Giorgio Agamben , Il tempo che resta. Un commento alla lettera ai romani, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, £ 35 000., pp. 164.

Alain Badiou, San Paolo. La fondazione dell'universalismo, Napoli, Cronopio, 1999, pp. 173

    La "promessa" di emancipazione contenuta nella lettera ai Romani di Paolo ne fa un testo denso di significati, non solo religiosi, né solo filosofici. Agamben per esempio va decisamente oltre il messianismo paolino, finendo per chiedersi se esista o meno una attualità dell'orizzonte messianico: riflettere sul messianismo ora che significato può avere? Ci serve, ci appartiene, appartiene al nostro modo di rappresentare il presente, il futuro? Può essere materiale  costitutivo del nostro essere animali politici?  
    IL messianismo, risponde per prima cosa Agamben, è l'opposto del pensiero apocalittico. Quest'ultimo è incatenato alla prospettiva di un futuro profetico, utopico, con tutte le connotazioni anche pericolose che il profetiamo comporta. L'ora del messianismo è invece  il tempo presente, che come tale  ci obbliga a declinare all'oggi la costruzione di un orizzonte messianico: il tempo che resta non sta in un prima astorico, né in un futuro altrettanto astorico, con pericolose connotazioni "liturgiche".  
    Per l'autore, il messianismo non si può connettere con la storia e con la sua ipotetica finalità, caratteristica che è propria invece del pensiero apocalittico; chiunque creda di possedere la chiave del futuro, o una idea di futuro e di sua profezia,  trasforma il messianismo (che è possibile solo in un orizzonte laico del tempo presente) in una personale e totalitaria ipoteca sul futuro. Il messianismo, se spostato dalla sfera del sacro a quella del secolare, non può che essere il tempo presente, l'oggi, il tempo che ci resta, quello che è individualmente e umanamente possibile, all'interno della vita di ogni singolo essere umano: non è quindi destino, è costruzione. Il risultato è la strada stessa che si percorre per ottenerlo. IL risultato non può quindi essere dato.  
    Ciò non significa allontanarsi dalla storia, negare all'individuo di avervi un posto, ma obbligarsi alla critica costante di sé per trovare ogni volta una risposta al mutare del presente: lo spirito del messianismo è per questo assai simile a quello della rivolta, con cui ha in comune la sospensione del tempo storico. (Furio Jesi, Spartaco): a distinguere rivolta e rivoluzione è proprio la diversa esperienza del tempo. Essere quindi dentro il tempo (la rivolta di Spartaco), e non auspicarsi in un tempo futuro (la prospettiva rivoluzionaria), è il tempo che resta.  
    Può sembrare un paradosso, ma l'orizzonte messianico, se connotato in questo modo, è la sola forma di homo faber laico, senza il presupposto di un dio, che si possa immaginare. E ad acutizzare la nostra percezione del tempo che resta non può non intervenire il passato, la memoria storica, che ci fornisce da un lato gli strumenti per trasformare il presente in una continua occasione, dall'altro, allo storico, fornisce il senso del proprio lavoro, che è in sostanza l'artigianale esercizio del senso critico, grazie all'uso della memoria del passato per acquisire una prospettiva personale.  Proprio perché il passato non spiega il presente, ma aiuta a trasformarlo, senza descrivere come vorrebbe invece il pensiero apocalittico, una traiettoria data.  
    Anche se non è nelle intenzioni dell'autore, quindi, il libro aiuta chi fa storia a concepire il proprio fare storia in modo "militante" (intendendo militanza come consapevolezza di un ruolo costantemente critico), e in questo tempo di confusione voluta sotto il cielo storiografico diventa importante ribadirlo.   
    - Nell'idea di felicità - scrive Benjamin in tesi di filosofia della storia - vibra indissolubilmente l'idea di redenzione. Lo stesso vale per la rappresentazione del passato, che è il compito della storia. Il passato reca seco un indice temporale che lo rimanda alla redenzione. C'è una intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo attesi sulla terra. A noi, come ad ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote uan debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto. Questa esigenza non si lascia soddisfare facilmente. (…) Ognuno dei suoi (del passato) attimi vissuti diventa una citation à l'ordre du jour, e questo giorno è il giorno finale."
(W. Benjamin, Angelus novus. Saggi e frammenti, Torno, Einauid, 1962, 2°, p 76).
    Ecco perché allora Agamben, lo studioso di Benjamin, si interroga sul messianismo di Paolo, perché Paolo rappresenta proprio il crinale fra passato,  presente, e un futuro tutto da costruire.  
    Il libro è frutto di un un seminario che ruota attorno ad una unica frase paolina: la riflessione  parte da Jacob Taubes, da Benjamin, per riconnettere questa prima frase di Paolo al ruolo cui il presente sottopone la "legge", una revisione critica che non può mai mancare, pena lo sprofondamento nella profezia. Il tempo che resta mette così, proprio per il valore che ha questa frase, Benjamin a confronto con Paolo.  
    Il risultato? Qui l'ipotesi è personale. Nel caso mio, l'ipotesi sembra essere saper cogliere in modo laico, nel tempo presente, appunto, quanto vi è di teologico, di fortemente motivazionale nelle concezioni che abbiamo di diritto positivo, cittadinanza, identità, stato (e qui entra in gioco tutto il pensiero da Marx in poi, lo so, Schmitt ), proprio perché in Paolo si incontrano pensiero ebraico e  greco, loro superamento e occasione per usare entrambi allo scopo di ricostruire una sacralità materiale, laica dell'uomo (l'homo sacer su cui da tempo Agamben si interroga).
    Contemporaneamente, però, il libro è una aperta denuncia della pericolosità insita nella trasposizione del piano messianico dall'orizzonte teologico a quello secolare: se, in aperta continuità con Benjamin, Agamben afferma nell'orizzonte individuale, e quindi nell'esistenza di un messianismo debole, la sola possibilità di esistenza del messianismo sul piano secolare, l'acquisizione di tale orizzonte, come motivazionale  di un intero sistema di pensiero, crea e avalla totalitarismi politici  per il fatto stesso che trasforma ciò che può raccordarsi esclusivamente ad un mito in una prospettiva  futura, in una aspettativa. Ne consegue la negazione dell'uomo, della sua autodeterminazione, della legge positiva, e l'emersione di un Behemot che giustifica ogni azione in funzione di quell'orizzonte.  
    Se, come ho detto, questo si coniuga con una percezione del passato anche come occasione perduta, e quindi come memoria, ma anche come senso del limite, dischiude nuove possibilità al presente, che, se irrealizzate, rientrano a far parte della memoria di cui si usufruirà nuovamente in futuro. A segnare intenzioni messianiche nei movimenti secolari e nel loro indice do pericolosità, è anche il falso rapporto con passato: la consapevolezza della memoria reale salva dalla prospettiva totale del messianismo e quindi dalla costruzione di una liturgia laica che vi sia adegui; la finzione di un passato che no c'è mai stato, proprio perché deve connettersi a filo doppio con un obiettivo futuro che si vuole come punto terminale, è il segnale dell'uso politico del messianismo. Inventarsi una tradizione equivale quindi ad avvalorare un futuro che promette, e in nome del quale ci si sente autorizzati ad agire.  
    Agamben, quindi, pur avendo impostato il seminario su Paolo e sulla funzione di Paolo nella tradizione teologica occidentale, dimostra come, se sul piano teologico tale centralità è stata spesso dimenticata, essa è stata pericolosamente utilizzata al fine di giustificare la violenza politica organizzata, e la trasformazione di un substrato arcaico dell'umanità, il mito, in una promessa di salvezza terrena.  IL risultato, mi pare, è ricordare ai laici che spesso concetti come identità, stato, diritto, troppo spesso vengono declinate in termini e con modalità ambiguamente teologiche. Quando non ve ne sarebbe alcun bisogno.  
    Si può non essere d'accordo su questa lettura del corso storico, per il suo non relativizzare, ma riattualizzare termini come materialismo storico. Ma non penso che si possa negare il suo porre nella giusta prospettiva relativista crociate, idealità, la cui ambiguità va continuamente tenuta sotto controllo proprio dalla consapevolezza della debolezza del messianismo secolare: debolezza che consiste nella sua  impossibilità di essere totalizzante. Taubes e Agamben affermano che "avere il messia alle spalle non è una posizione comoda, ma averlo perennemente davanti non è una posizione comoda", e, aggiungerei io, molto molto pericolosa.  
    Anche se, sia chiaro, non è detto (e proprio qui ci salva proprio il buon esercizio della memoria), che ogni volta che sentiamo Wagner ci venga voglia di invadere la Polonia.

    PS. Sull'attualità del messaggio paolino e sulla interpretazione di Agamben è il caso di far notare che quasi contemporaneamente ad Agamben è uscito da Cronopio il libro di Alain Badiou, San Paolo. La fondazione dell'universalismo, che espone una tesi direttamente opposta a quella di Agamben. Legato a Deleuze e Foucault, Badiou oppone al tempo che resta, identificato da Agamben nel messianismo debole paolino, un universalismo di natura trascendente, un evento, incondizionato. Se Agamben dunque legge nel nesso Taubes - Paolo la inassimilabilità e nel contempo il legame con il tempo cronologico, con il suo scorrere, del tempo messianico, Badiou ne nega proprio la storicità riportando il messaggio paolino all'incondizionato, al piano dell'attimo, dell'evento (il legame con Deleuze ma anche con Foucault ne vizia u po' la tesi, anche se forse potremmo idre lo stesso del legame di Agamben con Benjamin.

    Come mai però ci colpisce di più Agamben? Forse proprio perché ha il coraggio di mettere l'accento sulla pericolosità della trascendenza quando si collega con il tempo storico, mentre l'immanenza rende il tempo storico a tal punto sospeso da non negargli mai possibilità, contro il rischio di una reideologizzazione della trascendenza come finalizzazione del tempo storico e relativizzazione storica  e culturale.

Simona Urso