Caroline Walker Bynum, Sacro convivio sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne nel Medioevo, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 476.
Appare finalmente in italiano un classico della storiografia di genere, cui fanno inevitabile riferimento tutti i recenti studi sulla religiosità femminile medievale.
I frutti di questa ricerca possono testimoniare, se ancora fosse necessario, per la fecondità dell’approccio di genere alla storia. Come la Bynum stessa dichiara in un’intervista, (http://www.neh.fed.us/news/humanities/1999-03/bynum.html) il suo punto di partenza è stato chiedersi se vi fosse o meno una differenza nel modo in cui uomini e donne pensavano a se stessi, alla propria chiesa o comunità religiosa. La domanda posta in questi termini, quindi non dando per scontato che una differenza dovesse esserci, si è rivelata proficua. I risultati della ricerca spostano radicalmente l’attenzione dalla castità e dalla povertà, prima considerati fulcri della religiosità medievale, al cibo e alla fisicità, completando, o quanto meno ampliando considerevolmente, la mappa dell’immaginario religioso medievale in nostro possesso, in modo da tener conto di entrambi i generi.
Il libro della Bynum si divide in tre parti; la prima introduttiva, che si rivolge esplicitamente ad un pubblico non specialista, ripercorre dall’antichità all’alto Medioevo la storia di alcune pratiche alimentari religiose (il digiuno, l’astinenza, la devozione eucaristica) e il ventaglio delle possibilità religiose a disposizione delle donne nel Medioevo: la tradizionale monacazione, le eresie, spesso più aperte alle donne della gerarchia cattolica, le nuove figure di religiose laiche e semi-laiche, come le beghine e le terziarie.
Nella seconda parte si passa nel vivo della ricerca esaminando e discutendo le fonti. La Bynum si basa sull’analisi, non quantitativa visto che il materiale risulta numericamente scarso, di scritti di mistiche, testi agiografici, e in misura minore anche di prediche, testi teologici e fonti iconografiche.
Notevoli le differenze tra
le diverse figure studiate, sia per provenienza (vengono prese in esame donne
vissute in Italia, Francia, Germania e nei
Paesi Bassi) sia per i ruoli sociali e religiosi (che variano anche in misura
considerevole col variare del tempo e dei contesti). Diverse anche le pratiche e
la simbologia religiosa femminile (astinenza, digiuno, devozione eucaristica,
preparazione e distribuzione caritativa del cibo, cura degli ammalati, visioni
mistiche). Eppure la religiosità delle donne risulta essere inevitabilmente
legata al cibo, come scrive la Bynum: “ il cibo, come simbolo e come fatto,
restò l’elemento cruciale”.
Il confronto con alcune figure maschili non fa che accentuare la prevalenza, per
le donne, di questo legame col cibo e col corpo.
Va notato che l’uso dei testi agiografici è stato particolarmente significativo, almeno nel contesto americano, perché questo tipo di fonti era scarsamente frequentato dagli storici d’oltreoceano prima del lavoro della Bynum.
La terza parte del libro è più teorica: in essa l’autrice mostra come le donne usarono questo legame col cibo per esprimere la propria religiosità e cerca i perché di questa scelta. Le pratiche alimentari ed ascetiche, spesso incomprensibili ad occhi contemporanei, non sono interpretate come un rifiuto di sé e del proprio corpo, né come il segno di un’interiorizzazione della misoginia dilagante nella società del tempo, bensì proprio attraverso il corpo e il cibo le donne riuscirono a porre un certo controllo, altrimenti impensabile, sul proprio corpo e sul proprio destino (ad esempio rifiutando il matrimonio), sulla propria famiglia e sulla comunità, e anche, con risultati forse sorprendenti, sulle gerarchie ecclesiastiche. Le sofferenze cui queste donne si sottoponevano divengono allora non negazione del corpo ma realizzazione di sé attraverso il corpo. Il tutto si situa in uno scenario in cui cibo e fisicità sono parte di un’unica sfera – il pane è il corpo di Cristo, il seno è il latte, il corpo è cibo –. In questo senso tali comportamenti, per quanto somiglianti nelle forme, non sono assimilabili all’anoressia e ad altri disturbi alimentari della società contemporanea, come invece avevano sostenuto altri storici.
È importante sottolineare
come i comportamenti di queste
donne non siano, secondo l’autrice, interpretabili come un rifiuto
dell’ordine costituito; per l’autrice si tratta invece dell’uso di
“spazi” di dissenso, di valvole di sfogo, che non minano in alcun modo la
morale comune del tempo, semmai con il loro estremismo la rafforzano.
Bynum propone anche di distinguere tra il bagaglio simbolico della religiosità
maschile, prevalentemente legato a simboli di inversione (rinuncia alla
ricchezza e al potere), da quello femminile, piuttosto legato ad esperienze
biologiche e sociali (maternità, sofferenza,
nutrizione).
Nell’epilogo l’autrice accenna all’importanza che la sua ricerca potrebbe rivestire per la società contemporanea. Riconoscere il forte impoverimento della simbologia legata al cibo e alla fisicità nella nostra società, rispetto alla ricchezza che caratterizzava questi aspetti della vita nel Medioevo, e proporre il recupero di tale ricchezza, seppure in forme diverse adeguate al nostro tempo.
L’apparizione di Holy feast holy fast, nel 1987, fu seguita da un fiorire di ricerche sulla religiosità femminile nel Medioevo; vale la pena citare alcune delle critiche più rilevanti sollevate negli ultimi anni. Il modello di religiosità femminile centrato sulla fisicità e sulle pratiche esteriori sembra risultare l’unico possibile per la Bynum che, nel suo libro, non ne rintraccia altri. Secondo alcune studiose, invece, operando delle distinzioni fra le scelte religiose, ad esempio studiando le mistiche piuttosto che le vergini, si possono individuare modelli diversi, ad esempio più intimistici e meno esteriori. Allo stesso risultato si approderebbe concentrandosi esclusivamente su scritti di donne.
Queste critiche trovano la Bynum, oggi professore di storia medievale alla Columbia University di New York, attenta e partecipe; insieme alla proliferazione degli studi sul tema esse ci sembrano il segnale dell’importanza e della vitalità di questo studio.
Barbara Di Gennaro