L’ossessione per la purezza della razza tedesca era
l’elemento centrale del nazismo. Preservare il popolo tedesco in una supposta
identità etnorazziale è stato fin dall’inizio il programma
del partito nazista. Si può perciò parlare di una antropologia
del nazismo fondata sul sangue, attraverso il quale, secondo la delirante
logica nazista, si trasmette l’essenza vitale del popolo.
Il libro è stato pubblicato per la prima
volta in Francia, ed il suo titolo dell’edizione francese - La quete
de la race - rende assai meglio l’idea di quale sia l’argomento centrale:
la ricostruzione del dibattito, durante gli anni del nazismo e negli anni
precedenti, su come si possa definire il concetto di purezza razziale,
di cosa sia un vero tedesco, razzialmente puro.
Potrebbe apparire paradossale che il nazismo non sia riuscito a formulare
una concezione definitiva di come è definibile un tedesco, e di
come è definibile un ebreo. Questo libro analizza i dibattiti tra
funzionari dello stato e del partito nazista sull’argomento, ricostruendo
le origini della controversia dalla fine dell’Ottocento.
Così come in un paese democratico il Parlamento
dibatte della politica economica o della politica estera, nella Germania
nazista vi furono accesi dibattiti tra le classi dirigenti sulla questione
della purezza del sangue e della razza. Vi erano i “moderati” che ritenevano
che i tedeschi “contaminati” da un quarto di sangue ebraico potessero essere
recuperati alla germanicità, diluendosi i caratteri genetici del
nonno ebreo. Vi erano gli estremisti che al contrario ritenevano che chi
avesse un solo lontanissimo antenato ebreo fosse perduto per sempre. Addirittura,
vi era chi sosteneva che un solo rapporto sessuale con un ebreo potesse
contaminare per sempre il sangue di una donna tedesca, e che anche i figli
da lei generati con un tedesco avrebbero portato caratteri ebraici di cui
era ormai “impregnata” la madre. Secondo alcuni, tutti i tedeschi potevano
essere sospettati di avere anche un lontanissimo avo ebreo. Vi erano poi
i teorici della razza nordica, secondo i quali il popolo tedesco era in
realtà diviso in due razze: nordica ed alpina, e quest’ultima, cui
sarebbero appartenuti i tedeschi delle regioni meridionali, sarebbe stata
una razza inferiore. I teorici della razza nordica negavano quindi l’unità
razziale del popolo tedesco.
Oltre alla ricostruzione del dibattito nazista sulla
purezza della razza tedesca, il libro ha altri due aspetti di interesse:
l’analisi delle origini delle teorie razziste, ed il rapporto del nazismo
con la Chiesa Cattolica e le Chieste Protestanti.
Per quanto riguarda le origini dell’antisemitismo
e del razzismo, gli autori le situano a partire dal 1871, data dell’unificazione
degli stati tedeschi. Le teorie razziste, ammantate da un velo pseudoscientifico,
prendono progressivamente piede negli anni successivi, soprattutto dopo
la prima guerra mondiale, come espressione della “crisi d’identità
attraversata dalle classi medie”, per culminare nel nazismo. Le teorie
razziste individuano l’elemento corruttore della purezza razziale tedesca
nell’ebreo, e l’antisemitismo diventa condiviso forse dalla maggioranza
dei tedeschi. Ci possiamo chiedere se gli autori condividano le tesi di
Goldhagen sull’accettazione da parte della maggioranza dei tedeschi della
politica nazista di sterminio razzista, ma gli autori non affrontano questo
argomento, limitandosi, a proposito di Goldhagen, a criticare una sua secondo
loro erronea concezione dell’antropologia.
Per quanto riguarda il rapporto tra il nazismo (o
meglio, tra le teorie razziste, fossero esse del nazismo o di altre associazioni
che lo precedettero o lo accompagnarono) e le Chiese, anche in questo,
vi erano “estremisti” che predicavano che il cristianesimo ha corrotto
la razza nordica, e vi era chi cercava di conciliare il nazismo e le teorie
razziste con un cristianesimo ariano depurato dal giudaismo.
Il libro affronta poi alcuni aspetti particolari
dell’antropologia nazista del “culto del sangue”, in particolare quelli
legati al matrimonio, ed infine analizza l’attuazione pratica della politica
razziale nella regione di Zamosc, nella Polonia occupata, dove gli amministratori
nazisti cercarono di rendere effettiva la politica di purezza razziale
stabilendo una ben precisa gerarchia tra tedeschi, slavi ed ebrei, praticando
la “pulizia etnica” nei confronti di questi ultimi e favorendo l’insediamento
di agricoltori tedeschi, secondo i dettami della politica del “sangue e
suolo”.
Fabrizio Billi