La questione etnica in Africa centrale
Sulla questione etnica gli africanisti si dividono in "decostruttivisti" e "primordialisti". I primi sostengono che le etnie sono, in gran parte, costruzioni del periodo coloniale e che occorre pertanto "decostruire l'oggetto etnico", secondo le parole di Amselle nel libro Au coeur de l'etnie. Ethnies, tribalisme et ètat en Afrique.
De Villers, nel libro L'africanisme belge face aux problemes d'interpretation de la tragedie rwandaise distingue i "primordialisti" come Reyntjens e Willame che affermano il carattere etnico della distinzione hutu-tutsi e la sua importanza centrale nelle vicende politiche e sociali, anche se non unica causa dei conflitti, gli "strumentalisti" come Chrétien e Braeckman che negano le etnie e le vedono come una costruzione prima del colonialismo, poi dei dirigenti politici post-coloniali (in Rwanda degli hutu per reprimere i tutsi e viceversa in Burundi), ed infine i "contestualisti" come Vellut, che ha posizioni simili ai primordialisti ma con qualche distinguo.
I più importanti autori decostruttivisti sono Braeckmann, Amselle, M'Bokolo, Jean Chrétien. Un testo fondamentale è il libro, curato da Amselle e M'Bokolo, Au coeur de l'etnie. Ethnies, tribalisme et ètat en Afrique, che contiene diversi saggi, tra cui uno di Jean Chrétien Hutu et tutsi au Rwanda et au Burundi. In Italia la polemica tra decostruzionisti e primordialisti è animata da Claudio Carbone e Claudio Moffa. Moffa sostiene le tesi primordialiste e sostiene che come durante l'epoca coloniale l'esaltazione della differenza hutu-tutsi era funzionale all'egemonia dei secondi sui primi, giustificata da teorie darwiniste e razziste, oggi inventarsi un passato precoloniale aconflittuale, negare l'esistenza di etnie, sarebbe funzionale all'egemonismo tutsi. Moffa ricorda i rapporti delle autorità coloniali tedesche che affermano l'esistenza di una netta divisione hutu-tutsi, come per esempio una lettera del residente imperiale Kandt del 1911 in cui scrive che i rapporti hutu-tutsi sono rapporti servo-signore, oppure i "Rapports annuels des missionaires d'Afrique", che ricordano l'esistenza di conflittualità tra le due etnie.
Secondo Carbone invece i primi europei vedono le società burundese e ruandese divise etnicamente e socialmente più per una serie di equivoci che per il fatto che fossero effettivamente così stratificate. Gli equivoci sarebbero dovuti, come sottolinea anche Claudine Vidal, al fatto che i primi europei in Rwanda visitarono zone speciali, e che per una epidemia le mandrie erano state raggruppate, dando così l'impressione che appartenessero a pochi grandi proprietari.
Vi è poi la questione se hutu e tutsi siano popoli oppure classi sociali. Secondo la cosiddetta "ipotesi hamitica", nata alla fine del secolo scorso, popolazioni provenienti dall'Egitto e dall'Etiopia avrebbero migrato verso sud e si sarebbero insediate nella regione dei grandi laghi, dove già vivevano popolazioni bantu, gli hutu, che precedentemente là si erano insediate sottomettendo le originarie popolazioni pigmoidi, i batwa. Vi sono studiosi che affermano che hutu e tutsi non erano etnie, ma classi o ceti. Lo studioso belga J. Bourgeois sostiene che "essere tutsi è una situazione sociale e non razziale" e che pertanto tutsi non si nasca ma si diventi acquisendo ricchezza. Jean Chrétien invece sostiene che hutu e tutsi non sono neanche classi, piuttosto sono dei "superclan", dei gruppi di potere.
Una buona sintesi delle posizioni primordialiste e decostruzioniste per quanto riguarda il Burundi si trova nel primo capitolo del libro di Stefano Allovio Burundi. Identità, etnie e potere nella storia di un antico regno, mentre il saggio di Jean Chrétien Hutu et tutsi au Rwanda et au Burundi ricostruisce la nascita dell'ipotesi hamitica.
Come racconta Chrétien, i primi viaggiatori europei in Africa centrale si stupirono di trovarvi dei regni organizzati anziché la situazione di barbarie che si aspettavano. Le impressioni estetiche giocarono un grande ruolo nel classificare le etnie. L'ideal-tipo dell'uomo bianco era la statua greca. A questo si aggiunsero teorie desunte dalla Bibbia, come la migrazione di popolazioni camite (termine germanizzato in "hamitiche" dopo il crollo della torre di Babele). I tratti di "civiltà" presso le popolazioni africane vennero considerati importati. Così, si vedevano nei Galla discendenti dei Galli, nei Fang dei Germani, nei Peul dei giudeo-siriani, nelle popolazioni dello Zimbabwe dei fenici e negli Zulu dei sumeri. Gli studiosi europei (Seligman, Sasserath) opponevano negri e camiti, e sostenevano che la civiltà in Africa sarebbe stata portata da pastori camiti, esiliati per punizione dopo la caduta della torre di Babele, come scrive Padre Vigoroux nel Dizionario della Bibbia. L'ideologia hamitica si traduce nell'ipotesi formulata da Spike nel 1863 di una migrazione Galla. Stupito dalla raffinatezza delle corti dei regni interlacustri, Spike pensò ad una ascendenza etiope, e così pure gli esploratori Baumann e Von Gotzen. Gli amministratori coloniali prima tedeschi e poi belgi, sulla base di queste teorie, elessero i tutsi come classe dirigente prediletta, associando i tratti fisici ai tratti morali. Vennero identificati hutu e Bantu (termine creato nel 1850 dal filologo Bleek per definire una famiglia linguistica) ed a loro vennero opposti i tutsi, differenti, secondo gli europei, fisicamente, moralmente ed intellettualmente. Può oggi sembrarci strano che gli europei del secolo scorso dessero tanta importanza ai tratti somatici, ma non bisogna dimenticare che nel corso dei secoli si era formata nell'immaginario degli europei l'idea che "l'altro" fosse barbaro e che pertanto se si riscontravano tratti di civiltà in società non europee essi fossero da attribuire a fattori non autoctoni, e l'ipotesi hamitica era proprio una spiegazione di come questi fattori esogeni potessero essere presenti in Africa. Una descrizione di come si formò, a partire dal Settecento, l'immaginario europeo dei popoli degli altri continenti, si trova nell'introduzione di S. Contarini alla ripubblicazione del libro dell'esploratore francese F. Levaillant Primo viaggio nell'interno dell'Africa. Contarini ricorda come nel Settecento gli europei si fossero formati una idea degli altri popoli come società con usi, costumi e valori assolutamente irriducibili a quelli europei, e come questa idea venisse coniugata o nell'immagine roussoviana del "buon selvaggio" o in quella del barbaro assai più vicino agli animali che all'uomo, concezione sistematizzata da Kolb e successivamente ripresa, tra gli altri, anche da Leopardi. Del resto, come dimostrano le ricerche sull'immaginario europeo riguardo agli africani, certi stereotipi sono sopravvissuti a lungo, e non sono ancora del tutto scomparsi. Non stupisce perciò che il mondo scientifico e culturale europeo nel secolo scorso escogitasse costruzioni come la teoria hamitica per giustificare la propria idea dell'altro, formatasi nel corso dei secoli.
Queste concezioni europee hanno profondamente inciso sulla struttura sociale e politica dei regni interlacustri, che avevano strutture sociali e forme di governo diversificate tra loro. Per esempio, mentre nel Rwanda c'era una dinastia tutsi con forti autonomie dei vari signori feudali, alcuni dei quali hutu, in Burundi la dinastia dei Baganwa non era né tutsi né hutu, anzi forse era probabilmente di origine hutu. Inoltre sia in Rwanda che in Burundi hutu e tutsi parlano la medesima lingua (il banyarwanda in Rwanda e il kirundi in Burundi), condividono gli stessi valori, la stessa religione: tutto ciò non corrisponde all'idea europea, sviluppatasi soprattutto nel secolo scorso, di coincidenza tra popolo, lingua, tradizioni, costumi e religione.
Per capire quale potesse essere il concetto di etnia o di popolo o di classe sociale nei regni interlacustri è utile il libro di V. Lanternari sui batwa del Burundi. L'autore, basandosi su ricerche etnologiche condotte sulle fonti orali negli anni sessanta, nota l'avversione nutrita da hutu e tutsi nei confronti dei batwa, veri paria della società, oggetto di discriminazione. Difficile però dire se fosse discriminazione sociale od etnica, certo è che venivano considerati come una comunità estranea alla società degli hutu e dei tutsi.
Quello che si può invece rilevare con gli strumenti dello storico (nel caso specifico le fonti scritte degli amministratori coloniali e dei missionari) è come gli europei hanno "manipolato" le etnie. Come narra Chrétien, soprattutto a partire dagli anni '30 ci fu una eliminazione massiccia dei dirigenti hutu da parte delle autorità belghe. Si formò così una classe dirigente tutsi, sotto l'egida della Chiesa e dell'amministrazione coloniale. I luoghi fondamentali della formazione di questa classe dirigente sono la scuola superiore di Astrida ed i seminari. L'intervento della Chiesa belga, prima nel creare l'élite tutsi fondando questa scelta sulle Sacre Scritture, poi nel creare l'élite hutu in funzione anti-indipendentista, è ottimamente descritta nel libro di C. Braeckman Rwanda. Storia di un genocidio. Alla fine degli anni 50 si era così sviluppata una coscienza etnica ben definita nelle popolazioni del Rwanda e del Burundi. In quel periodo però nella Chiesa si inizia a favorire gli hutu, per impulso dell'Azione Cattolica e dei cristiano-sociali belgi, che sospettavano i tutsi di simpatie filo-comuniste. La realtà era che, essendo i tutsi l'élite del paese ed esprimendo ormai posizioni nazionaliste favorevoli all'indipendenza dal Belgio, l'anticolonialismo era visto dalle autorità belghe e dalla Chiesa come bolscevismo. Nasce così una contro-élite hutu all'interno della Chiesa, che darà vita alla cosiddetta "rivoluzione sociale" nel 59-61, con rivendicazioni apparentemente democratiche da terzo stato contro l'élite tutsi. Il processo di etnizzazione in Burundi avviene sotto la spinta degli avvenimenti ruandesi. Secondo Chrétien pertanto le rivalità etniche nascono dalla politica filotutsi dei belgi.
La questione etnica è oggi centrale (sia che se ne affermi l'esistenza, sia che si ritenga nasconda altri interessi) nei conflitti della regione dei grandi laghi, Rwanda, Burundi e regioni orientali del Congo, per questo la maggior parte delle pubblicazioni riguardano questa regione.