La preparazione del '68 in Italia. Non è che l'inizio: la lotta continua!", "Cenerentola", N. 41, 6 settembre 2004

Il movimento, all'epoca definito "contestazione", che ebbe il suo culmine nel 1968, continua a porre domande rimaste senza risposta. Non c'è pubblicazione, seria o superficiale, che non metta l'accento sul suo carattere antiautoritario. Eppure, spesso, si ha l'impressione che l'area politica che ne è uscita meno rafforzata, almeno in un primo tempo, sia stata proprio quella libertaria. Se ne conclude, in genere, che il movimento anarchico organizzato sia giunto, a tale appuntamento, piuttosto impreparato.
Ma non tutti la pensano in questo modo.
Numerose informazioni sui rapporti intercorsi tra "contestazione" e movimento anarchico sono fornite da un bell'articolo di Franco Schirone, pubblicato sulla "Rivista storica dell'anarchismo" (Anno 11, numero 1), e intitolato: "Provos, beats e 'capelloni': la contestazione e i giovani anarchici (1966-1967)".
"Verso la metà anni Sessanta - scrive l'autore - si fa strada anche in Italia un nuovo soggetto contestatario, che desta preoccupazione in un paese ancora profondamente provinciale e tradizionalista: sono i giovani, figli degli operai cottimisti inurbati nei quartieri dormitorio ai margini della città, ma anche figli della media borghesia, più o meno 'illuminata'. Come un torrente in piena, i giovani contestano le certezze dell'ordine costituito, le convenzioni, le istituzioni, specie quella familiare: l'autorità del padre-padrone, il ruolo subordinato delle donne, l'autoritarismo nella scuola, la gerarchia ecclesiastica, l'autorità statale e quella militare. Sono giovani pacifisti e non violenti, aborrono ogni guerra, aspirano a un mondo senza armi e alla pace universale". (...)
"Nel 1966 scoppia il caso de 'La Zanzara', il giornalino del liceo Parini di Milano che pubblica un'inchiesta sul sesso tra i giovani, da cui nasce un processo contro i redattori. Il 27 aprile muore il giovane Paolo Rossi, vittima di un agguato fascista all'Università La Sapienza di Roma. Intanto si costituiscono i primi gruppi beatnik italiani e iniziano a circolare i testi di Ginsberg, Burroughs, Corso, Dylan, Baez, Kerouac; molti giovani strappano il passaporto dichiarandosi cittadini del mondo; vengono organizzate manifestazioni contro l'intervento americano in Vietnam (...).
Il movimento giovanile di contestazione degli anni '60 ha molti punti di contatto con gli anarchici, in particolare coi gruppi giovanili, con i quali condivide un senso generalizzato di insofferenza e la ricerca di rinnovati motivi di interesse per la lotta sociale. L'incontro tra i due ambiti giovanili è inevitabile, soprattutto quando si comincia a parlare in Europa dei Provos olandesi, gruppi di giovani che puntano a ridicolizzare il potere attraverso le loro 'provoc/azioni' ribelli e trasgressive, richiamandosi esplicitamente all'anarchia".
(...)
"In occasione della Conferenza europea della gioventù anarchica, che si tiene a Milano nei giorni 24-27 dicembre 1966, i Provos infatti intervengono, suscitando un ampio dibattito sulle affinità e divergenze fra 'provoc/azione' e movimento anarchico. (...)
"I Provos sono, per la maggior parte, a favore della collettivizzazione, della smilitarizzazione e della decentralizzazione; la famosa contestazione con le 'biciclette bianche' ad Amsterdam, per esempio, viene organizzata proprio per dimostrare che questo mezzo di locomozione dovrebbe essere messo a disposizione di tutti; l’originale provocazione spinge la polizia olandese a sequestrare tutte le biciclette bianche durante i festeggiamenti ufficiali per il matrimonio di Beatrice; (...) i Provos rispondono organizzando manifestazioni burla di esagerato entusiasmo per la regina e somministrando ai cavalli della scorta regale LSD. Altra famosa provoc/azione è l’elezione di un Provo al Comune, allo scopo di mostrare il ridicolo delle elezioni stesse e della campagna elettorale. Tra i progetti dei Provos c’è anche la creazione di una ‘banca anarchica’, basata sulla circolazione di buoni garantiti non dall’oro ma dalla venuta di Babbo natale".
Un’idea fatta propria, pochi anni dopo – verrebbe da dire – dal governo degli Stati Uniti.
Per quanto riguarda, in particolare, l’Italia:
"A Milano i rapporti tra giovani anarchici, movimento di contestazione e Provos, comunque, sono precedenti alla Conferenza europea: il primo numero, ciclostilato, di "Mondo beat" (curato da Vittorio di Russo e Paolo Gerbino) viene composto e stampato da Giuseppe Pinelli nel circolo anarchico ‘Sacco e Vanzetti’; nel corso del 1967, sempre presso il ‘Sacco e Vanzetti’ di Milano vengono ciclostilati diversi numeri di ‘Provo’ e la sede anarchica diventa anche quella dei Provos milanesi" (...).
"Anche in altre città si realizza una certa convergenza tra giovani contestatori e giovani anarchici: è il caso di Livorno, dove la FAGI (Federazione Anarchica Giovanile Italiana), i Provos e i beatnik organizzano insieme proteste contro la Spagna franchista; a Bologna, dove vengono diffusi volantini contro il consumismo; invece a Lentini, in Sicilia, la protesta comune assume toni e contenuti strettamente legati alla mancanza di lavoro e all’emigrazione. A Roma è molto attivo il gruppo ‘Provos Roma 1’, che nel 1967 diventa ‘Gruppo NON Roma 1’, dotandosi anche di un giornale, ‘Provo Capellone’ (...)"
"Il 2 giugno del 1967 a Carrara viene convocato il primo convegno italiano della gioventù protestataria, ospitato presso la sede dei 'Gruppi Anarchici Riuniti’: tema centrale del dibattito è la proposta di fare delle diverse diramazioni protestatarie un unico movimento. Su questa ipotesi si trovano d’accordo, in linea di principio, i diversi rappresentanti Provos, mentre i beatniks propendono più per mantenere le caratteristiche specifiche di ciascun soggetto, pur condividendo la necessità di uno scambio reciproco e costante di esperienze". (...)
In conclusione, afferma Schirone, negli anni che precedono il ’68, "i giovani anarchici italiani vogliono chiarire problemi e temi di fondo che attanagliano tutto il movimento, allacciano collegamenti con altri gruppi libertari europei, si impegnano in lavori di traduzione da giornali e riviste (...). E sarà in questo contesto, nell’ambito studentesco e della nuova contestazione del Sessantotto, che il movimento libertario giovanile e, di riflesso, il movimento anarchico nel suo complesso saprà inserirsi e portare avanti nuovi contenuti di lotta e di partecipazione".
Saprà inserirsi?
Forse a Milano.
Non certo in tutto il paese. E, anche a Milano, non risulta che l’area libertaria sia mai stata maggioritaria all’interno del movimento!
 
Per una strana coincidenza, negli stessi giorni nei quali è giunta in redazione la "Rivista storica dell’anarchismo", è arrivato anche il numero 14 della rivista "n+1" (sì, si chiama proprio così), curata da marxisti di scuola bordighista. Essa contiene, tra gli altri, un ponderoso articolo intitolato "L’operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent’anni".
Sorvolo sulle tesi sostenute dai suoi autori, che mi sembrano, per la verità, assai poco interessanti. Curioso, invece, mi è parso il loro punto di vista sul "sessantotto", al quale guardano col distacco di chi non ama farsi coinvolgere in movimenti che non credono, fin dalla loro nascita, nella "necessità del partito rivoluzionario".
Quella stagione di lotte, scrivono, "iniziò nel 1958-59 con un tentativo di riscossa contro il lungo periodo controrivoluzionario staliniano al culmine della ricostruzione postbellica. Fu soprattutto il prodotto di una forte spinta degli operai dell’industria, che mise in fermento anche gruppi di giovani militanti dei partiti tradizionali e dei sindacati, ai quali si affiancarono elementi dell’intellettualità universitaria piccolo-borghese. Durò vent’anni, diffondendosi grazie a una situazione internazionale e interna favorevole". (...)
La ricetta con cui fu cucinato? "Un po’ di Marx, un po’ di aziendalismo rivoluzionario, molta sociologia e, dopo qualche anno, un mare di democrazia antifascista. Questa fu l’origine di quel Sessantotto italiano che si protrasse per un ventennio, nel quale quello studentesco alla Berkeley-Sorbona irruppe come un’esterofila ondata che durò una sola estate". (...)
"In Italia, a cavallo del 1960, emersero correnti eterogenee di critica allo stalinismo. Venivano da ceppi del Partito Socialista in disfacimento e da elementi che, rifiutando l’indirizzo togliattiano del Partito Comunista, tentarono di superare l’evidente mistificazione ‘marxista’ del fronte bipartitico al servizio della ragion di stato dell’Unione Sovietica. A indirizzare questo processo di ripensamento aveva influito in modo decisivo lo shock derivato dall’invasione dell’Ungheria nel 1956 e dalla bestiale repressione che colpì soprattutto la classe operaia. Ma non fu possibile, in piena controrivoluzione, evitare che si disegnasse il nuovo su una passiva fotografia del vecchio". (...)
Per questo: "Più tardi, gruppi come Il Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, quelli di derivazione ‘cinese’, ecc. riproposero uno stalinismo senza varianti". (...)
"Non è dunque vero – concludono – che nel biennio 1968-69 dominassero idee antiautoritarie, contestatarie, antagoniste, come dicono i tardi biografi di se stessi. Dominò uno strano miscuglio fra pseudobolscevismo operaista degenerato e terzomondismo contadino, lo stesso così ben rappresentato nel libretto rosso di Mao, più adatto alle risaie che al moderno ‘automa industriale’ tratteggiato da Marx e ‘riscoperto’ da Panzieri. Le istanze libertarie che passano per tipiche del Sessantotto furono in realtà seguite da un autoritarismo sfacciato, per cui tronfi leaderini caporaleschi si permisero, senza essere presi a calci dai loro seguaci mandati allo sbaraglio, svolazzi ‘teoretici’ e organizzativi che neppure la immaginosa creatività ideologica e tattica dello stalinismo era riuscita a immaginare in mezzo secolo".
Che dire? Pur riconoscendo l’originalità del "sessantotto" italiano, assai diverso da quello francese o da quello statunitense, sembra difficile immaginarlo senza farlo precedere dal movimento beat e accompagnare dalla contestazione giovanile. Nondimeno, la singolare descrizione che ne fanno i bordighisti può forse aiutarci a capire come mai, nonostante la non completa impreparazione del movimento libertario, furono, almeno inizialmente, i gruppi di tradizione marxista, quando non addirittura stalinista, a rafforzarsi maggiormente nel corso di quell’indimenticabile stagione di speranze.

Luciano Nicolini