Alessandro De Giorgi, Zero Tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo, Roma, Derive Approdi, 2000, pp. 126, L. 24.000

Il libro di Wacquant Parola d’ordine: tolleranza zero, edito da Feltrinelli, si caratterizza per un tono divulgativo e giornalistico, vivace ed adatto allo scopo di svelare le mistificazioni retoriche che, sulla scorta delle campagna politiche del sindaco di New York Giuliani, sono approdate anche in Italia. Con un titolo simile è in libreria, da diversi mesi, un libretto edito da Derive Approdi, che contiene alcune riflessioni utili per una discussione sulla trasformazione del diritto in Italia. Gran parte del materiale cui si riferisce il libro di Wacquant, ossia l’origine dell’espressione Zero Tolerance e la messa in atto della politica di sicurezza di Giuliani, trovano accoglienza nella sintetica appendice del volumetto (pp. 103-117), che riassume i termini della questione, risalendo alla suggestiva immagine delle “finestre rotte” avanzata dalla “Monthly Review” nel 1982. In poche parole: esiste un legame diretto fra il degrado urbano e la criminalità. Se un ambiente urbano è abbandonato a se stesso, se i comportamenti devianti, ma non certo criminali, vengono tollerati (le finestre rotte, i bidoni della spazzatura incendiati), presto l’assuefazione impedisce di scorgere la natura violenta dei fatti. Se in un palazzo non ripari subito la finestra rotta, il palazzo subirà presto altri atti di vandalismo: il degrado urbano provoca un senso di abbandono e favorisce il maturare di comportamenti criminali. E’ necessario che la polizia reprima i comportamenti fastidiosi e molesti che offrono immagini degradate delle città: questo favorirebbe la riduzione della criminalità vera e propria. De Giorgi analizza sinteticamente la “cura Giuliani” messa in atto dal New York Police Departement: incremento organico della polizia, massima discrezionalità nella sua azione, pattugliamento aggressivo, e nel dettaglio: fine ai graffiti nella metropolitana, allontanamento degli homeless dai ripari notturni, sanzioni all’elemosina aggressiva e al lavaggio abusivo dei vetri delle auto. Il successo effettivo di queste strategie è messo in dubbio da tutti gli analisti. Il calo degli omicidi a New York è dovuto a queste strategie o alle trasformazioni del mercato della droga e quindi nell’azione delle gang rivali? E’ impossibile rispondere, nota De Giorgi, ma è impossibile non analizzare quali processi di esclusione ed inclusione sociale vengano attivati dalle tematiche della Tolleranza zero. Che conseguenze produce questa politica sui diritti individuali? Sui gruppi sociali marginali? Non si tratta forse di una vera e propria criminalizzazione della povertà, della marginalità? De Giorgi non enfatizza questo paradigma foucaltiano, ma offre illuminanti dati sull’aumento delle cause al NYPD per perquisizioni violente o abusi, sull’aumento delle uccisioni di civili, sulle morti sospette nei locali della polizia, sul consolidarsi delle pratiche razziste del NYPD verso afroamericani e latinoamericani.  Chi ha pagato a New York la strategia di Zero Tolerance? Graffitisti, prostitute, spacciatori, giovani dei ghetti.
    Pagato (in appendice) il tributo al titolo, il resto del libro introduce, a mio avviso, almeno due tematiche su cui impellente è una riflessione, innanzi tutto da parte dei cittadini tutti. In secondo luogo, da parte di noi storici.
    L’analisi condotta da De Giorgi, nei modi tipici e nel linguaggio – a tratti introverso ed oscuro, tipico di certi prodotti di Derive Approdi (rivista, gruppo di riflessione, casa editrice), fa emergere almeno due grandi paradigmi interpretativi. Innanzi tutto, l’analisi delle trasformazioni che il passaggio dal modello sociale fordista al modello sociali postfordista provoca nel campo del diritto e del controllo sociale. La sovversione del sistema di welfare, iniziata con le politiche neoliberiste di Reagan e Tatcher negli anni ottanta e proseguite negli anni novanta da molti governi europei anche di sinistra o centrosinistra, hanno prodotto un passaggio da un modello sociale (una cultura, un paradigma politico ed operativo) basato sul welfare state ad un modello sociale neoliberale in cui vengono meno i tradizionali ammortizzatori sociali. La rinnovata centralità della famiglia (e la rinnovata centralità dell’agire politico della Chiesa) fa da contraltare alla distruzione delle tradizionali “reti” protettive e alla necessità di una nuova salvaguardia dell’ordine rispetto ai pericoli insiti in una trasformazione economica e sociale di questa devastante entità. La sicurezza diventa allora l’asse politico centrale su cui costruire la funzione stessa dello stato nazionale di fronte ai fenomeni di globalizzazione. Per rendere chiaro il concetto, è illuminante l’esempio che Toni Negri fa nella sua introduzione al testo: lo stato neoliberale globalizzato fornirà pensioni miserabili, ma farà grande pubblicità alla sua capacità di proteggere le vecchiette in coda all’ufficio postale. Anzi: il terrore delle vecchiette sarà la sua principale risorsa. Il testo di De Giorgi offre una sicura risposta alle domande ansiose sul ruolo dello stato nazionale nei fenomeni di globalizzazione: ruolo tutt’altro che ridotto, anzi accresciuto in visibilità e proiezione pubblica. Qual è infatti il primo manifesto elettorale messo in campo dai due contendenti alla contesa elettorale italiana del 13 maggio? De Giorgi non poteva saperlo (il libro è apparso nel marzo 2000), ma Tolleranza Zero è una efficacissima guida alla decifrazione della presente campagna elettorale, anche se questo risultato è solo un sottoprodotto rispetto all’analisi centrale, ovvero quella, per dirlo con le parole di Toni Negri, della «traduzione di un nuovo “ciclo politico” ed “economico” in un nuovo “ciclo penale” o “punitivo”».
    La seconda suggestione del libro riguarda l’analisi dei flussi migratori. De Giorgi analizza la legislazione sulla materia, analizzando le modalità attraverso cui viene creato per l’immigrato una situazione di diritto diversa da quella in atto per il cittadino italiano, mostrando come la stessa infrazione preveda due tipi di punizione diversa. Il migrante ha obblighi che il cittadino italiano non ha, ed è oggetto di ampie discrezionalità da parte delle forze dell’ordine. La legislazione italiana, insomma (il cumulo di norme cui hanno messo mano prima Martelli, poi Napolitano, Jervolino e Turco) individua la popolazione migrante come un gruppo sociale pericoloso cui adattare un codice civile separato, diverso da quello adottato per i cittadini italiani, fino alla prefigurazione di quell’aborto dello stato di diritto che risponde al nome di “Centri di permanenza temporanea e di assistenza”. Questi, giuridicamente non ben definiti, sono diventati dei centri detentivi (“lager” amano chiamarli, con ragione anche se con enfasi,  i cittadini italiani fautori di un ritorno allo stato di diritto e alla massima “la legge è uguale per tutti”), dove, senza bisogno di alcun provvedimento di custodia autorizzato dalla magistratura,  un migrante può essere internato fino ad un mese, in una terra di nessuno giuridica, senza alcun diritto e senza alcuna protezione legislativa, solo per il fatto di essere un migrante. Si è dunque giunti alla distruzione di una norma data per assodata dalla civiltà giuridica occidentale, quella dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. I centri di permanenza temporanea si costituiscono come dei luoghi in cui vengono, coattamente e spesso violentemente, segregati individui privati di ogni diritto. Alle soglie di tali centri, il diritto lascia il posto all’arbitrio e l’individuo migrante diventa, utilizzando l’efficace termine usato da Alessandro Dal Lago, una “non persona”. Non c’è bisogno di seguire De Giorgi (in parte debitore alle suggestioni di Dal Lago) sulla progressiva identificazione fra devianza e immigrazione, quanto riflettere sull’ipotesi su cui si chiude il ragionamento di De Giorgi, che cioè la dimensione migrante diventa il banco di prova di una nuova normalità del diritto. La rottura dei paradigmi consolidati sul rispetto delle garanzie individuali operate dalla legge sull’emigrazione è, per De Giorgi, un paradigma delle stesse trasformazioni del diritto penale “normale” che assorbe il mutamento epocale in atto grazie alle politiche di immigrazione. Il controllo dei flussi migratori diventa allora, in quest’ottica, il banco di prova della trasformazione delle strategie di controllo penale in atto col passaggio da un diritto penale figlio della società fordista ad un diritto penale figlio della società postfordista.
    Tutto ciò ci tocca come cittadini, certamente. Ma, come storico, non posso non trovare interesse in una riflessione che pone l’accento sulle trasformazioni del concetto di cittadinanza. Come si è declinata la cittadinanza in un paradigma sciale fordista, in un sistema di welfare? Quali limiti, quali confini sono stati posti all’allargamento di tale diritto? Come si pone il problema della cittadinanza nella formazione dell’odierna Europa? Quali trasformazioni sono in atto nei concetti di universalismo giuridico su cui si è a lungo basata la società europea contemporanea? E per ricondurre la riflessione al tema in discussione nell’apposita sezione della rivista: che trasformazione ha il concetto di riforma legato al tema della cittadinanza? In quali direzioni si è mosso il sistema penale italiano dalla “riforma” Gozzini alla “riforma” della legge sull’immigrzione Turco-Napolitano?
    La riflessione è ancora agli inizi, ed è un fronte da cui lo storico non può ritrarsi

Carmelo Adagio