"Chi non ha vissuto l'esperienza di situazioni
estreme, le deve giudicare con misura: non vi è strada che permetta
di uscirne": uno degli exergo del volume è in questa frase di Richard
von Weiszäcker, segretario di Stato presso il Ministero degli affari
esteri e poi ambasciatore tedesco presso il Vaticano dal luglio 1943 (salvatore
dello storico del concilio di Trento Hubert Jedin, di madre ebrea, durante
il suo periodo romano, e padre di uno dei più amati presidenti della
Repubblica Federale Tedesca), frase che riassume la complessità
e delicatezza del compito dello storico di fronte allo studio della Shoah
e dell'atteggiamento della chiesa cattolica. Uno dei nodi storiografici
più complessi per la storia della chiesa contemporanea è
costituito sicuramente dai "silenzi di Pio XII" di fronte allo sterminio
degli ebrei: nodo complesso non solo per la massa e diversità della
documentazione, ma anche e più per la difficoltà di un'interpretazione
non apologetica - in cui si è prodotta la "storiografia pontificia"
degli ultimi decenni -, e non semplicisticamente diretta a vedere in Pio
XII "il papa di Hitler". Il volume di Giovanni Miccoli, che riprende e
corona studi già pubblicati e noti (specialmente quello in Fra
mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto chiesa-società
nell'età contemporanea, pp. 131-337) sul tema specifico dei
silenzi e sulle questioni dell'antigiudaismo del mondo cattolico tra Ottocento
e Novecento, segna un punto fondamentale nella ricerca, nella divulgazione
delle sue acquisizioni e nel definitivo rigetto dei luoghi comuni più
diffusi per l'apologia dell'atteggiamento della S. Sede durante la Seconda
guerra mondiale. Miccoli evidenzia il livello di informazione della S.
Sede durante la guerra sulla "soluzione finale", livello che mutò
e si implementò col passare dei mesi, ma che non fu mai così
incompleto come per lungo tempo si è tentato di far credere. Vengono
messe in rilievo le significative differenze di atteggiamento nei confronti
del Terzo Reich, tra il crescente isolamento di Pio XI negli ultimi mesi
da una parte, e Pio XII e la S. Sede nel suo complesso dall'altra parte:
per questi ultimi, il variabile assetto triangolare Usa-Gran Bretagna,
Germania e Russia non mise mai in discussione la disparità di giudizio
tra il comunismo, nemico assoluto, e il regime nazista, col quale per lungo
tempo giocarono affinità ideologiche globali e accordi di piccola
convenienza ecclesiastica. Col proseguire della guerra il giudizio sui
due regimi, da parte della S. Sede, si avvicinò seguendo una curva
asintotica, senza peraltro mai che la paura del comunismo passasse in secondo
piano rispetto allo sterminio degli ebrei e alla sconfitta della Germania
nazista. Ma non solo la paura del comunismo offrì la base per il
riserbo vaticano durante la guerra. Vari furono i fattori che contribuirono
all'atteggiamento del papa: Miccoli nota, senza parlare di "palleggiamento
di responsabilità" tra S. Sede e conferenza episcopale tedesca,
una non chiara ripartizione dei compiti tra centro e periferia circa i
rapporti col regime nazista; la priorità di una sotterranea - ma
che oggi appare vana - difesa delle prerogative e delle strutture ecclesiastiche
di fronte ad un pronunciamento solenne e pubblico contro la politica eliminazionista
del regime nazista; i segni della scarsa chiarezza nell'interpretazione
della situazione tedesca e delle distinzioni e delle concessioni che nonostante
tutto si era disposti a fare; l'affidamento sul fatto che i quaranta milioni
di cattolici tedeschi non avrebbero potuto non pesare sui comportamenti
collettivi. Miccoli dedica i capitoli della sua analisi all'elaborazione
vaticana della Seconda guerra mondiale, al rapporto tra cattolicesimo tedesco
e nazionalsocialismo, all'atteggiamento vaticano nei confronti del pericolo
comunista e dell'occupazione tedesca di Roma, alla posizione del cattolicesimo
di fronte all'antisemitismo e alle legislazioni razziali; parti interessanti
sono incentrate sui casi della Francia di Vichy, della Slovacchia di mons.
Tiso, dell'Ungheria, della Croazia di Ante Pavelic e mons. Stepinac. La
conclusione si sofferma sui "condizionamenti di una tradizione ideologico-diplomatica",
condizionamenti anche attuali, che la prudenza dello storico non evidenzia,
ma che il lettore avvertito non fatica a leggere tra le righe: "ancorata
ad una prospettiva ecclesiastica [...] la S. Sede non riuscì a compiere
quelle distinzioni e graduazioni, a pronunciare via via quelle precise
denunce che avrebbero dovuto scaturire dall'evidenza della spaventosa offesa
recata agli elementari diritti dell'umanità; o meglio, operando
le sue denunce, essa impedì loro di diventare <<segno di contraddizione>>
[...] col mantenerle su quel piano generale e astratto che, non indicando
i responsabili, evitava di entrare in collisione con altri concetti e valori
già consacrati e ancor sempre ricordati e difesi" (pp. 412-413).
Nel considerare l'anacronismo della posizione del
papa e della S. Sede durante la guerra, rimane da indagare, nota Miccoli,
quale fu "il conto reale in cui le varie potenze tennero la Santa Sede
e la Chiesa, quale la funzione effettiva che esse attribuirono loro nel
corso del conflitto e nelle prospettive della futura pace" (p. 408). Ed
è una domanda che anche l'osservatore della chiesa contemporanea
non può evitare di porsi.
Massimo Faggioli