Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 570

     "Chi non ha vissuto l'esperienza di situazioni estreme, le deve giudicare con misura: non vi è strada che permetta di uscirne": uno degli exergo del volume è in questa frase di Richard von Weiszäcker, segretario di Stato presso il Ministero degli affari esteri e poi ambasciatore tedesco presso il Vaticano dal luglio 1943 (salvatore dello storico del concilio di Trento Hubert Jedin, di madre ebrea, durante il suo periodo romano, e padre di uno dei più amati presidenti della Repubblica Federale Tedesca), frase che riassume la complessità e delicatezza del compito dello storico di fronte allo studio della Shoah e dell'atteggiamento della chiesa cattolica. Uno dei nodi storiografici più complessi per la storia della chiesa contemporanea è costituito sicuramente dai "silenzi di Pio XII" di fronte allo sterminio degli ebrei: nodo complesso non solo per la massa e diversità della documentazione, ma anche e più per la difficoltà di un'interpretazione non apologetica - in cui si è prodotta la "storiografia pontificia" degli ultimi decenni -, e non semplicisticamente diretta a vedere in Pio XII "il papa di Hitler". Il volume di Giovanni Miccoli, che riprende e corona studi già pubblicati e noti (specialmente quello in Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto chiesa-società nell'età contemporanea, pp. 131-337) sul tema specifico dei silenzi e sulle questioni dell'antigiudaismo del mondo cattolico tra Ottocento e Novecento, segna un punto fondamentale nella ricerca, nella divulgazione delle sue acquisizioni e nel definitivo rigetto dei luoghi comuni più diffusi per l'apologia dell'atteggiamento della S. Sede durante la Seconda guerra mondiale. Miccoli evidenzia il livello di informazione della S. Sede durante la guerra sulla "soluzione finale", livello che mutò e si implementò col passare dei mesi, ma che non fu mai così incompleto come per lungo tempo si è tentato di far credere. Vengono messe in rilievo le significative differenze di atteggiamento nei confronti del Terzo Reich, tra il crescente isolamento di Pio XI negli ultimi mesi da una parte, e Pio XII e la S. Sede nel suo complesso dall'altra parte: per questi ultimi, il variabile assetto triangolare Usa-Gran Bretagna, Germania e Russia non mise mai in discussione la disparità di giudizio tra il comunismo, nemico assoluto, e il regime nazista, col quale per lungo tempo giocarono affinità ideologiche globali e accordi di piccola convenienza ecclesiastica. Col proseguire della guerra il giudizio sui due regimi, da parte della S. Sede, si avvicinò seguendo una curva asintotica, senza peraltro mai che la paura del comunismo passasse in secondo piano rispetto allo sterminio degli ebrei e alla sconfitta della Germania nazista. Ma non solo la paura del comunismo offrì la base per il riserbo vaticano durante la guerra. Vari furono i fattori che contribuirono all'atteggiamento del papa: Miccoli nota, senza parlare di "palleggiamento di responsabilità" tra S. Sede e conferenza episcopale tedesca, una non chiara ripartizione dei compiti tra centro e periferia circa i rapporti col regime nazista; la priorità di una sotterranea - ma che oggi appare vana - difesa delle prerogative e delle strutture ecclesiastiche di fronte ad un pronunciamento solenne e pubblico contro la politica eliminazionista del regime nazista; i segni della scarsa chiarezza nell'interpretazione della situazione tedesca e delle distinzioni e delle concessioni che nonostante tutto si era disposti a fare; l'affidamento sul fatto che i quaranta milioni di cattolici tedeschi non avrebbero potuto non pesare sui comportamenti collettivi. Miccoli dedica i capitoli della sua analisi all'elaborazione vaticana della Seconda guerra mondiale, al rapporto tra cattolicesimo tedesco e nazionalsocialismo, all'atteggiamento vaticano nei confronti del pericolo comunista e dell'occupazione tedesca di Roma, alla posizione del cattolicesimo di fronte all'antisemitismo e alle legislazioni razziali; parti interessanti sono incentrate sui casi della Francia di Vichy, della Slovacchia di mons. Tiso, dell'Ungheria, della Croazia di Ante Pavelic e mons. Stepinac. La conclusione si sofferma sui "condizionamenti di una tradizione ideologico-diplomatica", condizionamenti anche attuali, che la prudenza dello storico non evidenzia, ma che il lettore avvertito non fatica a leggere tra le righe: "ancorata ad una prospettiva ecclesiastica [...] la S. Sede non riuscì a compiere quelle distinzioni e graduazioni, a pronunciare via via quelle precise denunce che avrebbero dovuto scaturire dall'evidenza della spaventosa offesa recata agli elementari diritti dell'umanità; o meglio, operando le sue denunce, essa impedì loro di diventare <<segno di contraddizione>> [...] col mantenerle su quel piano generale e astratto che, non indicando i responsabili, evitava di entrare in collisione con altri concetti e valori già consacrati e ancor sempre ricordati e difesi" (pp. 412-413).
    Nel considerare l'anacronismo della posizione del papa e della S. Sede durante la guerra, rimane da indagare, nota Miccoli, quale fu "il conto reale in cui le varie potenze tennero la Santa Sede e la Chiesa, quale la funzione effettiva che esse attribuirono loro nel corso del conflitto e nelle prospettive della futura pace" (p. 408). Ed è una domanda che anche l'osservatore della chiesa contemporanea non può evitare di porsi.

Massimo Faggioli