Alessandro Dal Lago, La produzione della devianza. Teoria sociale e meccanismi di controllo, Ombre corte, 2000, p. 126

    La casa editrice Ombre Corte, nata un paio di anni fa, ha già un ricco catalogo di pubblicazioni, in parte opere inedite, ed in parte ripubblicazioni di libri da tempo esauriti. E’ il caso di questo libro di Alessandro Dal Lago, pubblicato per la prima volta una ventina di anni fa, all’inizio degli anni ottanta. Il testo ripubblicato è preceduto da un’ampia introduzione, nella quale l’autore spiega i motivi della ripubblicazione e perché questa sua opera possa essere considerata ancora attuale (di Alessandro Dal Lago cfr. anche, su queste stesse pagine la scheda al volume Non persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 1999).
    All’epoca della prima pubblicazione, le società occidentali erano all’inizio di quella rivoluzione neoconservatrice che, applicando le politiche della “tolleranza zero”, ha portato alla criminalizzazione della cosiddetta“devianza”, intensa non solo come repressione di fenomeni di microcriminalità, ma anche come criminalizzazione di categorie sociali deboli come gli immigrati.
    Venti anni fa era molto in voga il dibattito sui concetti di potere e di conflitto, un dibattito allora attuale sulla spinta dei conflitti sociali degli anni sessanta e settanta e sulla spinta del pensiero foucaultiano. Come ricorda Dal Lago, “sulla scia dei movimenti di opposizione degli anni ’60 e ’70, non c’era aspetto della vita sociale che non fosse sottoposto a interrogazioni radicali”. Soprattutto la sociologia elaborava teorie del conflitto e del potere, sia la sociologia marxista che quella di altra ispirazione. Secondo Dal Lago, le teorie allora elaborate si dimostravano inadeguate ad elaborare soddisfacenti teorie del conflitto. Questo perché sarebbero state viziate dal positivismo. Le opere storiche e teoriche di Michel Foucault hanno rappresentato uno dei punti più alti dell’introduzione di nuovi paradigmi non positivisti, ed anzi anti-positivisti, nelle scienze sociali.
    Dal Lago prende spunto dall’analisi foucaultiana della microfisica del potere per analizzare la questione della devianza. Negli anni successivi Dal Lago si è occupato molto spesso dei rapporti tra sistemi di potere e forme di devianza sociale, nonché di analisi dei meccanismi dell’esclusione, trattando in particolare del fenomeno dell’immigrazione, perché è relativamente a tale fenomeno che oggi è più appropriato parlare di “devianza”. I migranti sono i “devianti” per eccellenza, coloro che sono supposti non potere o non volere conformarsi alle regole sociali delle comunità in cui vivono, sono devianti perché ritenuti dall’opinione pubblica una minaccia per la propria sicurezza.
    Venti anni fa la situazione era ben differente: l’Italia aveva ancora flussi di immigrazione praticamente nulli, ed i “devianti” non erano gli immigrati, ma piuttosto altre categorie sociali, espressioni della rivolta degli anni sessanta e settanta. Oggi, scrive Dal Lago, “sono i migranti provenienti dai paesi poveri a rivestire quel ruolo di “classi pericolose” che centocinquant’anni fa era riservato alla classe operaia”.
    Oggi la situazione sociale e politica è completamente cambiata: terminata la stagione dei grandi movimenti sociali, sono conseguentemente mutati anche i protagonisti dei fenomeni di “devianza”.
    Quello che rimane costante in questi venti anni è il meccanismo che mette in rapporto la devianza alle forme di legittimazione del potere.
    Come venti anni fa il potere politico reagiva al conflitto criminalizzandolo e tacciandolo di devianza, oggi di numerosi e precisi soggetti politici e sociali l’intenzione di “interiorizzare i migranti, di tenerli a distanza, di farne dei non-cittadini”. Agitare lo spauracchio della paura dei “devianti” serve, secondo Dal Lago, “come una formidabile risorsa politico-morale per stati la cui legittimazione è sempre più problematica”. Oggi più che mai, la “devianza” è a livello microfisico: “tutto l’occidente è ossessionato dal problema della sicurezza nelle strade, del contenimento della delinquenza, in breve dell’ordine microfisico”, e questo quando, “in realtà, nessun dato giustifica questa ossessione”.
    Basta aprire un qualsiasi giornale per accorgersi della paura di attori politici e sociali nei riguardi degli immigrati, considerati come un pericolo capace di disgregare la nostra società. Per questo, può essere un utile spunto di riflessione analizzare la questione dal punto di vista della “microfisica dle potere” e dei rapporti tra “devianza” e potere.

 Fabrizio Billi