Giorgio Amico, "Il rinnegato Korsch. Storia di un'eresia comunista", Edizioni Colibrì - GiovaneTalpa, pag. 242, € 16,00

«Eppure in un momento di così grande disincanto come l'attuale il pensiero di Korsch, così radicale nella sua critica di ogni visione consolatoria del reale, così estremo nel suo rifiuto di ogni schema preconfezionato, ma anche così carico di speranza può ancora dirci qualcosa. Il suo coraggioso abbandono del marxismo in favore di un recupero radicale delle idee di Marx può ancora parlare alla mente (e al cuore) di una nuova generazione di rivoluzionari».

Prendo a prestito le parole dell'autore, stampate sul retro di copertina per approcciarmi (schematicamente, ed in una dimensione culturale ancora del tutto insufficiente, per essere davvero all'altezza della qualità di riflessione che sarebbe richiesta) al più recente lavoro pubblicato da Giorgio Amico, storico e ricercatore che ormai da anni si muove attorno ai grandi dilemmi proposti dalla storia del '900. Un lavoro, di intenso approfondimento intellettuale e di rigorosa ricostruzione storica, dedicato a Karl Korsch ("Il rinnegato Korsch: storia di una eresia comunista", edizioni Colibrì, 2004): giurista, filosofo, rivoluzionario di professione, ministro, cospiratore, soldato valoroso, pacifista coerente, così come Amico lo definisce nella Premessa.
Insomma: una delle figure più significative in quel tempo di "ferro e di fuoco" dei primi trent'anni del secolo scorso: ma anche un personaggio scomodo e, forse per questo, quasi mai evocato nell'ambito delle ricostruzioni, più o meno "ufficiali" di quel periodo. Una identità complessa quella di Karl Korsch, che rende complessa anche l'opera redatta da Giorgio Amico (che effettua, anche un'opportuna incursione nella pedagogia, attraverso la pubblicazione, in coda al volume, delle note biografiche relative ai più importanti protagonisti, intellettuali e politici, citati nel testo: a dimostrazione di una sensibilità alla ricostruzione minuziosa della "memoria storica", quasi sempre trascurata di questi tempi).
Diamo, allora, una qualche ragione a questo giudizio di complessità. La lettura del testo di Amico ci riconduce, infatti, per intero agli interrogativi classici sui quali il movimento rivoluzionario del '900 (e quanti hanno tentato, nel tempo, di interpretarne le alterne vicende) si è arrovellato, diviso, spaccato. Vien voglia di elencare in fila, questi interrogativi: perché la Rivoluzione si realizzò "contro il Capitale"? Il "Socialismo dei Consigli" rappresentò un'utopia, una invenzione propagandistica, un traguardo negato? Socializzazione o Statizzazione? Rivoluzione Permanente o Socialismo in un Paese Solo? La Terra ai Contadini o la Terra allo Stato? Non avremmo finito, ma ci fermiamo qui: per carità di testo.
Il punto vero, però, che emerge dal percorso che la lettura del testo di Giorgio Amico ci propone riguarda, a nostro modesto avviso, il rapporto tra militanza rivoluzionaria e riflessione teorica: un "essere duale" che lo stesso Korsch impersonifica, vive dentro sé stesso a fasi alterne e che molti (anche nelle generazioni successive) hanno vissuto con eguale intensità (magari pervenendo alla fine, sul piano teorico, ad approdi molto simili a quelli di Korsch: si pensi a Georgy Luckàs). Il nodo tra militanza diretta e ricerca teorica si scioglie nel periodo più terribile, nei quattro anni tra il 1934 ed il 1938 allorquando i nazisti consolidano il loro potere in Germania e la Repubblica Spagnola (cui Korsch dedica una grande attenzione, con particolare riferimento al movimento anarchico) è definitivamente sconfitta. La ricerca, avviata da tempo, sull'originalità della teoria della rivoluzione proletaria consente a Korsch di far emergere i punti fondativi di quella che può essere, ancora, indicata quasi come una linea d'orizzonte sulla quale stabilire una continuità tra pensiero ed azione: mi riferisco alla definizione di "criticità del marxismo".
Il risultato dell'individuazione del marxismo quale "strumento critico" permette di usarne gli strumenti teorici per formare una scienza sociale, i cui principi metodologici (della specificazione, del mutamento, della critica) diventano comprensibili se si supera l'astrattezza e l'equivocità di un principio storicista declinato in termini idealistici o relativistici, misurandoci, invece, in funzione dell'applicazione di "specifiche leggi" di cambiamento sociale, con l'obiettivo ultimo della liberazione dell'uomo. Da questa necessità di usare il marxismo come "strumento critico" e non positivo, derivano aspetti fondamentali di una "teoria critica della società", che rappresenterà (e rappresenta ancora) il culmine di una idea di alternativa radicale all'ordine esistente, che vale la pena ancora di coltivare senza scindere la nostra capacità di proporre riflessione e di agire l'iniziativa di massa.
Giorgio Amico accenna, e lo abbiamo già riportato, alla speranza e ad una nuova generazione di rivoluzionari: sicuramente pensava a loro quando si è impegnato nell'affrontare la non facile interpretazione dell'opera di Karl Korsch, di cui è riuscito a fornire un'interpretazione viva, stagliandone anche un ritratto chiaro rispetto ai tormenti della sua epoca.
Oggi, come si può collegare la ricerca di teorica di Korsch ad una ipotesi concreta di battaglia teorica e di impegno politico? Come si può, in sostanza, reggere la "doppiezza" tra l'intellettuale ed il politico? Il terreno più promettente, l'ipotesi sinceramente più affascinante ci appare quella racchiusa nel titolo del più recente lavoro di Halloway: "Cambiare il mondo, senza prendere il potere". In quel titolo sembrano definite le coordinate adatte a misurarci con un diverso raccordo tra società e politica, tra movimenti di massa e prospettiva di trasformazione degli equilibri dominanti, tornando, così e finalmente, a "pensare in grande".
La sinistra (possiamo ancora chiamarla rivoluzionaria? Senza appellativi, tagliando via tutti gli "ismi"?) è chiamata a superare il proprio paradigma fondativo, senza alcuna pretesa di ricerca un presunto "cristianesimo delle origini", non considerando insormontabile il necessario mutamento di qualità nell'esercizio della politica. Si può partire dalla riflessione su quegli anni che abbiamo già definito di "ferro e di fuoco", dall'analisi dell'opera di Karl Korsch (come ha osato fare Giorgio Amico) per arrivare all'odierna ricerca da sviluppare sull'emancipazione dalla logiche dominanti, con l'obiettivo di cambiare il mondo.
C'è un filo rosso che lega questo percorso e la riflessione sull'opera di Karl Korsch, oltre ad indicarci con chiarezza i nodi da sciogliere, ci può aiutare a ritrovare i punti sui quali riconnetterci, nel tempo, per tenere assieme generazioni, esperienze, speranze, "nuovi rivoluzionari".

Franco Astengo, da http:www.rifondazione.it/savona