Conviene riproporre, a seguito della conversazione
avvenuta dentro la redazione di Minimo Storico sull'intervista
ad Eric Hobsbawm, il libro da cui le tesi più forti di quella
intervista (forse le sole tesi forti) sono estrapolate.
Tale volume (Il secolo breve, appunto) è
una sintesi del 900. L'operazione di sintesi pone, secondo Hobsbawm,
un problema storiografico di difficile soluzione e apparentemente affrontato
anche da F. Furet nel proprio Il passato
di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo (Mondadori, Milano,
1995): l'uso strumentale della storia. Se il passato ha spesso avuto il
compito di servire a legittimare il presente, è compito dello storico
evitare che ciò si ripeta oggi. Allo storico che voglia occuparsi
del XX secolo spetta il disvelamento delle contraddizioni della modernità
capitalista, delle sue forme di adattamento a scapito dei ceti e delle
popolazioni più deboli.
In questa ricostruzione non può andare ignorato
il ruolo della rivoluzione d'ottobre. Per questo motivo Hobsbawm, da sempre
indirizzato verso una idea globale della storia, mostra come proprio l'imperialismo
sia da porre in relazione con l'ottobre, il cui valore sta anche nella
risposta non solo alla guerra, ma anche ai rapporti di forza europei ed
extraeuropei (l'imperialismo mondiale) costruiti dall'occidente capitalistico.
E quindi se per Hobsbawm si può usare il termine "mito dell'ottobre",
ciò è ragion veduta perché esso incarna la possibilità
di un argine alla tendenza che il secolo assume a poco a poco, la tendenza
a esprimere la categoria di "modernità" come supremazia degli "occidenti"
di fronte alle periferie.
Hobsbawm vede nella prima guerra mondiale
e nella successiva recrudescenza del potere economico e liberale
l'insorgere dei fascismi. Di quella recrudescenza, declinata in termini
imperialisti, Hobsbawm descrive anche le conseguenze del dopoguerra.
Come è possibile spiegare l'avvento dei fascismi senza sottolineare
il timore delle classi medie europee e dei ceti imprenditoriali di fronte
alla rivoluzione d'ottobre? O negare che il liberalismo economico che ha
caratterizzato tutto il dopoguerra ha nel contempo decretato la genesi
dei fascismi? Come è possibile, (tesi
di Furet), non considerare l'ottobre, oltre alla prima guerra mondiale,
come un crinale, il vero spartiacque del secolo ? Ciò appare evidente
nelle parole di Hobsbawm, benché al centro del suo libro ci
sia, più che l'ottobre, soprattutto la seconda guerra mondiale
e lo sforzo di capire i regimi totalitari. Al contrario, Furet si trova,
pericolosamente, sempre più vicino a Nolte e all'interpretazione
revisionista dei regimi totalitari, quando costruisce attorno al mito dell'URSS
la sagoma di una vicenda tragica e al tempo stesso caricaturale.
Ma anche altri sono gli spunti di analisi
che il libro di Hobsbawm ci consegna: Se la tesi di fondo, ne Il secolo
breve, era che la brevità del secolo era stata determinata,
da un lati dalla grande guerra e dell'ottobre, dall'altro dalla crisi del
modello fordista e dal crollo del mondo comunista, essa è rafforzata
da una analisi interessante, su cui ora varrebbe la pena riflettere, pur
non sopravvalutandola. La crisi dei regimi dell'est ha probabilmente contribuito
alla smantellamento, sul fronte occidentale, del welfare. Questo perché,
pur con gli opportuni distinguo, l'esperienza sovietica aveva sempre agito
da coagulo costretto il capitalismo a incivilirsi accettando la sfida sul
problema dell'accesso dei cittadini ai diritti.
Il libro, all'uscita, aveva decretato ad Hobsbawm,
fino ad ora un maestro solo nella limitata categoria degli storici,
una notorietà internazionale, e la diffusione internazionale, ovunque
tranne che in Francia. Tale pubblicazione si è avuta soltanto nel
1999 tramite la pubblicazione presso una casa editrice belga, Complexe,
in collaborazione con Le Monde Diplomatique. La scelta francese
di non pubblicare il volume derivava, in particolare della scelta di Pierre
Nora, direttore della Bibliotèque des Histoires di Gallimard, contrario
ad un volume che vedeva nella rivoluzione di ottobre un elemento
progressivo nella storia del secolo. Motivazione analoga esprimeva Krysztof
Pomian sulle pagine di Le Débat. Ma altre critiche, di ben
altra natura, venivano da Christian Meier, docente di storia presso l'Università
di Monaco di Baviera, secondo il quale la colpa di Hobsbawm sarebbe stata
l'avere ignorato Auschwitz come elemento periodizzante nella storia del
ventesimo secolo. Personalmente ritengo completamente fondata la tesi di
Meier, perché se occorreva, fino al 1991, fare i conti con un secolo
breve, (sempre che fosse così), occorreva chiedersi perché
in questo secolo si presentasse all'improvviso un "lungo secondo dopoguerra,
in cui la Shoah, ancor più della contrapposizione tra i blocchi,
ci ha obbligati a ridefinire il rapporto tra la modernità
e le sue aberrazioni, ma anche (assieme all'esperienza della seconda Guerra
Mondiale) il ruolo della memoria, e la sua rilvenza nelle acquisizioni
dello storico. Naturalmente, poi, quanto è avvenuto ora, dopo il
1991, ci obbliga a riprendere in mano il libro con altri occhi e altre
prospettive.
La critica di Meier trova ora conferma in seguito
alle polemiche scaturite dopo la prolusione tenuta da Hobsbawm all'Università
di Torino lo scorso marzo. Ma trovare conferma in questa vicenda
torinese, è anche l'abitudine pericolosa e sempre più frequente,
a sovrapporre la polemica storiografica alla personalizzazione degli attacchi,
un caso di uso pubblico della storia cui al tempo della loro uscita, non
poterono sfuggire tanto Hobsbawm che Furet. E ora il "malivizio" si ripropone
, soprattutto negli echi sulla carta stampata.
E a cui anche la recente intervista di Polito ad
Hobsbawm medesimo, da noi discussa collettivamente,
porge il fianco.
Simona Urso