“Studi Piacentini” N. 37, dicembre 2006, dedicato a Stefano Merli (atti della giornata di studi su Stefano Merli, tenutasi a Piacenza il 3 dicembre 2004)
 

La nuova serie della rivista dell’Istituto storico della Resistenza di Piacenza si apre con un numero monografico dedicato a Stefano Merli, che riporta gli atti della giornata di studi tenutasi a Piacenza il 3 dicembre 2004, a dieci anni dalla morte.
Stefano Merli è stato studioso del movimento operaio e militante politico. Serena Groppelli, in apertura della rivista, ne traccia un breve profilo biografico.
Nato nel 1925 a Podenzano, in provincia di Piacenza, dopo la laurea nel 1949 lavora alla Fondazione Felrinelli. Negli anni cinquanta, assieme a Luigi Cortesi, dirige la “Rivista storica del socialismo”. Tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta fonda e dirige la rivista “Classe”. Successivamente dirigerà la rivista “Socialismo - storia”. Si tratta di riviste, soprattutto le prime due, come ricordato in diversi interventi, che hanno avuto una importanza notevole negli studi storici, così come sono stati importanti libri come Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, definito sia da Maria Grazia Meriggi che da Attilio Mangano il suo capolavoro.
Oltre ad essere stato accademico a Siena, Venezia e Milano, Merli è stato anche un militante politico. Socialista per radici familiari e convinzione personale, (come aveva ricordato Collotti Pischel “si è dichiarato socialista fin da ragazzo”, precisando sempre di “essere socialista e non comunista”, p. 28), in occasione della scelta del Psi di governare con la Dc, partecipa alla scissione della sinistra socialista che darà vita al Psiup, nel 1964.
A Piacenza sarà dirigente della locale Federazione del Psiup tra la fine degli anni sessanta e fino allo scioglimento del partito nel 1972. Successivamente sarà impegnato in organizzazioni della nuova sinistra (nuovo Psiup, Pdup, Dp), per poi iscriversi al Psi negli anni ottanta.
Quando si dedicano convegni e pubblicazioni a persone scomparse, è perché si ritiene che abbiano fatto qualcosa di importante, che può essere utile ancora oggi, o che comunque vale la pena di essere ricordato. Come si chiede Attilio Mangano, “come recuperare Stefano? Come continuare ad occuparsene”? (p. 42)
Dagli interventi raccolti nella rivista, credo si possa dire che l’importanza di Merli come storico stia nel valore dei suoi studi sul movimento operaio, e nel metodo di lavoro che ha sempre privilegiato una ricerca più completa possibile delle fonti.
Per quanto riguarda la sua attività politica, rimane di interesse il suo percorso di ricerca di un socialismo libertario, un “problema che Stefano non ha risolto: il socialismo possibile”. (p. 42)
Merli è stato, come scrive ancora Attilio Mangano, un intellettuale militante, che coniuga la ricerca e la battaglia politica. Sì, ma come la coniuga? Mantenendo sempre fede al rigore filologico, alla ricerca delle fonti, all’analisi dei documenti. Questo rigore dello storico è ricordato in più d’un intervento.
Maria Grazia Meriggi nota che “gli storici più rigorosi sono quelli che hanno anche avuto esperienze di lavoro in archivio o in biblioteca e quindi si sono misurati in un corpo a corpo appassionato con il problema di raccolta e di organizzazione delle fonti senza le quali non si fa un autentico lavoro storico”. (p. 44) Per Merli l’attenzione ed il rispetto per le fonti erano diventate pane quotidiano fin dagli anni in cui lavorava alla Fondazione Feltrinelli, schedando periodici.
Questo rigore filologico, ricorda ancora Maria Grazia Meriggi, rimane un insegnamento valido. Anzi, è più che mai valido oggi, in tempi in cui ha tanta parte l’uso pubblico della storia, vale a dire un uso strumentale, che è possibile “solo evitando la verifica delle fonti”. (p. 44)
Anche Attilio Mangano rileva il rigore filologico di Merli: “il nesso di filologia e politica è ineccepibile, Merli non forza mai un testo per via del suo accordo – disaccordo politico…Anche un lettore di oggi non può non ammirare la spregiudicatezza con cui Merli si misura con tutto il patrimonio interpretativo con vera padronanza e non può che rimanere sbalordito dalla mole enorme di materiali e di fonti d’archivio, giornali, inchieste, materiali con cui lavora”. (p. 33)
Credo si potrebbe dire che anche Merli fa un uso pubblico della storia, ma non nel senso di prendere dalla storia solo qualche elemento e di utilizzarlo per giustificare le proprie tesi politiche, ma nel senso di considerare la maggior quantità possibile di fonti per capire la dinamica dei fatti storici, da cui Merli traeva poi conclusioni politiche. Per esempio, in Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, Merli “antepone all’enorme ricerca, al grande apparato documentario, un’introduzione estremamente militante” (p. 45), ma “se oggi un lettore provasse a non leggere la parte introduttiva e a soffermarsi sulla ricerca stessa e i suoi risultati ne confermerebbe la validità…scoprendo come essa sopravviva come lezione storiografica”. (p. 27) Si tratta insomma di un uso pubblico della storia ben diverso da quello comunemente praticato oggi, quando “la maggior parte della produzione storiografica del cosiddetto revisionismo è una storiografia che non ha, dal punto di vista dell’acquisizione di conoscenze, nessun valore”. (p. 44)
L’importanza di Stefano Merli come storico è menzionata in diversi interventi.
Attilio Mangano afferma che nella storia del lavoro Merli “ha un’importanza paragonabile, per altri settori, ad altri grandi storici”. (p. 23)
Maria Grazia Meriggi ricorda che Merli, pur amando molto definirsi uno “storico dai piedi scalzi”, in realtà è stato “uno storico di valore nazionale interno al dibattito scientifico professionale del mestiere, dell’accademia”. (p. 43)
Luigi Cortesi ricorda l’importanza, per gli studi sul movimento operaio, della “Rivista storica del socialismo”, diretta da lui e da Merli. Anche quella rivista, così come i lavori di tanti altri studiosi che hanno avuto a che fare con la Fondazione Feltrinelli, ha contribuito a dare dignità alla storia del movimento operaio, “favorendone la collocazione nel contesto internazionale e generale della storia italiana. Era un “genere” che non esisteva prima, a parte alcuni studi della prima metà del secolo, e che effettivamente contribuì a mutare il quadro culturale e politico tradizionale, dominato dal nazionalismo e dall’idealismo”. (p. 57)
La “Rivista storica del socialismo” ebbe il merito di avviare “una serie di discussioni su temi fino a poc’anzi considerati tabù – la storia del comunismo, Gramsci, lo stalinismo - . Furono dieci anni di battaglia in nome della vera ricerca a partire dal presente e dalle stesse sfide della politica”. (p. 59)
Credo sia un dato significativo del valore della libertà della ricerca, che la “Rivista storica del socialismo” fosse promossa da studiosi che militavano nel Pci, come Cortesi, e nel Psi, come Merli, senza l’appoggio ufficiale di nessuno dei rispettivi partiti. La rivista di storia di area comunista era anzi un’altra, “Studi storici”, promossa dall’Istituto Gramsci, “e si presentava come espressione dell’unico marxismo storiografico autorizzato”. (p. 60) Lo stesso Togliatti, che era persona di cultura, arrivò a preferire la “Rivista storica del socialismo” a “Studi storici”.
La collaborazione tra Cortesi e Merli, e con essa l’esistenza della rivista, va in crisi definitiva nel 1967, “e fu probabilmente dovuto alla divergenza tra le mie priorità teoriche e il suo classismo assoluto”. (p. 62) Credo però che questa spiegazione dei motivi della rottura non sia molto chiara (quali erano le priorità teoriche di Cortesi, cos’era il classismo assoluto di Merli?).
Successivamente Merli fonderà e dirigerà un’altra rivista, “Classe”, la cui importanza è ricordata da Attilio Mangano come emblematica per “chi volesse capire la storia culturale e politica della nuova sinistra”. (p. 35)
Infine, l’ultima rivista promossa da Merli è “Socialismo storia”, secondo Mangano giudicata superficialmente ed ingiustamente un ritorno all’ovile socialista, mentre anticipò “il grande tema del socialismo “europeo”, quindici anni prima che diventasse aria fritta ulivista”. (p. 36)
Le tre riviste, continua Mangano, corrispondono a tre periodi della vita politica di Merli: quello morandiano, quello psiuppino e di nuova sinistra, e quello socialista.
Nel percorso politico e intellettuale di Merli, se si può individuare un “filo rosso” che si snoda lungo la sua vita di intellettuale e di militante politico, è sicuramente la ricerca di un socialismo che abbia come elemento fondante la libertà. In questa ricerca, Merli muta i propri riferimenti politici. Come scrive Mangano, Merli prima “crede di aver trovato il suo modello classista e libertario in Morandi” (p. 29), e vede la polemica tra il dirigente socialista e Rosselli come la polemica tra un socialista liberale e un socialista classista, è dà ragione a quest’ultimo. Dagli anni ottanta, “scopre che aveva ragione Rosselli. La svolta degli ultimi anni è in questo senso netta”. (p. 29) Il cambiamento di riferimenti politici (dalla nuova sinistra al Psi) va di pari passo col cambiamento delle culture e delle personalità politiche oggetto dei suoi studi: “Torna ad occuparsi di Tasca, e di Faravelli e di Gorni, della destra socialista che adesso gli si rivela come una sponda trascurata e un incunabolo di un socialismo diverso”. (p. 25)
Gli ultimi anni del percorso intellettuale e politico di Merli sono giudicati con accenti differenti in alcuni interventi. Secondo Mangano, si tratta di capire i motivi della svolta, sarebbe superficiale dire che “si tratta di un pentimento politico e teorico” (p. 26), ma si tratta invece di un cambiamento di direzione nella ricerca di un comunismo libertario.
Assai più severo il giudizio di Cortesi: “Ad un certo punto, intorno al 1980, egli iniziò una deriva politica, non priva di aspetti masochistici, che lo portò al dubbio più onesto e più doloroso, quello d’aver scritto secondo linee di valore ormai superate, e lo fece approdare al craxismo. O forse piuttosto: a un apprezzamento per l’autonomia della tradizione socialista che gli fece accettare anche il craxismo…Egli bruciò l’impazienza del suo spirito in un radicalismo portato a conseguenze revisionistiche estreme, e perfino ad un rovesciamento a volte rabbioso di posizioni non solo socialiste, ma anche democratiche…Fu tentato di sminuire e distruggere i valori nei quali aveva creduto”. (pp. 63-64)
Franco Toscani, pur giudicando assai negativamente la scelta politica del Psi craxiano, ritiene però le motivazioni di quella scelta politica coerenti con la ricerca di un socialismo libertario.
Secondo Toscani, “Merli riteneva che il Psi craxiano, col suo dinamismo, scombussolasse le carte, mettesse in discussione il bipolarismo Dc-Pci, vanificasse l’egemonismo comunista…..Però non si è reso conto con ciò che caratterizzava la politica craxiana, col suo trasformismo e l’ideologia della governabilità, con la subalternità sostanziale alla Dc, poi la corruzione della natura del partito e il suo declino”. (p. 81)
Ma anche quella scelta politica, secondo Toscani, era coerente con gli ideali di una vita, la ricerca “del socialismo libertario, della democrazia radicale, della partecipazione popolare e del controllo dal basso del potere”. (p. 93)
Alcuni interventi raccolti nella rivista sono più di valutazione dell’opera di Merli, altri più incentrati sul ricordo, come quello di Nuccio Tirelli, ex segretario del Psiup di Piacenza, intervistato da Barbara Spazzapan, o come quello di Carlo Carotti, che ricorda un viaggio in Cina di una delegazione del Pdup di cui Merli faceva parte. Si tratta di un breve intervento che è consigliabile leggere integralmente, per capire quello che personalmente ritengo un aspetto fondamentale dell’insegnamento di Merli, il voler capire in base alle convinzioni che venivano maturate anziché per partito preso. In Cina, ricorda Carotti, Merli andava “per capire qual era la situazione”, mentre altri “volevano vedere fideisticamente quello che non c’era”. (p. 52)
Altri interventi sono un mix tra valutazioni sull’opera di Merli e sul ricordo, come quello di Cortesi.
Completano la giornata di studi un intervento di Serena Groppelli sul fondo archivistico lasciato da Merli all’Isrec di Piacenza, un intervento di Donatella Siboni sui manifesti del fondo Merli, e un intervento di Diego Giachetti sulle culture giovanili tra la fine degli anni sessanta e la fine dei settanta, che ha il pregio della non “pesantezza” perché affronta tematiche apparentemente “leggere”, le culture giovanili attraverso la musica e le canzoni dell’epoca.
Infine un dvd, allegato alla rivista, con una sintesi di interviste a persone che avevano conosciuto Merli.
 

Fabrizio Billi