Annette Wieviorka, L'era del testimone, Milano, Raffaello Cortina, 1999.
L'idea di raccogliere resoconti e notizie dirette sul genocidio degli ebrei nacque negli anni della seconda guerra mondiale. In diverse zone dell'Europa occupata si sviluppò infatti una particolare forma di resistenza che consisteva nell'organizzare, all'interno delle comunità ebraiche, degli archivi segreti destinati a trasmettere ogni possibile traccia dei crimini nazisti. Il caso più noto è certamente quello di "Oneg shabbat", fondato nell'ottobre del 1939 dallo storico Emanuel Ringelblum. I membri di questa struttura clandestina crearono un fondo sulla vita nei ghetti di Varsavia e di altre città, registrarono i racconti dei rifugiati, redassero e diffusero dei giornali illegali. Il lavoro cospirativo di documentazione non si limitò però alla raccolta e conservazione dell'esistente, ma fissò anche il primo progetto per la memorialistica dello sterminio, dal momento che ai residenti dei ghetti che tenevano cronache e diari furono indicati un certo numero di temi da trattare. Quest'attività può essere considerata, a giusto titolo, una primizia della storiografia della shoah. In effetti, sono stati numerosissimi coloro i quali, sia nel periodo dello sterminio che negli oltre cinquant'anni che hanno seguito la distruzione degli ebrei d'Europa, hanno tentato di raccontare la propria esperienza rispondendo a ciò che si ha ormai l'abitudine di definire un "dovere di memoria". Basti pensare che, solo tra il 1944 e il 1948, i membri della Commissione centrale di storia ebraica di Polonia riuscirono a riunire circa 7.300 testimonianze, oggi conservate presso l'Istituto storico ebraico di Varsavia e di cui solo recentemente è iniziata la catalogazione. Nella seconda metà degli anni cinquanta, gli scritti dei sopravvissuti risultavano già così numerosi da non poter essere repertoriati (la cifra si aggirava intorno ai 18.000). Oggi ci troviamo di fronte ad una massa enorme di testimonianze di cui non esiste alcuna bibliografia esaustiva e che nessun ricercatore può pretendere di controllare nel suo insieme. Ma in che modo si è costruita la memoria di un avvenimento come la shoah? Come è cambiata, nel corso degli anni, la figura del testimone? Quale è la natura dei rapporti, spesso conflittuali, che si sono instaurati tra storici e testimoni? A queste domande vuole rispondere il recente volume di Annette Wieviorka, studiosa che ai temi della memoria del genocidio ha già consacrato lavori importanti come Déportation et génocide. Entre la mémoire et l'oubli(1992). L'autrice traccia un profilo che mette in evidenza come le testimonianze siano di natura molto differente le une dalle altre. Non solo sono state prodotte a distanze diverse dall'avvenimento, ma sono anche state registrate su supporti molteplici: manoscritti o libri, bande magnetiche o cassette video. Alcune sono il prodotto di un movimento spontaneo, ovvero nascono da una esigenza interiore; altre rispondono ai bisogni della giustizia, visto che molti sopravvissuti hanno deposto nel corso dei processi celebrati dopo la guerra, ed in alcuni casi ancora in corso. Alcune, soprattutto a partire dagli anni ottanta, sono state indirizzate alle nuove generazioni; altre hanno iniziato ad essere integrate ai sempre più numerosi progetti di costituzione di archivi dell'oralità (ad esempio, il progetto Spielberg). Di tutti questi fattori occorrerà sempre tenere conto, perché - come scrive Wieviorka - ogni testimonianza è non soltanto il resoconto di una esperienza individuale, ma anche il riflesso del tempo in cui viene pronunciata. Essa esprime una realtà vissuta utilizzando parole che sono proprie dell'epoca in cui il testimone racconta la sua storia, a partire dalle domande e dalle aspettative di coloro che gli sono contemporanei.
Antonella Salomoni