma nel frattempo quelli sono diritti.
E dichiarare – come fa Brunetta – che “se i dirigenti tollereranno tassi d’assenteismo superiori a quelli del settore privato saranno cacciati” è un ricatto di una gravità inaudita.

Si ritiene che qualcuno si avvalga di quei diritti senza averne titolo? Questo non ha niente a che vedere con il numero di giorni, in questo né in nessun altro posto di lavoro. Ha a che vedere con gli abusi. Se l’amministrazione ritiene che ve ne siano, semplicemente deve intervenire.
Che c’entra il numero di giorni?
Un dipendente che si sia avvalso di molte settimane o mesi di congedo per malattia a causa di una patologia grave, uno che abbia usufruito di tutti i giorni che la legge gli consente per assistere un familiare invalido, una mamma in congedo di maternità, dovranno sentirsi in colpa verso i loro colleghi perché “tirano su la media”?
E’ una logica secondo me aberrante e incivile, senza contare che se fossi uno di quei lavoratori e lavorassi fianco a fianco con un “vero” assenteista (è ovvio che ve ne sono) e magari mi dovessi sobbarcare, come spesso accade, anche il suo lavoro, sarei alquanto irritato di sopportare oltre al danno anche le beffe.

Sicuramente mi si potrebbe dire che chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere neppure da queste pubblicazioni, e che il ministro ha già promesso, dopo questi (sui quali chiede ai colleghi di tutti i ministeri di imitarlo), altri provvedimenti, capaci di castigare e premiare nel modo giusto.
Ma qui non si tratta di una pubblicazione di dati di routine, di una semplice statistica.
Qui si tratta ancora una volta di una campagna tendente ad additare al pubblico ludibrio i dipendenti pubblici, senza rendersi conto dei danni che si fanno, visto che il dipendente pubblico è comunque l’interfaccia fra lo Stato e il cittadino.
Una presunta campagna di moralizzazione partita dalla parte più sbagliata, visto appunto che si fanno apparire come abusi e privilegi cose che non lo sono affatto, e si suscitano sui media una serie infinita di chiacchiere a vanvera.

Internet e le tecnologie informatiche, che rendono possibili queste poco trasparenti “operazioni trasparenza” rendono possibile anche cose ben più importanti. Per esempio rendere accessibili, invece che i dati personali dei dipendenti, ciò che veramente interessa ai cittadini: le procedure e l’erogazione dei servizi che li riguardano direttamente.
In alcuni “pezzi” di amministrazione pubblica si sono viste in questi anni innovazioni interessanti. Le abbiamo viste anche come utenti. In altri casi l’amministrazione è – come dice Brunetta - opaca ed arretrata - ma servono a qualcosa questa sorta di “tribunali mediatici”?.

Probabilmente servono, anzi sicuramente, a fare da apripista a ragionamenti di privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile, e nel contempo di restringimento dei diritti e delle tutele per chi lavora, nel pubblico come nel privato.

Inoltre – anche a voler per ora ammettere la buona fede - non mi entusiasma affatto la promessa del ministro di mettere on line “gli obiettivi, le valutazioni, gli indicatori finanziari di spesa e di qualità” dei vari servizi.
Credo che controllare l’organizzazione e il funzionamento di un servizio, o di un pezzo dell’amministrazione non sia una questione così semplice, e se non si vuole dare solo fumo negli occhi occorre che ci sia almeno un po’ di conoscenza di quel settore (è questa la ragione, per esempio, per cui penso sia stato un errore da parte dell’ex ministro Fioroni nominare come revisori dei conti nelle scuole, in rappresentanza della Pubblica Istruzione, dei commercialisti o altri professionisti del privato del tutto ignari delle problematiche specifiche che devono controllare).

Non c’è niente di democratico, secondo me, nel far credere che tutti, stando seduti neppure al bar ma davanti alla televisione, possano essere di volta in volta giudici, magistrati, dirigenti della pubblica amministrazione, insegnanti, capaci insomma di tranciare giudizi e condanne: un atteggiamento, una cultura che finisce per delegittimare pezzo per pezzo tutto ciò che è pubblico, minando le basi stesse dello Stato.

Poi c’è anche un problema di stile.
Il ministro ha dichiarato di voler introdurre nella P.A.” il piede, inteso come pedata”.
Che finezza! Che bello avere dei governanti così vivaci, immediati e popolari nel linguaggio.
Ma noi dipendenti pubblici siamo decisamente stufi e vien voglia di rispondergli in modo altrettanto colorito.