E. Conte – C. Essner, Culti di sangue. Antropologia del nazismo, Roma, Carocci, 2000, p. 290

    L’ossessione per la purezza della razza tedesca era l’elemento centrale del nazismo. Preservare il popolo tedesco in una supposta identità etnorazziale è stato fin dall’inizio il programma del partito nazista. Si può perciò parlare di una antropologia del nazismo fondata sul sangue, attraverso il quale, secondo la delirante logica nazista, si trasmette l’essenza vitale del popolo.
    Il libro è stato pubblicato per la prima volta in Francia, ed il suo titolo dell’edizione francese - La quete de la race - rende assai meglio l’idea di quale sia l’argomento centrale: la ricostruzione del dibattito, durante gli anni del nazismo e negli anni precedenti, su come si possa definire il concetto di purezza razziale, di cosa sia un vero tedesco, razzialmente puro.
Potrebbe apparire paradossale che il nazismo non sia riuscito a formulare una concezione definitiva di come è definibile un tedesco, e di come è definibile un ebreo. Questo libro analizza i dibattiti tra funzionari dello stato e del partito nazista sull’argomento, ricostruendo le origini della controversia dalla fine dell’Ottocento.
    Così come in un paese democratico il Parlamento dibatte della politica economica o della politica estera, nella Germania nazista vi furono accesi dibattiti tra le classi dirigenti sulla questione della purezza del sangue e della razza. Vi erano i “moderati” che ritenevano che i tedeschi “contaminati” da un quarto di sangue ebraico potessero essere recuperati alla germanicità, diluendosi i caratteri genetici del nonno ebreo. Vi erano gli estremisti che al contrario ritenevano che chi avesse un solo lontanissimo antenato ebreo fosse perduto per sempre. Addirittura, vi era chi sosteneva che un solo rapporto sessuale con un ebreo potesse contaminare per sempre il sangue di una donna tedesca, e che anche i figli da lei generati con un tedesco avrebbero portato caratteri ebraici di cui era ormai “impregnata” la madre. Secondo alcuni, tutti i tedeschi potevano essere sospettati di avere anche un lontanissimo avo ebreo. Vi erano poi i teorici della razza nordica, secondo i quali il popolo tedesco era in realtà diviso in due razze: nordica ed alpina, e quest’ultima, cui sarebbero appartenuti i tedeschi delle regioni meridionali, sarebbe stata una razza inferiore. I teorici della razza nordica negavano quindi l’unità razziale del popolo tedesco.
    Oltre alla ricostruzione del dibattito nazista sulla purezza della razza tedesca, il libro ha altri due aspetti di interesse: l’analisi delle origini delle teorie razziste, ed il rapporto del nazismo con la Chiesa Cattolica e le Chieste Protestanti.
    Per quanto riguarda le origini dell’antisemitismo e del razzismo, gli autori le situano a partire dal 1871, data dell’unificazione degli stati tedeschi. Le teorie razziste, ammantate da un velo pseudoscientifico, prendono progressivamente piede negli anni successivi, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, come espressione della “crisi d’identità attraversata dalle classi medie”, per culminare nel nazismo. Le teorie razziste individuano l’elemento corruttore della purezza razziale tedesca nell’ebreo, e l’antisemitismo diventa condiviso forse dalla maggioranza dei tedeschi. Ci possiamo chiedere se gli autori condividano le tesi di Goldhagen sull’accettazione da parte della maggioranza dei tedeschi della politica nazista di sterminio razzista, ma gli autori non affrontano questo argomento, limitandosi, a proposito di Goldhagen, a criticare una sua secondo loro erronea concezione dell’antropologia.
    Per quanto riguarda il rapporto tra il nazismo (o meglio, tra le teorie razziste, fossero esse del nazismo o di altre associazioni che lo precedettero o lo accompagnarono) e le Chiese, anche in questo, vi erano “estremisti” che predicavano che il cristianesimo ha corrotto la razza nordica, e vi era chi cercava di conciliare il nazismo e le teorie razziste con un cristianesimo ariano depurato dal giudaismo.
    Il libro affronta poi alcuni aspetti particolari dell’antropologia nazista del “culto del sangue”, in particolare quelli legati al matrimonio, ed infine analizza l’attuazione pratica della politica razziale nella regione di Zamosc, nella Polonia occupata, dove gli amministratori nazisti cercarono di rendere effettiva la politica di purezza razziale stabilendo una ben precisa gerarchia tra tedeschi, slavi ed ebrei, praticando la “pulizia etnica” nei confronti di questi ultimi e favorendo l’insediamento di agricoltori tedeschi, secondo i dettami della politica del “sangue e suolo”.

Fabrizio Billi