Minimo Storico ha deciso di affrontare periodicamente la discussione collettiva su un testo di particolare importanza. L'importanza può essere determinata da diversi fattori: la rilevanza scientifica, il rilievo del tema scelto, la ripercussione sui media, o una sintesi delle varie motivazioni.

Focus della redazione di Minimo Storico su
E. Hobsbawm, Intervista sul nuovo secolo, Bari, Laterza,  1999, a cura di Antonio Polito

La discussione sull'intervista di Antonio Polito ad Eric Hobsbawm ha creato all'interno della redazione di Minimo Storico una vera e propria concordia di opinioni, per altro anomala per la tradizione della rivista. Il dibattito è ruotato attorno ad alcuni temi portanti, che tenterò di riassumere in queste poche righe. Ognuno di essi, lo anticipo, ha portato con sé però un altrettanto denso problema storiografico.

E' emerso, come primo dato condiviso, innanzi tutto, un giudizio non positivo sulla qualità complessiva dell'operazione editoriale. Avere sottomano, per Polito, colui che è probabilmente il maggior storico marxista, e ormai il più longevo, poteva avere un grosso significato, alla fine del secolo in corso. Soprattutto perché proprio quello storico aveva scritto un libro, non molto tempo prima (Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995; ed. originale: The Age of extremes. The short Twentieth Century, 1914-1991, London, 1994),  in cui aveva decretato la fine del secolo con la caduta del muro di Berlino, con la fine di un orizzonte bipolare e con il declino del modello fordista.

L'idea di secolo breve, che aveva guidato l'ultima fatica storiografica hobsbawniana, viene in parte ad infrangersi di fronte all'urgenza di un presente che sembra smentirla (ci riferiamo naturalmente alle due guerre combattute nei Balcani e ai nuovi equilibri fra Europa e Stati uniti; al mutamento rapido del fronte medio orientale nella ridefinizione di questi equilibri; alla trasformazione del mercato mondiale e del capitalismo finanziario), e che pare necessitare una nuova periodizzazione per la storia del secolo, ora declinabile come un secolo "lunghissimo". Già questo, di per sé, avrebbe obbligato l'intervistatore a mettere Hobsbawm a confronto con le proprie idee di pochi anni prima.

Non solo, ma proprio ripartendo da quel secolo breve, l'intervista avrebbe potuto mettere alla prova un'altra fra le tesi principali del libro di Hobsbawm, che forse i fatti ora stanno confermando: l'idea che l'URSS avesse avuto una funzione calmierante nei confronti del capitalismo occidentale, costretto, per autodifesa, ad incivilirsi, ad accettare la sfida dell'uguaglianza sociale e del welfare. Ora, dopo il crollo della barriera sovietica, l'abbandono, da parte dell'Occidente, del progetto di stato sociale e l'acquisizione di un paradigma economico-sociale liberista e deterritorializzante, i fatti sembrano dare ragione alla tesi dello storico.  Questo tema, che fu fra i più contestati del libro di Hobsbawm, avrebbe da solo giustificato una "intervista di fine secolo".

Ciò non è stato. Perché altri sembravano gli obiettivi dell'intervista di Polito, in particolare uno, che ha, a nostro parere, reso irritante tutta l'operazione editoriale. L'intervista allo storico, e al testimone del tempo, è stata impostata con la convinzione che gli si dovessero chiedere non tanto giudizi sul presente e sull'esito del passato, ma sul futuro, come se il ruolo dello storico fosse quello di un futurologo, più che di uno scienziato. Cosa può aspettarsi, dunque, da lui l'intervistatore? Prognosi su ciò che ci aspetta? E in quale veste? Di testimone del tempo? O, come Polito sembra preferire, di tuttologo e opinionista?

La domanda che tutta la redazione si è posta, a quel punto,  diventava inevitabile: quale immagine pubblica dello storico emerge, da questo libro? Quale senso comune è affiancato alla figura dello storico?  Fare storia significa forse profetizzare? Il mercato delle idee, o se si preferisce il mercato editoriale delle idee, sembra proporci proprio questo. Che il lavoro di Polito contribuisca a tale "senso comune" è evidenziato dalla natura delle domande formulate, cui l'intervistato fornisce  risposte che, se in alcuni casi non vanno oltre il semplice buon senso, (la pervasività della globalizzazione epperò la sua funzionalità; né Polito né Hobsbawm accennano però al problema del controllo delle informazioni, al nuovo ruolo della finanza, e la suo legame con il mondo stesso dell'informazione), in altri casi sono del tutto inutili, come sono altrettanto inutili e quasi casuali le risposte. Ad esemplificarlo la richiesta di un giudizio su Blair: l'esito è abbastanza grottesco, perché alla gratuità delle domande faceva puntualmente eco l'inutilità delle analisi proposte come risposte (che vantaggio ricaviamo dal paragone risolto in una battuta, fra Blair e la Thatcher?: "Blair sembra una Thatcher in pantaloni più di chiunque altro nell'Europa di oggi").

Che poi le risposte dello storico siano ingenue, perché appiattite dall'intervistatore su una attualità quasi da rotocalco che con il giudizio storico poco ha in comune, è dimostrato dalla analisi hobsbawniana su D'Alema, di cui non coglie la trasformazione, come personalità politica rispetto al tradizionale funzionario di partito. D'Alema non viene dunque analizzato quale è (che ciò piaccia o no, perché il giudizio politico è altro dal giudizio storiografico), cioè un nuovo tipo di leftist, il protagonista di un mondo politico che nulla ha in comune con quello cui Hobsbawm fa riferimento per i propri giudizi ("D'Alema è diventato premier provenendo dal vecchio ceppo dei funzionari di partito. In altri casi la selezione è espressione del corpo parlamentare, come nel caso di Blair"). Fa eco, a questa ingenuità di Hobsbawm, una certa miopia storiografica da parte sua nell'analisi della sinistra europea:  il limite che mostra come lo storico sia legato ad una idea tradizionale di sinistra progressiva, ancora radicata nel solco della rivoluzione francese. La diffidenza dello studioso verso le nuove forme della politica, che giudica negativamente perché basata non su progetti complessivi ma basati su single issues, e quindi incapaci di accedere ad una idea complessiva della politica, mostra come la sua analisi dei processi degenerativi della politica sia in realtà monca, perché non pone mai al centro proprio la trasformazione endogena della forma partito. Su questo Polito avrebbe dovuto essere più pressante, mentre si lascia sfuggire l'occasione per incalzare lo storico (visto che si assegna il ruolo di intervistatore del profeta e del tuttologo, può anche permetterselo) sulle contraddizioni forse non sanabili della modernità e del ruolo della cittadinanza nell'odierno spazio nazionale. Ma nulla di ciò emerge né dalla riflessione dello studioso, che si mostra ancora ancorato ad una immagine bipolare e partitica dell'Occidente; né dalle domande di Polito, che sembra più intenzionato, da un lato, a strappargli perle di anziana saggezza, dall'altro a dimostrare come anche lo storico, alla fin fine, ci tenga ad affermare di vivere nel migliore dei mondi possibili.

A dimostrarlo è, ancora una volta, l'analisi della sinistra italiana, Con adeguate forzature, l'intervistatore porta l'intervistato ad analizzare la situazione italiana, alla cui sinistra riserva un compito, mostrando in essa una fiducia che probabilmente non ha. Ma dimostra nel contempo di non possedere una conoscenza aggiornata dei processi in corso: la sua riflessione condivisibile sulla resistenza e sui suoi valori, e nel contempo la speranza riposta nel centro sinistra, sono elencati senza alcun passaggio sul ruolo della memoria nella attuale fase storica della repubblica italiana, su memoria e riconciliazione, e successivo ridimensionamento della Resistenza. Né l'intervistato né l'intervistatore vi vedono un contraddizione. Passi per l'intervistato, cui forse si chiede qualcosa che oggettivamente non può dare, ma l'intervistatore?

Altri sono i punti dolenti della intervista, in cui lo storico non fa una splendida figura: sarebbe stato interessante se Polito avesse chiesto conto ad Hobsbawm di alcune sue vecchie tesi, proprio in una fase storica in cui l'oggetto cui esse erano legate sembra venire meno: nei passi del libro in cui lo storico raccontava di sé e della propria storia personale, valeva la pena domandargli se sostiene ancora quanto scrisse nella introduzione alla storia del marxismo del 1978: che solo la simpatia fra storico e oggetto della ricerca può determinare la scelta del tema da analizzare e far fare una scelta allo storico. E ora, che l'oggetto sembra scomparso, dove deve spostarsi la simpatia?
 

Se l'intervistatore, poi - e questo è emerso con particolare forza dalla nostra discussione -, avesse conosciuto gli ultimi scritti di Hobsbawm, in particolare quelli pubblicati in De Historia, avrebbe dovuto porre allo storico un problema: come l'idea di invenzione della tradizione si può conciliare con il problema della funzione legittimante del mito? Cosa è definibile come mito,  in un momento in cui per cancellare la memoria del passato si tenta di demonizzare il patrimonio culturale elaborato e acquisito? In un momento in cui i nazionalismi (altro tema di uno studio hobsbawniano) si ridefiniscono localmente sulla ricostruzione di miti inventati? Tutto è dunque mito? Se la esistenza di una Resistenza come episodio fondante viene accettata dallo storico, perché demonizzare, come negli ultimi saggi (che Polito avrebbe potuto procurarsi agevolmente), la storia di Israele definendola come costruita sul mito fondante della shoah? Non si intravedono pericoli? E quale è il nesso fra ricostruzione mitica e simpatia intellettuale ed emotiva con cui il marxista studia il marxismo? Cosa è mito e cosa non lo è in storiografia?

Nulla di tutto ciò interessava l'intervistatore. E ciò ci ha fatto riflettere su alcuni punti di metodo

1) il ruolo dello storico è sempre più un ruolo pubblico, per cui non importa cosa egli abbia a dire, ma cosa può pronosticare per il futuro, e come tale va intervistato. Che tale ruolo sia pubblico è ampiamente dimostrato dal fatto che questo libro vuole identificare nello storico più che uno specialista, un custode della memoria, che su questa base possa dare giudizi sul presente, ma un presente appiattito dalla prevalenza del senso comune, cui i media abituano il lettore. Il risultato è che tale appiattimento induce l'intervistatore a condurre le domande con lo stesso senso comune, e di conseguenza l'intervistato a rispondere sulla stessa "modalità comunicativa". Perché l'intervista ha avuto successo? Perché modula una forma intervista cui è abituato il fruitore di giornali e di talk show.

2) Proprio perché tale ruolo è pubblico, se si riesce a strappargli una benedizione sulle future sorti progressive della nuova sinistra al governo, ciò acquista il tenore di una santificazione. Se poi si indulge nella descrizione dell'intervistato come di un buon vecchio marxista pacificato, l'impresa funziona anche meglio. Le interviste agli storici, quindi, sono spesso inutili. Se condotte da giornalisti, poi, e da loro confezionate in un libro, di solito servono all'obiettivo del giornalista, non dello storico. Qualche redattore di Minimo Storico, maliziosamente, forse, ha paragonato, per la strumentalità delle domande, l'intervista a Hobsbawm a quella di Federico Rampini a D'Alema.

Simona Urso