Didi Gnocchi, Odissea rossa. La storia dimenticata di uno dei fondatori del PCI, Torino,
Einaudi, 2001, pp. 272, L. 28.000.
Didi Gnocchi, giornalista,
autrice, tra le altre opere, de Gli
squadristi del 2000 (Roma, Manifesto libri, 1993), studio sull’estrema
destra dopo il crollo del comunismo, ricostruisce, con un lavoro difficile e
faticoso, l’esistenza, avventurosa e quasi epica, di Edmondo Peluso, comunista
napoletano, tra i fondatori del PCI, esule in URSS e come tanti altri, finito
nelle carceri staliniane, nell’illegalità dei processi, sino
all’esecuzione, avvenuta il 19 febbraio 1942.
Molti ormai, dopo un colpevole silenzio durato decenni, i testi sulle
persecuzioni subite, nei tragici anni trenta, da italiani esuli in URSS. Per
tutti, quello di Emilio Guarnaschelli, Una
piccola pietra (prima edizione Parigi, Maspero, 1979) o quello di Mario
Giovana, Il caso De Marchi (Milano,
Franco Angeli, 1992) o, ancora, le testimonianze di Dante Corneli Persecutori
e vittime (1979) e Elenco delle
vittime italiane dello stalinismo (1982), ambedue, significativamente,
stampate a cura dell’autore. Ovvio
il riferimento letterario, più volte, non a caso, citato da Didi Gnocchi, al
drammatico Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler.
Di Peluso, sino ad un anno fa, si conosceva a malapena solamente il nome.
L’autrice ne viene a conoscenza, per caso, a Mosca, in una conversazione con
lo storico Frederik Firsov. Scatta in lei il desiderio di ricostruire, pezzo per
pezzo, una vita che si intreccia con le grandi vicende del movimento socialista
dei primi del secolo: l’emigrazione, le lotte sociali, l’antimilitarismo,
l’opposizione alla guerra (Peluso partecipa alle conferenze internazionali in
cui il socialismo di sinistra tenta di riorganizzarsi, dopo la bancarotta della
Seconda Internazionale), il convulso dopoguerra sino alla fondazione del PCI,
l’avvento del fascismo e la scelta dell’esilio nella “patria del
socialismo”. Peluso è un viaggiatore instancabile, spinto alla conoscenza di
altri mondi (spesso l’autrice compie un parallelo con il Che), dall’America
all’estremo Oriente, ma anche desideroso di avventura. Si parla, ma non è
documentata, di una sua presenza nel ’27 in Cina, nel drammatico massacro del
movimento comunista.
Conosce grandi figure, quasi mitiche, dagli italiani Gramsci, Bordiga,
Togliatti a cardini del socialismo internazionale come Rosa Luxemburg, Kautsky,
Liebknecht, Bebel, Lafargue e la moglie, Laura Marx, al romanziere Jack London.
Didi Gnocchi ricostruisce la
sua esistenza quasi come nel gioco del domino e molti fatti si svelano come in
un libro giallo. Va a Napoli, ritrova i suoi parenti, sparsi in tanti paesi del
mondo, ricerca, con pazienza certosina, i documenti, visita il carcere in cui il
comunista italiano viene rinchiuso nel 1938. Emergono i verbali
dell’interrogatorio, le tecniche degli inquisitori, la fierezza
dell’accusato che rivendica il suo passato cristallino, l’impegno politico
di una vita, l’opposizione al fascismo, anche le carcerazioni in Italia e in
Svizzera.
Peluso confessa dopo torture fisiche e morali. Poi ritratta. Il suo
giudizio sull’URSS è già cambiato prima dell’arresto. Appaiono quasi
ingenue e commoventi le iniziali valutazioni sulla costruzione del socialismo,
presenti nelle lettere ai familiari. Le scelte economiche dell’URSS sono
necessarie anche se dolorose: lì non esiste la disoccupazione, la
collettivizzazione delle terre porterà cibo per tutti (mentre nei paesi
capitalistici si soffre la fame), esiste il problema della coabitazione, ma sarà
risolto in breve tempo, quando l’industria pesante porterà benessere al paese
intero.
Significativa pure la certezza dell’imminente rientro in Italia. Il
fascismo cadrà entro breve tempo, travolto dalla crisi del capitalismo e sarà
sostituito dal potere del proletariato.
Queste speranze, queste certezze proprie anche di tanti intellettuali
europei che negli anni Trenta esaltano l’URSS (fa eccezione il solo André
Gide), lasciano spazio a considerazioni amare: il socialismo si è trasformato
in un potere personale che si regge sul conformismo, sulla paura, sulla forza;
il peso della burocrazia è totale, il lavoro non è liberato, l’informazione
è asservita; si è spenta anche la spinta internazionalista. L’animo ribelle
e libertario del comunista italiano non può piegarsi al dispotismo.
Il testo riporta alcune parti della autobiografia di Peluso,
significativamente intitolata Cittadino
del mondo. In seguito, ancora nel 1940, scrive una memoria difensiva in cui
ritorna su tanti episodi della propria vita. L’autrice non la ripercorre in
ordine cronologico, ma mostrando il cammino compiuto (conversazioni,
ritrovamento di documenti, indizi, testimonianze) in un singolare intreccio fra
l’URSS di ieri e la Russia di oggi.
Il fatto che una significativa personalità come quella di Edmondo Peluso
sia stata stroncata dalla burocrazia, dal dispotismo, da un meccanismo
oppressivo che ha divorato una intera generazione di rivoluzionari è quasi
metafora della degenerazione di una grande potenzialità, della “eterogenesi
dei fini” che il comunismo ha prodotto nella involuzione vissuta negli anni
Venti.
E’ grande merito dell’autrice avere riportato alla luce una bella
figura, sepolta dal tempo e da silenzi colpevoli.