LA FINANZIARIA
Ovvero: togliere ai poveri per dare ai ricchi

da "Il Carlone" ottobre 1985


Da alcuni anni ha acquistato una enorme rilevanza la “legge finanziaria” che ogni governo è tenuto a fare approvare entro la fine dell’anno. Questa legge inizialmente serviva a definire la quantità e i limiti della spesa pubblica per l’anno successivo. Orientamenti politici, scelte di investimento, la strategia di spesa insomma erano stabiliti nel bilancio e la legge finanziaria era più legata all’aspetto contabile della spesa. Progressivamente, specie con l’avvio del pentapartito, nel degrado generale del Parlamento il bilancio dello Stato ha perso di significato, diventando addirittura misterioso.
Basti pensare che a tutt’oggi da anni ormai non si sa con certezza qual è il deficit del bilancio dello Stato. Addirittura su un dato che in ogni “azienda”, dalla famiglia alla Fiat, è una cifra contabile e certa si aprono polemiche e una volta si arrivò perfino a un voto di fiducia. Ad esempio per l’85 alcuni ministri parlano di un “buco” di 110.000 miliardi, altri di 130.000, altri ancora di 150.000. D’altra parte cosa si può pretendere da uno Stato che non sa con precisione (e non è una barzelletta) quanti dipendenti ha né quali sono gli Enti ad esso collegati.
In assenza di un bilancio minimamente credibile è la legge Finanziaria che si è caricata di significati fino a diventare essa stessa il vero bilancio preventivo dello Stato.
E’ per questo che il fatto di approvarla entro la fine dell’anno, evitando così il cosiddetto “esercizio provvisorio” è diventato talmente importante al punto da richiedere patteggiamenti tra governo e opposizione.
Chiarito di cosa si tratta vediamo cosa contiene e perché sulla Finanziaria anche quest’anno si è aperto uno scontro così acuto.
Con le caratteristiche prima definite la Finanziaria contiene ogni anno la “filosofia” del governo, la sua dichiarazione (ma accompagnata da atti concreti) di intenti.
Se da alcuni anni andava avanti una politica di attacco e smantellamento delle strutture sociali e di assistenza nel nostro paese, quest’anno si assiste all’ultimo assalto alla baionetta di ciò che poteva essere o era lo stato sociale in Italia. Si tenta il definitivo smantellamento delle strutture pubbliche nel campo della sanità, dell’assistenza, delle istituzioni, del sistema pensionistico, del diritto alla casa.
Mentre scriviamo non è ancora chiara la nuova legge Finanziaria. Abbiamo sottomano quella presentata dal vecchio governo “a direzione socialista”. Quella del governo “fotocopia” però, stando alle dichiarazioni, non sarà diversa.
Si parte dal dato del deficit della spesa pubblica che è spaventoso e che è il fattore determinante dell’inflazione (diciamo noi, loro dicono “uno dei fattori”) e nel tentativo di ridurlo si taglia con la mannaia la spesa in tutti i settori e si impongono tasse o balzelli su tutti i servizi. Goria lo dice chiaramente: “i servizi devono rispondere ad una logica di costi e ricavi” e “i servizi devono avere dei bilanci tendenzialmente in pareggio”.
E allora avanti: si taglia la spesa sanitaria, si introducono nuovi tickets sui farmaci, sui ricoveri ospedalieri, sugli esami di laboratorio. Si taglia completamente la spesa sanitaria riguardante la prevenzione e l’assistenza sul territorio (malati di mente, assistenze domiciliari, ecc.).
Nella scuola oltre al taglio della spesa c’è un aumento astronomico delle tasse che nel caso dell’università arriva al raddoppio. La Falcucci inizialmente voleva addirittura introdurre una supertassa sui ripetenti. Non glielo hanno permesso e si è sfogata con gli universitari fuoricorso che si vedono imporre una tassa che si moltiplica in maniera esponenziale per ogni anno che passa.
E ce n’è per tutti. Per gli handicappati, sui quali viene tagliato ogni contributo per l’inserimento nel mondo del lavoro e per la formazione professionale. Per i pensionati che si vedono semestralizzata d’ufficio la scala mobile e introdotte nuove tasse sulle pensioni.
Per i comuni che vedono ulteriormente ridotta la quota di denaro pubblico ad essi destinata e impone vincoli rigidi nelle politiche tariffarie (ad esempio se vogliono il contributo statale indispensabile a ripianare i deficit delle aziende di trasporto, devono aumentare le tariffe dei bus come richiede il governo).
L’elenco è interminabile ma vediamone gli effetti.
Il Fondo Monetario Internazionale (non solo Dp quindi) sostiene che tutti questi provvedimenti non servono a nulla per modificare il deficit del bilancio dello stato italiano.
Lo stesso Goria sostiene che il deficit, grazie a questa politica di tagli all’impazzata, verrebbe ridotto di soli 10/15.000 miliardi (che su 130/150.000 sono davvero una goccia nel mare). E soprattutto è ormai chiaro che non si riesce a portare l’inflazione sotto il 9%.
Questi provvedimenti in realtà hanno un senso che è tutto politico, tendono a costruire un modello di società, creano una “cultura” ma non risolvono i problemi del deficit di bilancio perché non ne toccano le vere cause.
Cosa vuol dire? Che i provvedimenti della legge Finanziaria servono a modificare i rapporti di forza fra le classi, a cambiare in senso gerarchico e classista la società e non a ridurre il deficit. La riduzione del deficit è solo una scusa per poter praticare l’altra operazione, tutta politica.
Alcuni provvedimenti addirittura non diminuiscono la spesa pubblica, anzi l’aumentano.
Facciamo due esempi.
Il primo: tagliando l’assistenza socio sanitaria sul territorio rispetto ai malati di mente si ottiene come risultato una massiccia ospedalizzazione. E allora si smantella la legge 180 (quella che chiudeva i manicomi) ma non si spende certo di meno. Assistere sul territorio costa 70/100 mila lire al giorno; assistere in ospedale 180/200 mila lire.
Il secondo: una persona anziana parzialmente autonoma oggi viene di norma assistita a domicilio da un operatore che le fa la spesa, le grandi pulizie etc. Diciamo 2/3 ore al giorno con una spesa da parte dei comuni di 40/60 mila lire. Abolendo questa assistenza questa persona sicuramente andrà in ospedale a 180/200 mila lire al giorno. O forse si spera che muoia!
Far pagare milioni di tasse ai fuoricorso dell’università significa espellere gli studenti-lavoratori, quegli impiegati che, lavorando già, fanno l’università con calma, in 8/10 anni, o per motivi culturali o per motivi di avanzamento di carriera. Non significa certo risparmiare nulla dato che questo tipo di studenti non frequenta, non “usa” l’università se non per gli esami.
Si potrebbe andare avanti con gli esempi all’infinito.
Da qui il giudizio del fondo monetario Internazionale.
In realtà altri sono i problemi.
Uno è il sistema del prestito pubblico (Bot e Cct), il secondo è l’esistenza di categorie privilegiate che usufruiscono dei servizi senza pagarli.
E’ un meccanismo infernale che cercheremo di spiegare.
Partiamo dall’evasione fiscale. Tutti sanno che in Italia le tasse vengono pagate dai soli lavoratori dipendenti. Intere categorie: commercianti, artigiani, professionisti, evadono massicciamente il fisco e a nulla sono serviti i provvedimenti di Visentini dal momento che nessun controllo viene esercitato e che la potenza di queste categorie è riuscita a smantellare i punti interessanti della legge Visentini (soprattutto gli accertamenti induttivi).
Si calcola che l’evasione oscilli sugli 80/100.000 miliardi l’anno. Poco meno del deficit pubblico.
Ma l’evasione vera e propria non è ancora nulla rispetto all’evasione legalizzata.
Queste categorie godono di incredibili privilegi: possono scaricare dalla dichiarazione dei redditi praticamente ogni cosa: dalle rate di acquisto di un’auto alle cene al ristorante (definite “di rappresentanza”) ai mutui sulla casa, all’arredamento di studi e appartamenti, alla benzina, e l’elenco sarebbe interminabile.
E’ inoltre sulla base di questa dichiarazione dei redditi che pagano le loro contribuzioni all’Inps, il servizio sanitario, etc.
Il risultato è che queste categorie godono degli stessi servizi pensionistici e sanitari dei lavoratori dipendenti, pagando un terzo o un quarto di quanto viene trattenuto sui salari.
Per cui mentre l’Inps è addirittura in attivo per quanto riguarda le pensioni ai lavoratori dipendenti, diventa una voragine quando paga la Cassa Integrativa (che non sarebbe suo compito) e le pensioni a contadini, commercianti ed artigiani.
E la capitalizzazione dei soldi accumulati da questa gente avviene sempre più spesso investendoli nel prestito pubblico, in Bot e nei Cct. E qui siamo alla radice del problema. L’Italia è l’unico paese occidentale che ha un prestito pubblico a breve. Un tempo anche qui i “Buoni del Tesoro” erano decennali.
Decennali o ventennali sono tuttora i Buoni in Germania, in Francia e negli altri paesi europei. Questo permette una politica di investimenti e una pianificazione delle restituzioni.
In Italia invece i Bot vengono emessi ormai solo per pagare gli interessi sui bot precedenti e, al massimo, per la spesa corrente. E’ il meccanismo di Giuffré (o, per chi non lo ricorda, quello della catena di s. Antonio). Oltre la metà del debito pubblico è dovuta a questo gioco vorticoso. Ma c’è di più. In tutti gli altri paesi gli interessi del prestito pubblico sono legati al tasso di inflazione e pari ad esso o superiori dell’1, massimo 2%. Il vantaggio per il possessore dei titoli di stato c’è comunque: mantiene intatto il suo capitale nonostante l’inflazione o lo aumenta lievemente.
In Italia a fronte di una inflazione del 9%, i titoli di stato danno interessi del 16/18 o addirittura 20%.
Questo comporta un enorme spostamento di reddito dalle categorie del lavoro (che pagano le tasse con cui lo Stato paga gli interessi sui Bot) alle categorie delle speculazioni finanziarie che poi coincidono con i signori dell’evasione fiscale.
Con il risultato che lo Stato non può utilizzare questo prestito per investimenti, il deficit si allarga in maniera vorticosa e, dato che comprare Bot rende di più che gestire una fabbrica si avvia un vero e proprio processo di deindustrializzazione del paese con tutto ciò che comporta sul terreno dell’occupazione.
A questo si accompagna l’assurdità del costo del denaro che blocca gli investimenti e anch’esso favorisce un enorme spostamento di capitali dal settore produttivo al settore finanziario. In America (ma è così in tutti gli altri paesi occidentali) la differenza tra i tassi del dare e dell’avere è del ½%. In Italia si arriva anche al 15%.
Qui abbiamo le vere cause del deficit del bilancio dello Stato e dell’inflazione, altro che scala mobile e spese scolastiche.
E’ stato calcolato che basterebbe indicizzare i Bot legandoli al tasso reale di inflazione per ridurre addirittura del 40% il disavanzo del bilancio statale.
Basterebbe tagliare drasticamente l’evasione fiscale ed eliminare i privilegi delle categorie di cui parlavamo prima per togliere il disavanzo.
Ma queste categorie sono ben potenti, ben rappresentate nel governo. Goria è chiaramente un loro rappresentante e non solo lui. E allora il rigore diventa solo una scusa per colpire le masse popolari, distruggere lo stato sociale, ricreare una ferrea gerarchia sociale. Ma tutti dobbiamo essere consapevoli che i terribili sacrifici che ci vogliono imporre non serviranno per nulla a risolvere né l’inflazione né il deficit del bilancio.
La finanziaria va respinta, non emendata. Va respinta perché è solo dannosa per i lavoratori e i pensionati.
Ma come sempre manca una vera opposizione. Il sindacato fa finta di credere alle chiacchiere governative ed è lui per primo che chiede il taglio della scala mobile.
Il Pci, nella sua ansia di rompere l’isolamento, oggi che torna a valorizzare Craxi, ha cominciato a dire che in fondo questa finanziaria non è così brutta, che si può emendare.
Tutti giudicheranno dagli atti parlamentari e di piazza chi è contro, chi è a favore e chi si adegua.

Marco Pezzi