Simon Wiesenthal, Giustizia non vendetta, Milano, Mondadori, 1989, pp. 461.
Vi sono alcuni motivi particolari, al di
là del valore testimoniale dell'opera e del suo autore, per riprendere in mano
oggi questo volume autobiografico (pubblicato in Francia nel 1989 e subito
tradotto in italiano) e soffermarsi a riflettere su alcuni aspetti e fenomeni
che nel corso della lunga vita Simon
Wiesenthal (nato nel 1908) ha attraversato con uno spirito di estrema
adesione ad un superiore senso di giustizia.
Superstite del genocidio nazista, ancora a Mauthausen inizia
a collaborare con la polizia militare americana che si occupa dei crimini di
guerra. Nel 1947 apre a Linz (poi dal 1961 a Vienna) un centro di raccolta di
informazioni sui crimini del terzo Reich e avvia la sua attività di
"cacciatore di nazisti". Tale attività, ben lungi dall'essere una
caccia spietata e vendicativa, consiste, in realtà, con la vistosa eccezione
del "caso Eichmann", nel rintracciare e smascherare i criminali (che
spesso vivono in paesi lontani sotto falsa identità) e nello spingere le
autorità austriache e tedesche a processarli. Si tratta quindi di un'azione che
non si distacca mai dalla legalità e che anzi si ferma - e spesso si arresta -
una volta terminata la fase "istruttoria". Wiesenthal e la sua rete di
informatori preparano un vero e proprio "pacchetto istruttorio",
costituito da indirizzi, identificazioni, prove e testimonianze, per consegnarlo
poi agli organi giudiziari competenti. Si può dire che la ferma e dolorosa
determinazione a che il mondo non dimentichi e i crimini non restino
impuniti spinge Wiesenthal e il suo centro a supplire all'inazione di chi
avrebbe istituzionalmente il compito di far rispettare le leggi e che invece fa
agire sul passato meccanismi di rimozione psicologica o politica.
E questo è il primo punto nodale: l'Europa uscita dalla
guerra vuole essere spiritualmente denazificata, ma in realtà mostra
un'inquietante continuità con il passato. La ricostruzione dell'apparato
statale in Austria e in Germania, compiuta sotto lo stretto controllo alleato,
non può prescindere - spesso per un mero dato numerico - dall'apporto di chi ha
partecipato con le stesse funzioni al regime hitleriano. E non sempre è
possibile individuare il confine tra responsabilità politica e responsabilità
criminale. Così, eliminati i casi più eclatanti, o anche solo quelli più
risaputi, in tutti i campi della società - polizia, magistratura, economia,
politica - gran parte degli esponenti sono in varia misura gli stessi che hanno
operato, con diversi livelli di collusione, nei ranghi dell'amministrazione
hitleriana, e continueranno ad esserlo sino ai naturali ricambi generazionali.
Tale aspetto può spiegare le resistenze ad avviare indagini - cui l'attività
di Wiesenthal supplisce - e le difficoltà ad istruire i processi e a giungere a
condanne - contro cui spesso si arenano i tentativi di Wiesenthal.
Gli stessi alleati mostrano, per altri motivi, diciamo più
pragmatici, l'esigenza di non spingere più di tanto sul pedale della
denazificazione. In primo luogo anch'essi necessitano di una Germania
organizzata e un'epurazione accurata porterebbe invece il paese allo sbando.
Inoltre il fattore della guerra fredda rende assai funzionale il recupero di
individualità e organizzazioni filonaziste in funzione antisovietica.
Tale stato di cose fa sì che Wiesenthal incontri numerose
difficoltà, non tanto nell'organizzazione delle sue ricerche, quanto nel vedere
accolti dalla magistratura i suoi risultati. La maggior parte dei casi
illustrati nel volume termina infatti con la consegna del dossier alla
magistratura, accompagnato dalla richiesta - cui non segue nessun provvedimento
- di avviare un processo o di inoltrare domanda di estradizione.
Altro punto fondamentale è quello della
riflessione sull'antisemitismo. Il delirio hitleriano e la sua definizione
programmatica della "soluzione finale" non nascono dal nulla e non
spariscono con la fine del Terzo Reich. L'idea di nazioni judenfrei è
preesistente e i nazisti trovano ovunque in Europa popolazioni pronte a
consegnare gli ebrei o a scatenarsi in sanguinari progrom sotto l'egida
della nuova legge. Così soprattutto in Polonia, in Ucraina, in Croazia. Il fenomeno
dell'antisemitismo - con le sue motivazioni religiose, psicologiche,
economiche - è stato approfonditamente indagato e non si intende in tale sede
soffermavicisi (si veda in particolare, per la Germania nazista, il volume di
Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler). Quello che preme sottolineare è la riflessione di Wiesenthal su
come tale fenomeno abbia potuto sopravvivere al genocidio del popolo ebraico, al
suo annientamento e al suo martirio, e su come sia oggi ancora presente (e forse
pronto ad esplodere nuovamente).
Piuttosto inquietante risulta a tale proposito l'attività
svolta da organizzazioni cattoliche (Wiesenthal cita più volte la Caritas) e da
personalità del mondo cattolico, quali il vescovo austriaco Alois
Hudal, nel proteggere dopo la guerra criminali nazisti e nel procurare loro,
nell'ambito dell'organizzazione Odessa, passaporti falsi e l'opportunità di
emigrare in Sudamerica: tanto che Roma costituiva uno dei principali "punti
di involo" dalla giustizia verso nuove identità e nuove vite in paesi
amici. Leggendo le pagine in cui Wiesenthal parla di queste connivenze tra
nazisti e esponenti cattolici (ma esisteva anche una rete di aiuto per i
protestanti) non si può non pensare alla corrente antisemita che - silenzi
di Pio XII a parte - attraversa la chiesa del Novecento: il bel capitolo di
Giovanni Miccoli nel IV volume della Storia
del concilio Vaticano II,
dedicato a La libertà religiosa e le relazioni con gli ebrei, mette in
luce le forti resistenze che ancora nell'ambito del primo concilio ecumenico
dopo Auschwitz e la Shoah avrebbe incontrato la volontà di una sua parte
di mettere in discussione l'atteggiamento cattolico nei confronti del popolo
ebraico, che, ancora a vent'anni dal genocidio, era definito "perfido"
nella liturgia e accusato di deicidio.
Altro punto di notevole interesse è
quello relativo alla situazione politica e sociale dell'Austria del dopoguerra,
di cui Wiesenthal è stato attento testimone, intervenendo in alcuni casi
significativi. Ciò che emerge dal suo volume è che in Austria non si sia avuta
una vera e propria rottura col passato nazista, o quanto meno in minor misura
per molti aspetti di quanto sia avvenuto invece in Germania. Benché molti
esponenti di primo piano del Terzo Reich provenissero dall'Austria (a parte il
Führer Wiesenthal cita tra gli altri i componenti della cosiddetta
"Legione austriaca", Adolf Eichmann, Walter Reder, Ernst Kaltenbrunner,
Alois Brunner e Robert Haider - padre dell'ormai più noto Jörg) e nonostante
le conosciute modalità dell'Anschluss, la Repubblica austriaca ha sempre
tentato di presentarsi come prima vittima di Hitler e, al di là della comune e
sostanziale continuità nell'amministrazione cui si accennava sopra, si è
comportata in maniera diversa dalla Germania. In primo luogo negli indennizzi ai
sopravvissuti (ebrei e non ebrei), che sono stati condotti con estrema e
calcolata lentezza e in misura molto più esigua rispetto ai risarcimenti
tedeschi (il che non ha comunque evitato il diffondersi nell'opinione pubblica
dell'idea che le vittime del nazismo ne abbiano tratto vantaggio arricchendosi a
dismisura). Ma anche - ed è questo l'aspetto più inquietante - nelle modalità
di accesso alla vita politica e quindi in sostanza nella valutazione della colpa
della "generazione della guerra". Wiesenthal denuncia ad esempio
l'apertura del partito social-democratico - che già dal 1947 aveva peraltro
rimosso il divieto, sottoscritto solo due anni prima, ad ex nazisti di rivestire
cariche nel partito - all'elettorato di fede nazista nel tentativo di avere la
maggioranza del parlamento (analoga politica, del resto, imputa al Volkspartei).
Ai socialisti va inoltre attribuita la responsabilità di aver
"sdoganato" il Partito liberale ("partito quasi al cento per
cento nazista"), quando nel 1970 Bruno Kreisky, vinta la resistenza
antifascista all'interno del proprio partito, giunge a formare con tale
formazione il suo primo governo, nel cui gabinetto siedono 4 ministri (Interni,
Lavori pubblici, Trasporti ed Agricoltura) risaputamente iscritti trent'anni
prima al partito nazista, uno dei quali ex ufficiale delle SS.
Nel 1975, alla vigilia delle nuove elezioni, quando si
prevede una nuova coalizione tra Partito socialista e Partito liberale,
Wiesenthal scopre che il segretario di quest'ultimo, Friedrich Peter, in quanto
appartenente alla 1E brigata di fanteria SS, una
delle più famigerate, aveva partecipato (non si sa con quale ruolo) a massacri
di civili soprattutto in Unione Sovietica (circa 360.000 vittime). Avendo
Wiesenthal divulgato la notizia, viene investito in primis dalla reazione
di Kreisky, da quella del partito liberale (con querele poi ritirate) e da
quella dell'opinione pubblica, che favorirà poi elettoralmente la coalizione
tra i due partiti. L'esito sarà che Peter continuerà a guidare il suo partito
e a sedere in parlamento sino al suo ritiro nel 1983.
Altro caso, quello Waldheim. Nel 1986, in procinto di
diventare presidente della repubblica, l'ex segretario generale dell'ONU viene
travolto da pesanti accuse relative al suo passato nazista. Dal World Jewish
Congress viene persino accusato di crimini di guerra. In tale frangente si può
leggere chiaramente uno dei principi che ispirano l'attività di Wiesenthal,
ossia quello della distinzione tra criminali nazisti e opportunisti filo-nazisti,
sui quali ultimi, nondimeno, ricade ugualmente la colpa (almeno quella
politica). Waldheim verrà infatti difeso da Wiesenthal dalle accuse di essere
un criminale nazista, ma la sua appartenenza allo stato maggiore della Wehrmacht
di stanza a Salonicco durante la deportazione dei 50.000 ebrei che vi
risiedevano, la sua "prossimità consultiva" con tale crimine e la sua
ostinazione a negare di esserne stato a conoscenza (oltre al tentativo di
occultare sino a che gli è stato possibile la sua presenza su quel fronte),
rendono comunque per Wiesenthal "inconcepibile" la sua candidatura
"perché si è dimostrato indegno del suo ufficio e delle sue
responsabilità". Nonostante tali oggettive implicazioni, Waldheim diviene
presidente federale della repubblica e l'opinione pubblica vede in tale caso un
attacco all'Austria e una ennesima "provocazione degli ebrei".
Non stupisce quindi che in tale contesto politico possa avere
trovato spazi e humus a lui congeniali la figura emergente della nuova
destra austriaca, quel Jörg Haider che, pur
non facendo parte della "generazione della guerra", ai valori e allo
spirito di quella generazione si richiama.
- Sito del Simon
Wiesenthal Center
- Sito dello Shoah Project
Paolo Albertazzi