III


Aldo Busi, Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), Varese, Frassinelli, 1994, pp. 203-xii.

Parodia, secondo i manuali, è l'imitazione di un testo, di un personaggio, di un motivo in chiave ironica: poco più di un'innocua carnevalata, sembrerebbe. Eppure proprio Bachtin, così spesso citato a sproposito da quei manuali, aveva suggerito quale fosse l'effettiva portata di questo "carnevale", e quale il suo rapporto con la storia, non solo con gli archetipi letterari. Quella di Busi allora è una parodia nel senso pieno, parodia di un'epoca e dei suoi statuti letterari: Altra-letteratura, non "letteratura in tono minore", abbassata di livello. Diabolus ha continuato a scavare in profondità, ma senza regressioni (o concessioni) a balbettii onirico-inconsci, agli strati imi del dentro-sé: è andato avanti fino a sbucare agli antipodi, l'altra faccia della superficie del reale. Se la letteratura si riduce a collasso di codici (e lo scrittore a personaggio) allora bisogna usare il suo emisfero australe, rovesciato: il rifiuto della falsificazione non conduce verso il puro rumore di fondo, ma permette di distendere l'occhio verso l'orizzonte vasto di un racconto alla ricerca di nuove strategie. L'ampia e continua digressione che beffa impietosamente il lettore alla ricerca del piacere solitario della trama (e che propone giustamente Sterne come antenato), distilla una scrittura morale, un altro momento di particolare intensità (dopo il romanzo d'esordio - Seminario sulla gioventù - e dopo La delfina bizantina) nella polemica, anzi nella parodia (perché qui si deve non "vincere qualcosa" ma "sconfiggersi") della crudeltà di un vivere sociale improntato sulla ricerca e sull'abuso del potere, del guasto dei rapporti umani, dell'ipocrisia della civiltà che non ha orrore di se stessa: e questa scrittura è "morale" perché non è né lusso decorativo né protesta eccentrica, sterile antitesi, ma piuttosto centrata (anzi centripeta pur se condotta sui margini) ricerca dei dati essenziali della vita dell'uomo: "Hey tu, ..., tu che dici che non c'è più un istante da perdere, tu l'hai data la tua parte di informazioni esatte?" [Vincenzo Bagnoli]



Wladimir Krysinski, Il paradigma inquieto. Pirandello e lo spazio comparativo della modernità, trad. di Corrado Donati, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1988, pp. 486.

La scelta del metodo comparatistico, come pratica critica ed ermeneutica dell'intertestualità (nella formulazione della Kristeva), corrisponde in questo saggio all'intento programmatico di studiare l'"oggetto cognitivo Pirandello", nella dinamica delle sue interrelazioni con i contesti del sistema letterario moderno. Nel "metasistema" della modernità, definito a livello transnazionale da quattro "poetiche-invarianti" (soggettività, ironia, frammentazione, autoriflessività), il paradigma pirandelliano, "inquieto" perché fondato sulla negazione umoristica e sul superamento dei canoni letterari e teatrali tradizionali, non meno che sulla relativizzazione e dissoluzione dell'io borghese, diviene, in una prospettiva non solo diacronica, vettore cognitivo della trasformazione di strutture e valori generati o attivati da Pirandello. Si configura così una linea pirandelliana della modernità, che riconduce a Cervantes, e attraverso Lenormand, Sartre e Gombrowicz giunge a Genet e si apre potenzialmente anche al teatro postmoderno e contemporaneo. [Anna Frabetti]



Franco Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent'anni di solitudine, Torino, Einaudi, 1994, pp. xii-243.

Moretti, fautore di una storiografia darwiniana e anche geologica della letteratura, con questo limpido libro sembra ribaltare le tesi bachtiniane sul romanzo moderno, proponendo, entro la sua visione non-continuista dei processi letterari, una nozione di "epica moderna" che rimette in discussione il concetto stesso di modernità. Il recupero di tale nozione, ottenuta anche attraverso una purificazione delle tesi di Lukács dai pregiudizi "antimodernisti", trova il suo luogo d'inizio in una interpretazione "allegorica" del Faust di Goethe. Moretti sostiene che il ritmo della storia letteraria è scandito dalla sapienza collettiva delle retoriche più che dai volontarismi delle poetiche. Il meccanismo principale consisterebbe nelle "rifunzionalizzazioni" di materiali inerziali che, con più o meno consapevole partecipazione degli autori, vengono imposti, scelti, dimenticati dalla strabica vicenda socio-letteraria, fino all'assestamento di generi e forme che rispondono meglio alle esigenze culturali del momento.
Se questo processo selettivo delle rifunzionalizzazioni spesso convince, convince meno il concetto implicito di "prevalenza" (dominanza) che gli si accompagna (come si stabilisce che un genere o una forma sono dominanti, soprattutto nei tempi affollati della modernità e della contemporaneità?); tradizionalmente o si cerca di avvicinarsi a criteri oggettivi (storicistici, statistici, ecc.), non esenti comunque da filtri, o si accetta e si tiene in considerazione il fatto che la dominanza in una certa misura è imposta dallo sguardo dello storico. Moretti sembra a volte percorrere la strada della statistica (la massima ricorrenza di un modello nel maggior numero di forme espressive), ma perviene poi a concettualizzazioni (come "opere mondo") che mostrano "scelte di poetica" arbitrarie. Moretti in effetti ammetteva che la letteratura sembra corrispondere più a un modello lamarkiano che darwiniano, ossia tende a trasmettere i caratteri acquisiti, e possiede un DNA latente abnorme. Ma allora non fanno parte di questi caratteri (non sempre adattativi) anche le idee letterarie, le intenzioni, le mis-interpretazioni (soprattutto se, come avviene soprattutto da un paio di secoli, sono fenomeni di "volontarismo" collettivo)? Moretti in fondo applica una storiografia darwiniana a una materia lamarkiana. La biologia stessa, come la memoria culturale, probabilmente possiede più figure retoriche di quelle che normalmente le si assegnano, come ad esempio l'inclusione, la riaccentuazione: proprio quelle studiate, nel mondo della parola e dei testi, da Bachtin; e nel mondo delle scienze geologiche e biologiche da un altro autore che piace molto a Moretti, lo scienziato Stephen J. Gould.
Alla fine viene qualche dubbio sull'uso stesso di una categoria, come quella di epica, che si porta appresso la dialettica della totalità: tra sacralità e polisemia illimitata, tra enciclopedismo e rinuncia, tra titanismo e incapacità. Anche Bachtin alla fine viene letto da Moretti in modo parziale: non si tiene conto degli esiti della "romanzizzazione", fenomeno che lo studioso russo mette in luce dopo gli scritti degli anni Trenta, in appunti che oltretutto presentano tante affinità con alcune analisi di Moretti. L'estetizzazione si riversa nei generi marginali (diari, appunti, lettere: il contrario delle opere-mondo) nel momento stesso in cui le grandi saghe etico-epistemologiche si marginalizzano o si appoggiano ad altri linguaggi, come quello filmico o multimediale. Certo è che questo libro mette in moto problemi, come quello di una ricomprensione dei generi letterari e dei meccanismi intertestuali (e intermediali), nonostante l'idea fondamentalmente "adattativa" della letteratura che vi soggiace. [Federico Pellizzi]



Paul Valéry, Sguardi sul mondo attuale, Milano, Adelphi, 1994.

Alcuni libri nascono già precocemente invecchiati, altri invece presagiscono il futuro grazie a una sorta di nitida chiaroveggenza, risultando così sorprendentemente attuali a distanza di molti anni. E' il caso dei saggi contenuti in Sguardi sul mondo attuale, nei quali Valéry conduce un'analisi estremamente lucida e penetrante della situazione europea e mondiale alla vigilia della guerra, attraverso le considerazioni sulla politica, sulla storia, la quale "non insegna assolutamente nulla, poichè contiene tutto, e di tutto fornisce esempi", sul progresso, sulla libertà e, in particolare, sul destino della letteratura. Nello sguardo tagliente di Valéry si riflette un mondo soggetto a trasformazioni rapide e tumultuose, dove la continuità e l'equilibrio appaiono seriamente minacciati. In questi saggi, scritti tra le due guerre, si delinea con chiarezza il quadro della "crisi della civiltà", sulla quale Huizinga meditava negli stessi anni, e si respira veramente l'inquietudine di un' "atmosfera tempestosa". [Daniela Baroncini]



Peter Bürger, Teoria dell'avanguardia, trad. di Buzzi e Zonca, Torino, Bollati Boringhieri, 1990, pp. xxvi-169.

In un periodo di convulso dibattere attorno all'avanguardia - a favore e contro - ci si sarebbe potuti aspettare maggior fortuna per questa attesa traduzione dell'opera di B¸rger: la data del saggio che dà il titolo all'intera raccolta (1974) può aver tratto in inganno, facendolo ritenere superato. In realtà esso mantiene, ad una lettura attenta, tuttora un'innegabile essenzialità, nel tirare le somme di teorie e sistemi critici ancora centrali, e nel puntualizzarne con lucidità portata e limiti storici. Il libro inoltre traduce altri scritti molto importanti e più recenti, ed in particolare l'illuminante Postmoderne: Alltag, Allegorie und Avantgarde, risalente al 1987: la riflessione su una possibile definizione del postmoderno, sulla reale sussistenza di tale categoria e sulla perdita di significato dell'estetico problematizza senza censure ideologiche i nodi concettuali della contemporaneità; la discussione di temi così al centro dei nostri dibattiti letterari, quali allegoria, citazione, referenzialità, funzione poetica, viene affrontata con una acribia che non cede mai alle filosofie dominanti o all'apriorismo di facili polemiche. [Vincenzo Bagnoli]



Witold Gombrowicz, Contro i poeti, trad. di Riccardo Landau e Silvia Meucci, a cura di Francesco M. Cataluccio, con uno scritto di Edoardo Sanguineti, Roma-Napoli, Theoria, 1995, pp. 115.

"I versi non piacciono quasi a nessuno e il mondo della poesia versificata è un mondo fittizio e falsificato": questa la tesi "sfacciatamente infantile" con cui Gombrowicz apre la sua invettiva Contro i poeti, che compare in questo volume, per la prima volta nella versione originale del 1947, insieme ad altri brevi scritti critici, tra cui il celebre saggio Su Dante, che Ungaretti definì "una cretina mostruosità". La retorica del paradosso, la teatralità della provocazione e della sfida irriverente, di cui sono pervase le pagine di Ferdydurke e di Pornografia, si fanno qui strumento di un attacco "brutalizzante" contro l'astrazione e l'elitarismo della poesia, di "quell'estratto farmaceutico e depurato di poesia, denominato "poesia pura"", e della rivolta nietzschiana contro i "padri" letterari del passato. Se le radici storiche della polemica sono facilmente individuabili nel contesto culturale dei primi decenni del Novecento, le argomentazioni di Gombrowicz paiono ancora attuali. L'anticonformismo urlato, la ricerca di uno straniamento demistificante attraverso l'aggressività linguistica, diventano gli strumenti di discussione del rapporto tra poesia e realtà, dunque - come nota Sanguineti - del valore etico della letteratura. Ad una poesia come "Forma", all'uso della parola come maschera verbale, alla rimozione della materialità dell'uomo consegue difatti la cesura sociale dei poeti, "il pericolo di affogare nel verbalismo dell'irreale", la falsa divaricazione tra umanità e scrittura. Ad essi l'autore oppone l'idea, e la pratica, di una letteratura - di una poesia - "impoetica", che recuperi, a partire dal linguaggio, l'autenticità dell'esistenza, nei suoi lati osceni, grotteschi, caotici, e che riveli la profondità del Dolore, come radicale esperienza della stessa condizione umana. [Anna Frabetti]



Massimo Onofri, Ingrati maestri. Discorso sulla critica da Croce ai contemporanei, Roma-Napoli, Theoria, 1995, pp. 175.

Presentato dalla stampa come dissacrante, il libretto di Onofri è invece innanzitutto una registrazione degli umori che si colgono da tempo in quelle germinazioni o proliferazioni delle terze pagine che sono le "riviste culturali", fonte principale del Discorso di Onofri. Il quale contesta un Contini già da tempo in ribasso, rivaluta un Borgese che nessuno ha dimenticato, e asserisce la diuturna centralità del Croce. In effetti siamo tutti crociani se ci si riferisce alla tradizione umanistica, all'attenzione alla storia e alla parola, a un'idea conoscitiva dell'estetico (ma si potrebbe dire altresì che Croce è italiano); che si debbano fare i conti con Croce è indubbio e conosciuto dai più. Se ci si rifà invece a una quanto mai vaga "autonomia trascendentale dell'arte" (che del resto fonda la modernità - e quindi contiene di tutto) e a certe sue implicazioni pragmatiche e deontologiche (là dove il pensiero crociano sfocia e decade nel "senso comune"), allora non si può che respingere la proposta di recupero; soprattutto se ciò porta a un sospetto indifferenziato e preliminare per tutti gli strumenti materiali, le tecniche, o, come dice Onofri, le "officine". Di snobismo verso le officine ne abbiamo avuto abbastanza, e anzi è una delle piaghe della tradizione italiana, afflitta da sindrome di individualismo "trascendentale", nemica e succube al tempo stesso delle "convenzioni". Forse non è il caso dunque di fomentarlo. Quanto alla parte propositiva, antagonistica, del libretto, non si può che essere d'accordo, ammesso che non si tratti di antagonismo - in altre parole inadeguatezza all'oggetto - puramente categoriale e quindi per necessità psicologico, dove l'inadeguatezza diviene "libero gioco dell'immaginazione" in una sua versione per forza antiscientista. Ci sono in realtà molte altre idee di critica (di estrazione antropologica, linguistica, fenomenologica, filologica, semiotica, ecc. - le famose "scienze umane"!), che Onofri trascura, e il suo panorama, nonostante gli elenchi di nomi, è davvero parziale. [Federico Pellizzi]



François Livi (a cura di), Poesia (1905-1909), Napoli-Roma, Edizioni Scientifiche Italiane, 1992, pp. 458.

Marinetti rappresenta forse, nel panorama delle lettere italiane del primo Novecento, la personalità più spettacolare di intermediario della cultura tra Francia e Italia. Coi suoi mezzi dirompenti ed eccessivi, la sua accorta strategia di pubblicitario ante litteram, impone "Poesia", vetrina di letteratura internazionale, all'attenzione di un pubblico europeo. Livi restituisce alla rivista marinettiana la sua autentica fisionomia, al di là di possibili letture riduttive (palestra del futurismo o preziosa antologia delle tendenze del postsimbolismo). Evidenzia l'assenza di un "programma" e la costanza di un "progetto": creare un cantiere di modernità e un ponte di scambio. Analizza il complesso sistema pubblicitario che attrae e risucchia collaboratori assidui, occasionali o manifestamente recalcitranti. Sottolinea l'importanza di Parigi, fucina-mito di tutte le avanguardie, del cui potere di irradiazione Marinetti è ben conscio. Disegna, grazie a sapienti indici analitici, i molteplici percorsi della rivista e nota come, non appena Marinetti svesta i panni di apostolo del simbolismo francese in Italia per porsi a capo di un suo movimento, il futurismo, l'incanto del giardino di "Poesia" si spezzi ed egli venga relegato dal milieu culturale parigino al ruolo subalterno di poeta italo-francese. Paradossalmente infatti, allorché si profila un programma ben definito, la rivista entra in agonia e muore. L'ultimo messaggio che essa lancia è ormai lontano dalla letteratura, si muove in direzione della guerra, verso un nazionalismo che rinnega proprio quell'apertura alla poesia europea sotto il cui segno era nata. [Eleonora Conti]



Elio Pagliarani, La ballata di Rudi, Venezia, Marsilio, 1995, pp. 89.

Prima o poi doveva uscire, Rudi - "animatore di balli sull'Adriatico", viaggiatore tra i mestieri e la continuità del quotidiano - dal laboratorio di lima pressoché ventennale al quale Elio Pagliarani lo aveva ostinatamente confinato. Rudi, e con lui tutti gli altri personaggi osservatori in prima persona di quel paesaggio stremato di cieche cose - e di uomini diventati cieche cose - che già nella Milano della Ragazza Carla si era specchiato in una prima persuasiva rappresentazione. In vent'anni e più, la mappa si è ampliata; in nuove vicende e sommovimenti (sfilate di moda di ricconi sfaccendati, insidie del mercato azionario sul "parco buoi" dei "piccoli risparmiatori", verbali di pentiti, piccole mafie di metropoli o di spiaggia) il racconto di Pagliarani va a scovare il repertorio dello smascheramento. Il poeta, sempre più corrosivo e lucido, pone fra sé e il proprio libro personaggi con le mani legate, privi di scaltrezza, di permessi e licenze a sopravvivere: attori e nuclei narrati, testimoni dell'alienazione, persuasivi almeno quanto quelli dei Dream Songs di John Berryman o di alcuni memorabili scenari borghesi di Eliot. Ad una perfezionata cadenza "a fisarmonica" - cioè al dilatarsi controllato degli accenti di un racconto, prima che di una metrica - Pagliarani affida, come esercizio sopra una domanda di verità, il proprio ciclo dei vinti. [Stefano Colangelo]



Gabriele D'Annunzio, Breviario mondano, a cura di Paola Sorge, Milano, Mondadori, ("Passepartout", 23), 1993, pp. 131.

Tra i recenti volumetti mondadoriani, è stata pubblicata, col titolo Breviario mondano, ancora una raccolta di estratti dalle pagine giornalistiche di D'Annunzio, redatte negli anni 1882 - 1893 sui periodici romani e napoletani. La particolarità di questa silloge di prose, rispetto ad altre, affini per soggetto ma ben più complete, sta nella sua anomala impostazione per argomenti e nell'ordinamento del materiale selezionato. Infatti, questa nuova opera appare come una raccolta disorganica di arguzie tratte dai brani scelti, e si presenta come un'arbitraria antologia di aforismi dannunziani. I brani che vi sono riportati appaiono così estrapolati dal loro contesto originale, e costituiscono quindi una serie frammentaria di excerpta che non si apparentano tra loro concettualmente, e per di più del tutto privi di riferimenti alla loro precisa collocazione giornalistica e mancanti di datazione anche sommaria. L'indicazione dei loro estremi cronologici è contenuta soltanto nella "Postfazione", anch'essa piuttosto approssimativa, redatta da Paola Sorge, curatrice della raccolta, insieme alle citazioni delle antologie più correnti da cui sono stati tratti i brani considerati. Per quanto questo volume sembri destinato ad un pubblico di non specialisti, esso avrebbe potuto offrire un contributo maggiore alla scoperta o alla riscoperta del D'Annunzio cronista mondano, che merita un'attenzione ben più precisa, sia per l'interesse stilistico e tematico, sia considerando la successiva rielaborazione di questi scritti nelle "prose di romanzi". In questa silloge si trova invece realizzata una superficiale operazione d'immagine, un prodotto editoriale affine al livre de chevet di piccolo formato e dall'elegante veste grafica, che nulla aggiunge alle ultime ricerche sul giornalismo dannunziano neppure come strumento antologico, e anzi rende ancora più frammentaria la lettura delle prose cronistiche del giovane poeta, che già risentono della mancanza di un'edizione completa. [Stefania Filippi]



Poesia '94. Annuario, a cura di Giorgio Manacorda, Roma, Castelvecchi, 1995, pp. 188.

Titolo sorprendente, quando adocchiato sugli scaffali, ma deludente alla lettura: i molti proclami non hanno seguito in un buon approfondimento. Il recupero di un contatto con la realtà si confonde con la metafisica; la tecnologia soft, l'informatica, sarebbe maggiormente a misura d'uomo, e buona a priori, perché invece di proporre grezze protesi di organi materiali offre "protesi mentali". L'argomentare si arena così in un entusiasmo cyberidealista e neofuturista, o nel recupero di una qualità magica e squisita della scrittura poetica: proprio ciò che si intendeva negare. E prima di attacare attraverso Jakobson le esasperazioni dello strutturalismo occorrerebbe rileggersi i correttivi suggeriti da Voloöinov già negli anni '30, e mai recepiti in Italia. Sono più circostanziati i saggi di Deidier e Paris, e utili le provocazioni di Trevi e Donati; interessante anche l'epistolario di Ferretti: peccato che questo non fosse il luogo più adatto per proporlo. Forse sarebbe stato meglio, per fare dell'Annuario uno di quegli "strumenti più efficaci" auspicati, dare una documentazione completa, schedare o perlomeno segnalare un maggior numero di libri, per "essere - veramente - più selettivi". Speriamo ci sia una prossima volta per far meglio. [Vincenzo Bagnoli]



L'eclisse delle memorie, a cura di T. Gregory e M. Morelli, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. xiv-283.

Sulla memoria conservata nelle biblioteche e negli archivi incombe la minaccia dell'oblio. Il problema dell'obsolescenza dei documenti e della perdita di informazioni non riguarda soltanto la scrittura a mano o a stampa, ma anche la memoria elettronica, ormai onnipresente dal personal computer alla rete capillare di Internet. L'eclisse delle memorie raccoglie gli interventi e i suggerimenti di molti esperti internazionali nell'ambito della conservazione del patrimonio culturale dell'umanità. Le considerazioni di ordine tecnico riconducono inevitabilmente alla questione fondamentale, vale a dire la salvaguardia della memoria, in quanto la cancellazione dei documenti comporta l'estinzione del passato e, in definitiva, dell'identità dell'uomo. Tuttavia anche l'oblio, come già aveva intuito Curtius, si rivela talvolta necessario, poichè "occorre saper dimenticare molte cose, se si vuole custodire ciò che è essenziale". Paradossalmente quindi, in questi tempi contrassegnati dalla proliferazione indiscriminata dell'informazione e ossessionati dalla memoria, la tabula rasa potrebbe diventare una condizione della sopravvivenza del thesaurus. [Daniela Baroncini]


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Bollettino '900 - Electronic Journal of '900 Italian Literature - © 1995-2003

 

 

 

 

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