Bruno Cartosio, Da New York a santa Fe. Terra, culture native, artisti e scrittori nel sud ovest (1846-1930), Firenze, Giunti, 1999, 383 pagg., £. 34.000
Il libro di Bruno Cartosio affronta, interrogandosi sul New Mexico,
un aspetto poco frequentato dalla storiografia e dalla letteratura che
si sono occupate della frontiera negli Stati uniti. L'oggetto "frontiera"
è ormai un luogo comune nella pubblicistica americanista e nel'immaginario
occidentale; ma, correntemente, quando si fa riferimento ad esso, ci si
riferisce, per gli Stati Uniti, all'ovest, all'epica dei coloni, mentre
si dimentica il ruolo occupato dal sud ovest e da un altro tipo di frontiera,
non quella che separa l'est civilizzato dall'ovest della conquista, limes
interno sia alla geografia della nazione che alla sua retorica nazionale.
Ben poca retorica nazionale è stata invece intessuta a giustificare
il possesso progressivo del New Mexico: Zona di demarcazione, scambio e
scontro fra Messico e USA, il New Mexico fu annesso all'Unione solo nel
1912, ma a lungo posto nelle condizioni di territorio: del processo che
dal 1821, dopo l'indipendenza messicana dalla Spagna, giunge, attraverso
l'acquisizione USA del territorio nel 1849, al 1912, Cartosio racconta
le tappe, descrivendo come la conquista del sud ovest sia stata condotta
attraverso lo sfruttamento economico, la speculazione immobiliare e finanziaria.
Uno sfruttamento che non presupponeva la colonizzazione, perché
il sud ovest alla colonizzazione non si prestava, esisteva già come
area ben definita da una cultura propria, e quindi sempre percepita come
estranea e impermeabile dalla cultura yankee.
La peculiarità di questa area di frontiera sta infatti tutta nel
suo essere non tanto un luogo di scontro fra nativi e americanos, che fu
centrale nella corsa alla colonizzazione dell'ovest (e che, concepito come
uno spazio vuoto, permise la fondazione di un mito nazionale), ma un luogo
in cui si intrecciavano, e si concentrano tuttora, ben tre culture, quella
messicana (già di per sé una cultura ibrida), quella dei
nativi (diversa per ognuna delle popolazioni native, per altro) e quella,
residuale e minoritaria, degli yankee. Il pregiudizio verso queste culture
altre, con propri codici precisi di autoiidentificazione, impedì
un reale confronto fra americanos e residenti, che andasse oltre la speculazione
economica.
Come tale, quindi, il New Mexico è un non luogo che, per la molteplicità
delle sue culture, in bilico tra la convivenza e il suo opposto, ridefinisce
anche il tradizionale concetto di frontiera. Proprio la sua multiformità
culturale, preesistente e poi resistente alla ingenerza statunitense, la
rende inservibile all'invenzione del mito americano. L'ovest divenne invece
oggetto di una invenzione della tradizione, quella della frontiera conquistata
attraverso la missione "civilizzatrice" (Turner), o attraverso
il bellicismo eroico (Roosvelt): l'America yankee proiettò sull'ovest
la propria produzione culturale, raccontandolo ex novo con i suoi pittori
(Remington), i suoi cantori, i suoi film. Il sud ovest del New Mexico,
per converso e per le sue caratteristiche, non ha mai avuto un'epica, né
ha mai avuto un ruolo all'interno della costruzione del mito americano.
Il New Mexico diventa così anche il pretesto, nel libro, per raccontare
una nazione che viaggia su due velocità: se la modernità
ha raggiunto il Minnesota, nulla di simile è accaduto nel New Messico,
il cui dato immediato appare l'immobilità. E' la sola zona degli
states in cui le popolazioni native continuano a proliferare, tuttora,
in cui i mexicanos sono in numero superiore rispetto agli yankees, è
la zona con meno gringos di tutti gli States.
Una fra le chiavi di lettura che Cartosio adotta in maniera convincente,
per descrivere la distanza abissale fra il centro newyorkese e la periferia
del sud ovest, è quella della cultura urbana; "La cultura statunitense
raggiunge una nuova sintesi nazionale introno alla fine dell'ottocento.
La letteratura, le arti figurative e l'architettura che diventano allora
ultra nazionale son fatti essenzialmente metropolitani. La definizione
stessa che gli USA danno di sé - scriveva Warren Susman - si articola
attorno alle proprie città". Luogo simbolico di questa idea
di frontiera è la città di Santa Fé, che Cartosio
contrappone, come immagine alternativa, a New York, la città che
maggiormente rappresenta la cultura yankee. Come New York è la città
che, mutando continuamente, ha rappresentato la cultura USA e la sua esponenziale
crescita economica, così Santa Fè, restando sempre uguale
a se stessa, è l'estrema periferia dell'impero.
Questo perché come scrive Charels F. Lummis, "è l'anomalia
della repubblica". Una zona di cui non interessava nulla a nessuno,
se non per le opportunità economiche che offriva nel secolo scorso;
una zona la cui potenzialità conflittuale è amplificata dall'incomprensione
da parte del "centro", dalla non comunicazione con i soggetti
che la abitano.
Cartosio sottolinea come gli stati Uniti siano un paese ridefinito dalla
cultura delle classi dominanti metropolitane; da questa definizione è
rimasta esclusa Santa Fè: questa esclusione rappresenta, a suo dire,
l'occasione per affrontare la storia dell'espansione economica americana
attraverso i silenzi.
Secondo l'autore, inoltre, e questo mi pare uno degli aspetti centrali
del libro, la categoria di storia urbana permette, per estensione, a partire
da casi come quello di Santa Fè, di comprendere l'importanza del
processo di inclusione ed esclusione all'interno delle società moderne.
La città, aggiunge Cartosio, e la storia urbana, sono sempre stati
utili a comprendere i canoni di autopromozione delle civiltà, ma
nel caso di santa Fe' si scopre una cultura urbana che obbliga a ridefinire
su nuove basi il concetto di storia urbana, declinato più sulla
cultura che sulla storia sociale; il New Mrexico incarna poi anche un tipo
antropologico di spazio di frontiera che non solo non è comune agli
stati Uniti, ma che merita di essere indagato per se stesso e per ciò
che rappresenta nella categoria storiografica e antropologica di frontiera.
Per capire il New Mexico infatti bisogna introdurre una nuova categoria
interpretativa, quella di contact zone, una zona in cui le popolazioni
europee e native si sono ibridate culturalmente in una interazione dinamica
fra esseri umani. Ciò porta con sé aspetti contraddittori
fra loro, assimilazione, pregiudizio razziale, conquista, un territorio
di interpenetrazione fra società prima distinte. Come dirà
Gregory Nobles (American frontiers: cultural encounters and continental
conquest, New York 1997, p. XII): "La frontiera sarà una
regione in cui nessun governo o gruppo culturale è in grado di rivendicare
un controllo reale o un'egemonia sugli altri".
Ciò chiama in causa quindi più livelli di analisi: l'analisi
della frontiera intesa come luogo problematico della cittadinanza; la città
di frontiera come oggetto di studio utile a capire come la storia urbana
non vada declinata solo in termini di sviluppo socioeconomico ma anche
culturale, e come possa contribuire quindi a spiegare i processi di esclusione
einclusione; e infine, per quanto riguarda la storia degli stati Uniti,
ribalta i parametri di definizione della frontiera che hanno guidato l'autorappresentazione
della nazione per tutto questo secolo: la prima, la definizione di Turner,
risalente ad un saggio del 1894 (The significance of frontier in Amercian
history), che descrisse la frontiera come il luogo oltre il quale esisteva
solo la wilderness, null'altro, solo un luogo vuoto, un luogo da civilizzare,
giustificando così la corsa all'ovest e lo sterminio dei nativi
come una inevitabile conseguenza della missione, tanto inevitabile da non
essere neppure citata. Turner, infatti, tace, tace gli scontri, tace i
conflitti perché non riguardano la storia della civilizzazione occidentale;
trasforma così i nativi in un non soggetto, annullandone la stessa
esistenza come agente storico. La seconda, risalente invece alla monumentale
opera e alla ideologia di Theodore Roosvelt (The winning of the west),
che raccontò la conquista del west come una vera e propria battaglia
della razza guerriera, quella yankee, accreditata dalla missione divina
e dal diritto del più forte. Due epiche, la conquista del forte
(non dimentichiamo la politica estera di Roosevelt e la guerra ispano americana),
e quella contraria ma complementare di Turner, l'annullamento dell'altro,
del nativo attraverso la rimozione totale: la missione della nazione che
doveva necessariamente espandersi.
Il sud ovest non rispondeva a nessuna delle due caratteristiche, ed è
stato ignorato sia da Turner che da Roosevelt, che hanno interrotto entrambi
la linea immaginaria dell'ovest alla valle del Mississippi.
Tale ruolo era in parte legato alla storia del New Mexico, che era stato
prima spagnolo, ma era legato anche alla particolare natura antropologica
del territorio, che, in quanto contact zone, era un territorio in cui sia
il mito del cow boy roosveltiano, che il mito civilizzatore di Turner non
trovavano spazio in cui realizzarsi. Era una terra di inclusione, un'area
senza americani, in cui gli americani penetravano solo per traffici commerciali
che ne facevano una terra di esplorazione, da ci magari trarre benefici
economici attraverso il contatto commerciale, e poi attraverso lo sfruttamento
illegale di terre non loro, ma che non rientrava nel mito dell'imperialismo
americano, perché non poteva rafforzare l'autorappresentazione degli
Stati Uniti.
Simona Urso