Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, 165 pp.
"Uno dei paradossi che contrassegnano questa confusa fine di secolo
è da un lato la sottolineatura enfatica e vistosa di un nuovo inizio,
dell'avvio di un'epoca sganciata da ogni rapporto significativo con il
passato novecentesco e dall'altro l'intensificato uso pubblico di quel
passato. […] Non meno storia, insomma, ma più storia
per liberarsi della storia". Parole di Nicola Gallerano, scritte durante
la guerra del Golfo, che mi paiono utili a capire la sottotraccia dell'ultimo
libro di Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz.
Perché recensire il lavoro di un filosofo in
una rivista che dovrebbe occuparsi di storia? Semplicemente perché
tocca temi su cui la ricerca e la riflessione storiografica non possono
non interrogarsi e su cui, a volte, hanno bisogno dell'aiuto di altre discipline;
perché il lavoro dell'ermeneutica può aiutarci a vigilare
affinché il giudizio storico sulla modernità, sulla shoah,
sul genocidio, specie in questo specifico momento, non si presti ad un
uso pubblico distorto. Chi abbia seguito le riflessioni di Giorgio Agamben
in questi ultimo anni, da Homo Sacer, pubblicato da Einaudi nel 1995, a
Mezzi senza fine (Bollati Boringhieri, 1996), non può non leggere
quest'ultimo libro come il seguito di un percorso coerente attraverso gli
interrogativi senza risposta della modernità. Già Mezzi senza
fine poneva il problema del rapporto fra una nuova etica della politica
e il campo di sterminio come banco di prova di questa etica. "Il campo
è lo spazio che si apre quando lo stato di eccezione comincia a
diventare la regola" (p. 36).
Sulla stessa scia si pone quest'ultimo
volume, che analizza il significato etico e politico dello sterminio e
trasporta il giudizio sullo shoah dal campo della comprensione storica
a quello della comprensione umana. Ciò allo scopo di vagliarne l'autorità
e, rileggerne ancora una volta l'intrinseco ma scomodo legame con la modernità.
La conclusione che Agamben ne trae forse può non piacere allo storico.
Agamben afferma infatti che, si voglia o no, Auschwitz rappresenta l'ammissione
di un limite, del limite che la conoscenza storica deve assumere come proprio
nell'affrontare la shoah: "l'aporia di Auschwitz è infatti
la stessa aporia della conoscenza storica: la non coincidenza fra fatti
e verità, fra constatazione e comprensione" (pp.8-9). Ma se la conoscenza
storica deve cedere le armi di fronte al genocidio nazifascista, lo stesso
tocca alla comprensione filosofica, cui neppure la categoria novecentesca
di etica (assunta come punto di riferimento critico o come dottrina del
dialogo sociale) può recare aiuto. La shoah ha "obbligato a
sgombrare il campo da tutte le dottrine che dopo Auschwitz hanno preteso
di definirsi col nome di etica" (p. 9). Una qualsivoglia etica della
modernità, dei mezzi senza fini, una riflessione filosofica che
sappia avere anche il valore dell'etica non può non rifondarsi a
partire da Auschwitz. E il modo migliore per farlo, secondo Agamben, è
mostrare come sia difficile assumere a elemento di prova, di giudizio e
di riflessione la stessa testimonianza dei sopravvissuti ai campi; la loro
memoria, se ci aiuta a comprendere il fatto, non ci racconta nulla oltre
il fatto. I sopravvissuti, è la tesi di Agamben, sono portatori
di una memoria distorta. Ne consegue una lunga serie di interrogativi,
di nuovo senza risposta. Qual è dunque il ruolo della testimonianza? E quali altre domande sono lecite, quali risposte sono effettivamente
possibili? A chi vanno poste le domande? C'è un posto per Dio nella
riflessione etica su Auschwitz? Ed è giusto tirare in ballo Dio?
Il primo problema consiste nella impossibilità di statuire la verità,
come dimostra la vita intera di primo Levi. A Primo Levi per esempio non
interessa giudicare, ergersi a testimone-accusatore; gli importa invece
la zona grigia che trasforma in carnefici le vittime e viceversa. Non esiste
dunque un gruppo più umano degli altri. Il giudizio morale del testimone
non conta perché non c'è in ballo una quaestio iuris, sulla
verità non si può statuire con consistenza giuridica. Questo
deve essere compito del superstite testis superstes Primo Levi, scrittore
perché testimone, è dunque un testis, ma testis significa
anche terzo, ed è etimologicamente legato a superstes. La funzione
del testimone quindi è assai più complessa di quella che
noi liquidiamo come immediatamente collegata al memento. Non c'è
nulla di più grave, infatti, sottolinea Agamben, che stabilire una
nuova teodicea, cioè confondere categorie etiche e giuridiche, cosa
che facciamo sempre con parole come morale o colpa. Il diritto non statuisce
né giustizia né verità: esso tende al giudizio e basta.
Anche una sentenza ingiusta ha la forza di giudicato. La res giudicata
è spesso giudicata ad onta di verità e giustizia, falsità
e ingiustizia: pretendere e procedere oltre non si può. Che a Primo
Levi, per esempio, fosse ben chiaro lo iato fra memoria e giudizio, lo
dimostra il fatto che Einaudi nel 1983 gli abbia dato incarico di tradurre
Il processo di Kafka: in Kafka l'angoscia è proprio generata dal
fatto che lo scopo del processo è solo e unicamente il giudizio;
la sentenza di assoluzione, sotto questo punto di vista, è solo
la confessione di un errore giudiziario, e ne consegue, quasi in spregio
all'idea stessa della testimonianza, che il solo innocente, al termine
della sentenza, non è più chi viene assolto ma chi non incorre
in giudizio. E' innocente, quindi, chi è sfuggito al giudizio. Che
valore ha allora il giudizio storico? Ma anche il giudizio etico, se deve
statuirsi al di sopra del giudizio storico, da cosa può essere legittimato?
Da un dio? E' giusto, come fa Hans Jonas, chiedersi che responsabilità
ha Dio in ciò, o non è meglio chiedersi che responsabilità
hanno gli uomini? La teodicea ha con sé un rischio conciliatorio,
perché non solo non ci dice nulla sulle responsabilità degli
uomini, ma finisce con un paradossale lieto fine: l'impotenza di Dio cela
quella degli uomini. E quindi la deresponsabilizzazione degli uomini. E
allora a che serve il testimone? A dimostrare in prima persona, attraverso
la sua stessa incapacità di trasmettere una esperienza, la difficoltà
implicita nell'uso delle parole. Ma non può comunque fare altro…con
il rischio dell'annullamento di sé, come è stato per Primo
levi, come è stato per Bruno Bettelheim. Cosa resta allo storico?
Agamben non lo dice. Possiamo solo suggerire allo storico di non analizzare
la shoah senza perdere di vista categorie come modernità e silenzio.
Occorre come suggeriva Primo Levi, indagare le zone grigie, chiedersi non
dove stava il male, né interrogarsi sulla sua banalità, che
del male è una aggettivazione costante. Non è facile raccogliere
indicazioni dalla sue parole, ma una sola forse si può adottare:
obbligare anche lo storico a farsi, come il filosofo, ma con altri strumenti,
ermeneuta della modernità. Niccolò Zapponi lo aveva capito,
e a questo aveva dedicato forse la maggior parte dei propri studi, ma è
morto troppo presto. Per ora, nessuno ha seguito la sua scia.
Simona Urso