Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nelleconomia globale, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 265 (ed. or. 1999)
«Oggi, a livello
internazionale, è più probabile
che stati e imprese private vengano puniti
per
aver falsificato un CD di Michael Jackson
che
per aver impiegato manodopera schiava»
Man mano
che ci si inoltra nella lettura di questo bel libro di Bales è
probabile che nella mente del lettore - così come è capitato al
sottoscritto prenda sempre più spazio un sinistro
interrogativo: perché mai il capitalismo dovrebbe rinunciare ad
uno strumento ad esso così funzionale come la schiavitù di tipo
contemporaneo, che fornisce mano d'opera a costo pressoché
uguale a zero, non coperta da alcuna garanzia e tanto flessibile
da poter essere persino eliminata fisicamente in caso di malattia
o di fine del lavoro? Sarà questo lo sviluppo futuro della
nostra economia? In realtà Bales si occupa solo tangenzialmente
di questo aspetto, ma l'accuratezza delle sue stime sui profitti
delle aziende basate sulla schiavitù (dal bordello dell'Eterna
prosperità a Bangkok ai minimarket della Mauritania - anche il
1.000 % di guadagno!), testimonia la sua attenzione per tale
fenomeno e forse la sua apprensione di fronte ad uno sviluppo
tanto aberrante del "libero" mercato.
Bales parte come
ricercatore sulle nuove forme di schiavitù per ritrovarsi, nel
corso delle sue indagini, militante dell'associazione Anti-Slavery
International . Tale punto di vista schierato e
necessariamente parziale non toglie nulla, considerato il
carattere vergognoso del fenomeno studiato, alla serenità
dell'analisi e del giudizio. Uno dei maggiori punti di forza di
un simile studio consiste proprio in questa capacità di
coinvolgimento del lettore, che fa sì che al termine del libro
molte cose non gli appaiano più come prima. Non si tratta di
effetto di poca portata!
In realtà lo studio
di Bales non concede molto al sensazionalismo e risulta anzi
fondato sui più classici modelli dell'indagine sociologica. In
primo luogo l'autore individua una sorta di
"Idealtypus" di schiavitù contemporanea (alla quale
stima siano soggetti oggi circa 27 milioni di individui),
paragonandola e mettendola a confronto con la forma classica di
schiavitù. Non mi pare inutile riportare la sua tabella
riassuntiva di questi due tipi:
schiavitù
classica
schiavitù contemporanea
- propietà legale
accertata
- proprietà legale evitata
- alto costo
d'acquisto
- bassissimo costo d'acquisto
- bassi
profitti
- elevatissimi profitti
- scarsità di potenziali
schiavi
- surplus di potenziali schiavi
- rapporto di lungo
periodo
- rapporto di breve periodo
- schiavi mantenuti a
vita
- schiavi usa e getta
- importanza delle differenze etniche -
irrilevanza delle differenze etniche
Le cause
individuate per lespansione di questo nuovo tipo di
schiavitù sono sostanzialmente tre: 1) lesplosione
demografica che ha inondato di milioni di individui poveri i
mercati del lavoro mondiali; 2) la globalizzazione economica, che
rende possibile limpiego dei capitali nei luoghi in cui la
manodopera è a più basso prezzo; 3) il cambiamento economico
nei paesi in via di sviluppo, che ha fatto crollare gli assetti
tradizionali, lasciando spazio a corruzione e avidità estreme.
Individuati tali
elementi, l'autore passa ad esaminare, con molta cognizione delle
differenti situazioni, i vari ambiti geografici in cui la
schiavitù oggi attecchisce e si sviluppa. Le nazioni su cui
focalizza la propria attenzione sono Thailandia, Mauritania,
Brasile, Pakistan, India; a parte il caso della Mauritania, dove
continua ad esistere una forma di schiavitù classica
(benché de iure abolita con ripetute quanto inapplicate
leggi abolizioniste - si veda il report
del Governo degli USA in proposito), negli altri paesi la
schiavitù di nuovo tipo ha trovato un fertile campo nei
tradizionali rapporti di sottomissione, soprattutto mediante il
meccanismo del vincolo da debito: un individuo o una famiglia
accettano un lavoro facendosi pagare una somma in anticipo. Da
questo momento, per saldare il debito, lavoreranno gratuitamente
(spesso ricevendo solo il cibo minimo per sopravvivere) per il
proprio datore di lavoro padrone, che avrà tutto
linteresse a fare in modo che il debito originario non
venga mai annullato, profittando spesso dellanalfabetismo
dei propri dipendenti-schiavi. A tale situazione di dipendenza si
possono aggiungere la coercizione fisica, le violenze
sessuali o meno sino alla soppressione dello schiavo non
più affidabile. La cosa appare ancora più crudelmente assurda
per il lettore, se si considera che nella gran parte dei casi
intere famiglie vivono per generazioni in stato di schiavitù per
un debito di poche decine di dollari, a volte ancora per meno.
Ci pare utile
osservare più nello specifico alcune situazioni analizzate
dallautore.
Thailandia.
La schiavitù presente in tale paese rientra nella categoria
della schiavitù da debito (la forma di gran lunga più diffusa
nel modo). In genere sono i genitori, soprattutto nella parte
settentrionale del paese, a vendere le figlie ai bordelli delle
città (spesso con finti contratti di impieghi più dignitosi),
ricavando una somma per loro considerevole, che può permettere
l'acquisto di apparecchiature HiFi o la tranquillità di un anno
di viveri. A questo punto le ragazze vendute - in genere
minorenni - sono vincolate ai loro proprietari, con il perverso
meccanismo della remissione dei debiti ad alto tasso d'interesse,
sino a che per vari motivi (spesso la contrazione dell'HIV)
questi non decidano di rispedirle a casa. Violentate e percosse -
e costrette al loro impegno anche dalla connivenza di un corpo di
polizia corrotto -, per tutto questo tempo sono costrette,
praticamente senza compenso, a compiacere a decine di clienti per
giorno. Tutta la cultura thai è connivente a tale situazione:
tanto la religione buddhista, per cui la donna è essere
inferiore, quanto la cultura "laica", profondamente
maschilista, non trovano nulla da eccepire su tale prassi. Sia
l'economia nazionale, che da tale commercio trae grandissimi
profitti, sia il governo, che preme l'acceleratore sul turismo
sessuale come fonte di guadagni, incoraggiano la pratica della
schiavitù sessuale. Da ultima, l'industria internazionale del
turismo sessuale incentiva tali patiche pubblicizzando le
possibilità di acquisto di giovani schiave (da importare
eventualmente nei paesi occidentali) per cifre irrisorie. Il boom
economico degli anni '80 ha portato a tali commerci (invero già
floridi nel paese) un'espansione enorme in Thailandia. La somma
che Bales stima per il volume di affari "sessuali" (tra
i quali quelli derivati dalla schiavitù costituiscono una base
non indifferente) "supera di tredici volte il totale che la
Thailandia ricava dalla fabbricazione ed esportazione di
computer, una delle sue industrie più sviluppate, ed è denaro
che si riversa sul paese senza alcun bisogno aggiuntivo di
costruire fabbriche o potenziare infrastrutture" (p. 77).
Il caso
dellIndia, per molti aspetti diverso, lascia
invece intravedere alcune possibilità di uscita. Nel paese la
schiavitù è presente in forma massiccia, e anche in questo caso
diffusissima è la schiavitù di minori, o meglio di bambini: le
fabbriche di fuochi dartificio e di tappeti, ad esempio, si
basano su questo tipo di manodopera. Ma anche lattività
agricola si fonda su questo modello, seguendo le linee della
schiavitù da debito. Bales descrive la vita e il mondo di alcuni
schiavi agricoli: come Baldev, contadino-schiavo nellUttar
Pradesh, vincolato ad un debito che al momento della
conversazione con lautore ammontava a 25 dollari. Ma
qualche cosa pare stia cambiando. Il governo indiano negli ultimi
due decenni ha infatti avviato un piano di riabilitazione degli
schiavi da debito che, nonostante rallentamenti e corruzioni, sta
cominciando ad ottenere alcuni risultati. Quando gli
impiegati del governo o dellassistenza pubblica
identificano dei casi di servitù da debito, esiste una procedura
standard per passare alla loro registrazione. Una volta
registrati, i debiti di questi lavoratori vengono immediatamente
cancellati ed essi sono liberi di lasciare i loro padroni. Per
metterli in grado di sottrarsi al rapporto di servitù, a ogni
famiglia viene dato un finanziamento di 6250 rupie, spesso in
terra o bestiame (p. 213). Esistono poi organizzazioni
governative preposte allindividuazione dei casi e
allassistenza, spesso affiancate da iniziative analoghe su
iniziativa dei singoli stati. La situazione descritta da Bales a
proposito dellIndia lascia quindi trasparire qualche
spiraglio di speranza. Quello che si sta creando seppur
con i fortissimi limiti dovuti allanalfabetismo, alla
tradizione e alla corruzione , più che un meccanismo
giuridico, è quello di una formazione alla libertà che passa
dallalfabetismo e dalla scolarizzazione sino
allacquisizione della consapevolezza dei propri diritti.
Molti aspetti del piano non hanno funzionato, ma questo
continua ad essere lunico piano al mondo in grado di
liberare dalla schiavitù da debito (p. 217). Quando si
riusciranno ad eliminare le sacche di corruzione e lo stato
indiano riuscirà ad applicare massicciamente il
piano, forse la schiavitù da debito declinerà con
maggiore rapidità.
Cosa si
può fare per fermare la schiavitù?. La parte finale del
volume è dedicata agli strumenti con cui il
lettore/cittadino/consumatore può contribuire alla lotta contro
la schiavitù. Non si tratta di strumenti agevoli, considerato il
carattere della nostra economia globalizzata, in cui il capitale
vola dove il lavoro costa meno (e quale lavoro costa
meno di quello schiavo?). Per il consumatore è ad esempio molto
difficile, quasi impossibile, sapere se il prodotto che compera
nel supermercato italiano è in realtà prodotto da manodopera
schiava, tanto più se commercializzato da una multinazionale.
Come è altrettanto difficile sapere se i propri fondi di
investimento traggono profitto da imprese che possiedono aziende
che subappaltano lavoro schiavo. I passaggi, i trasferimenti e le
dislocazioni sono tante che non si riesce a risalire sino
allorigine. Eppure, agire sui profitti è la
strategia chiave per porre fine alla schiavitù (p. 227).
Un esempio molto
valido del potere che il consumatore può far valere è quello
della Rugmark Campaign
per combattere la schiavitù dei bambini indiani nelle
manifatture di tappeti. La campagna, avviata da alcuni attivisti
e destinata ai consumatori, prevede che i tappeti delle aziende
che non sfruttino i bambini (e che versino un 1% dei loro
profitti per un piano di scolarizzazione nella regione) abbiano
un marchio, il Rugmark, che ne certifichi la produzione con
manodopera non schiava. Molti rivenditori negli Stati Uniti,
Olanda e Germania importano solo tappeti con questo marchio e
quindi slave-free.; alcuni rivenditori inglesi, invece, come
Liberty e Selfridges, hanno rifiutato di rifornirsi di tappeti
Rugmark (che naturalmente costano un po di più e
garantiscono profitti minori). Ecco, il consumatore può in
questo esercitare il proprio potere di scelta.
Ma spesso i
prodotti del lavoro schiavo raggiungono le nostre case in maniera
più subdola, trattandosi di materie prime e non di manufatti. Il
carbone prodotto dagli schiavi brasiliani può servire ad
alimentare la produzione di acciaio che poi viene utilizzato per
la fabbricazione di pezzi di automobile esportati in seguito in
varie nazioni: E evidente come sia complesso e quasi
impossibile per un acquirente di un veicolo valutare se in tutta
la catena produttiva si sia fatto uso di forza lavoro schiava.
Occorre però sviluppare degli organismi che - al pari di quelli
già operanti in campo ambientale - investighino su tali processi
e ne diano informazione ai cittadini. L'azione dell'ONU in questo
campo è troppo limitata dalle sovranità nazionali e dagli
interessi dei singoli stati. Possono di più le organizzazioni
non governative che hanno la finalità di tutelare i diritti
umani, quali Anti-Slavery International, Amnesty International e
Human Rights Watch,
che agiscono più liberamente nell'istruire le indagini e nel
diffonderne i risultati. Appoggiare tali organizzazioni è un
modo concreto per combattere la schiavitù. L'iscrizione, ad
esempio, ad Anti-Slavery International si può effettuare tramite
internet (modulo
d'iscrizione), prevede anche un livello gratuito di adesione,
che consente di ricevere periodicamente (e, sottolineo ancora,
del tutto gratuitamente) un report informativo delle attività
dell'associazione e delle principali situazioni nevralgiche del
pianeta. Per chi volesse, dallo stesso link, è possibile aderire
come soci sostenitori o come volontari. L'appoggio ad
Anti-Slavery International - anche quello minimo di iscrizione
gratuita - significa anche appoggio ai gruppi di attivisti ad
essa collegati che lottano nelle regioni in cui la schiavitù
esiste e in cui spesso gli abolizionisti sono perseguitati.
Per concludere, i
consigli di Bales per contribuire nella vita quotidiana alla
lotta contro la schiavitù si riassumono principalmente in 5
punti.
- 1. Appoggiare le organizzazioni antischiaviste (oltre a
quelle già citate, al termine di questa scheda elencherò le
principali).
- 2. Informare e sensibilizzare sul problema. Anche se il
mondo fa finta che la schiavitù sia un problema del passato
occorre parlarne, diffondere i libri che ne parlano e far
conoscere le organizzazioni che la combattono.
- 3. Porre domande ferme e precise agli istituti di
beneficenza, privilegiando le organizzazioni e le iniziative
rivolte al terzo mondo (adozioni a distanza, lavoro missionario,
assistenza medica, ecc.), che si impegnino nella lotta contro la
schiavitù.
- 4. Porre domande ferme e precise ai politici. Le
sanzioni economiche sono l'arma migliore per sconfiggere la
schiavitù. Quando i politici chiedono il vostro voto, chiedete
cosa fanno o s'impegnano a fare in questa direzione.
- 5. Porre domande ferme e precise al vostro ente
pensionistico e ai vostri fondi comuni d'investimento. Se non
ricevete risposte documentate che escludano che il vostro denaro
venga investito in imprese che traggono profitti dalla
schiavitù, portate altrove i vostri risparmi.
Da ultimo, dopo aver parlato di paesi e situazioni remoti, un brevissimo accenno alla schiavitù nel mondo "avanzato". Si tratta di un fenomeno in rapidissima ascesa. Proprio recentemente, in seguito all'uscita del volume di cui abbiamo parlato sin'ora, Bales ha rilasciato alcune interviste a organi d'informazione europei (riprese, con non molto risalto, anche da alcuni quotidiani italiani) in cui si occupava per l'appunto dell'aumento negli ultimi anni della schiavitù in Europa: l'Italia risulta essere il paese comunitario con il più alto numero di schiavi, "impiegati" con grandi profitti soprattutto nel campo della prostituzione. Un motivo in più - se ce ne fosse bisogno - per impegnarsi in una lotta, anche qui, nelle nostre città, a difesa del diritto fondamentale, senza il quale tutti gli altri perdono di senso e suonano stonati.
Principali associazioni non governative che lottano nel mondo contro la schiavitù (oltre, naturalmente, a quelle già citate):
- Global Alliance against Traffic in Women, Center for the Protection of Children's Rights e Task Force to End Child Sexploitation : concentrano l'azione soprattutto sulla prostituzione in Thailandia ed in particolare su quella dei bambini
- Sos Slaves e El Hol - organizzazioni per la liberazione degli schiavi in Mauritania (non ho trovato, comprensibilmente, home pages di tali associazioni)
- ECPAT italia: lotta contro lo sfruttamento dei minori quale nuova forma di schiavitù
- Global Survival Network: lotta contro la tratta di donne slave in tutto il mondo
- South
Asian Coalition on Child Servitude : coordina
alcune centinaia di organizzazioni, soprattutto indiane, contro
il lavoro minorile schiavo. Ha promosso programmi di
riabilitazione per gli schiavi indiani.
Paolo Albertazzi