Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995 (ed. orig.: The age of extreme, The short Twentieth  Century, 1914- 1991).

    Conviene riproporre, a seguito della conversazione avvenuta dentro la redazione di Minimo Storico sull'intervista ad Eric Hobsbawm, il libro da cui le tesi più forti di quella intervista (forse le sole tesi forti) sono estrapolate.
    Tale volume (Il secolo breve, appunto) è una sintesi del 900. L'operazione  di sintesi pone, secondo Hobsbawm,  un problema storiografico di difficile soluzione e apparentemente affrontato anche da F. Furet nel proprio Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo (Mondadori, Milano, 1995): l'uso strumentale della storia. Se il passato ha spesso avuto il compito di servire a legittimare il presente, è compito dello storico evitare che ciò si ripeta oggi. Allo storico che voglia occuparsi del XX secolo spetta il disvelamento delle contraddizioni della modernità capitalista, delle sue forme di adattamento a scapito dei ceti e delle popolazioni più deboli.
    In questa ricostruzione non può andare ignorato il ruolo della rivoluzione d'ottobre. Per questo motivo Hobsbawm, da sempre indirizzato verso una idea globale della storia, mostra come proprio l'imperialismo sia da porre in relazione con l'ottobre, il cui valore sta anche nella risposta non solo alla guerra, ma anche ai rapporti di forza europei ed extraeuropei (l'imperialismo mondiale) costruiti dall'occidente capitalistico. E quindi se per Hobsbawm si può usare il termine "mito dell'ottobre", ciò è ragion veduta perché esso incarna la possibilità di un argine alla tendenza che il secolo assume a poco a poco, la tendenza a esprimere la categoria di "modernità" come supremazia degli "occidenti" di fronte alle periferie.
    Hobsbawm vede nella prima guerra mondiale  e nella successiva  recrudescenza del potere economico e liberale l'insorgere dei fascismi. Di quella recrudescenza, declinata in termini imperialisti, Hobsbawm  descrive anche le conseguenze del dopoguerra. Come è possibile spiegare l'avvento dei fascismi senza sottolineare il timore delle classi medie europee e dei ceti imprenditoriali di fronte alla rivoluzione d'ottobre? O negare che il liberalismo economico che ha caratterizzato tutto il dopoguerra ha nel contempo decretato la genesi dei fascismi? Come è possibile, (tesi di Furet), non considerare l'ottobre, oltre alla prima guerra mondiale,  come un crinale, il vero spartiacque del secolo ? Ciò appare evidente nelle parole di Hobsbawm,  benché al centro del suo libro ci sia, più che l'ottobre,  soprattutto la seconda guerra mondiale e lo sforzo di capire i regimi totalitari. Al contrario, Furet si trova, pericolosamente, sempre più vicino a Nolte e all'interpretazione revisionista dei regimi totalitari, quando costruisce attorno al mito dell'URSS la sagoma di una vicenda tragica e al tempo stesso caricaturale.
    Ma anche  altri sono gli spunti di analisi che il libro di Hobsbawm ci consegna: Se la tesi di fondo, ne Il secolo breve, era che la brevità del secolo era stata determinata, da un lati dalla grande guerra e dell'ottobre, dall'altro dalla crisi del modello fordista e dal crollo del mondo comunista, essa è rafforzata da una analisi interessante, su cui ora varrebbe la pena riflettere, pur non sopravvalutandola. La crisi dei regimi dell'est ha probabilmente contribuito alla smantellamento, sul fronte occidentale, del welfare. Questo perché, pur con gli opportuni distinguo, l'esperienza sovietica aveva sempre agito da coagulo costretto il capitalismo a incivilirsi accettando la sfida sul problema dell'accesso dei cittadini ai diritti.
    Il libro, all'uscita, aveva decretato ad Hobsbawm, fino ad ora un maestro solo nella limitata categoria degli storici,  una notorietà internazionale, e la diffusione internazionale, ovunque tranne che in Francia. Tale pubblicazione si è avuta soltanto nel 1999 tramite la pubblicazione presso una casa editrice belga, Complexe, in collaborazione con Le Monde Diplomatique. La scelta francese di non pubblicare il volume derivava, in particolare della scelta di Pierre Nora, direttore della Bibliotèque des Histoires di Gallimard, contrario ad un volume che vedeva nella rivoluzione di ottobre un elemento  progressivo nella storia del secolo. Motivazione analoga esprimeva Krysztof Pomian sulle pagine di Le Débat. Ma altre critiche, di ben altra natura, venivano da Christian Meier, docente di storia presso l'Università di Monaco di Baviera, secondo il quale la colpa di Hobsbawm sarebbe stata l'avere ignorato Auschwitz come elemento periodizzante nella storia del ventesimo secolo. Personalmente ritengo completamente fondata la tesi di Meier, perché se occorreva, fino al 1991, fare i conti con un secolo breve, (sempre che fosse così), occorreva chiedersi perché in questo secolo si presentasse all'improvviso un "lungo secondo dopoguerra, in cui la Shoah, ancor più della contrapposizione tra i blocchi, ci ha obbligati a  ridefinire il rapporto tra la modernità e le sue aberrazioni, ma anche (assieme all'esperienza della seconda Guerra Mondiale) il ruolo della memoria, e la sua rilvenza nelle acquisizioni dello storico. Naturalmente, poi, quanto è avvenuto ora, dopo il 1991, ci obbliga a riprendere in mano il libro con altri occhi e altre prospettive.
    La critica di Meier trova ora conferma in seguito alle polemiche scaturite dopo la prolusione tenuta da Hobsbawm all'Università di Torino lo scorso marzo.  Ma trovare conferma in questa vicenda torinese, è anche l'abitudine pericolosa e sempre più frequente, a sovrapporre la polemica storiografica alla personalizzazione degli attacchi, un caso di uso pubblico della storia cui al tempo della loro uscita, non poterono sfuggire tanto Hobsbawm che Furet. E ora il "malivizio" si ripropone , soprattutto negli echi sulla carta stampata.
    E a cui anche la recente intervista di Polito ad Hobsbawm medesimo, da noi discussa collettivamente, porge il fianco.

Simona Urso